Vito Mancuso e la religione civile (segni dei tempi, 01.09)

Ampio dibattito ha suscitato un articolo del teologo milanese Vito Mancuso (La religione civile che manca all’Italia) apparso su La Repubblica del 13/1. Invoca e lamenta la mancanza in Italia di una “religione civile” capace di legare (termine che deriva dal latino “religio”) individui e società e superare quell’individualismo tipicamente italiano che fa rima con furbizia e corruzione: “Si tratta, per dirla ancora in altro modo, di capire come mai l´Italia, ai primi posti quanto a pratica religiosa, lo sia anche per corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata e litigiosità della politica”.

L’autore procede per tre tesi:

1.      Una società è tanto più forte quanto più è unita, e ciò che tiene unita una società è la sua religione. Con questa tesi non voglio dire che il cattolicesimo in quanto religione istituita del nostro paese sia ciò che unisce la società e che per “salvare l´occidente” anche i non credenti debbano giungere a dirsi culturalmente cattolici, come vogliono gli “atei devoti“. Si tratta piuttosto di individuare e costruire un senso di appartenenza alla comunità civile che renda la collettività più importante degli interessi personali. Così come “un antico romano concepiva Roma più importante di sé, o per cui i politici americani ripetono God bless America sapendo che è l´America l´idea che tiene insieme gli americani”.

2. “L´Italia non ha una religione civile e questo è il suo problema più grave. L´Italia è ai primissimi posti in Europa quanto a corruzione. La corruzione lacera il legame sociale producendo un diffuso senso di sfiducia e sfilacciamento nel Paese e un´immagine negativa all´estero. Occorre chiedersi come mai siamo così corrotti e corruttori”. Sta di fatto che in Italia “i più ritengono che il singolo sia più importante della società, e per il bene del singolo non si esita a depredare il bene comune della società. Da qui il tipico male italiano che è la furbizia” ovvero la ricerca del proprio immediato tornaconto anche se a lungo andare tale comportamento danneggi anche colui che ha “fatto il furbo”.

3. Una delle condizioni perché in Italia possa sorgere una religione civile è che i cattolici mettano la loro fede al servizio del bene comune”, che smettano di combattere come guelfi e ghibellini dove il guelfo “intende l´etica civile come traduzione diretta del cattolicesimo, anche a prescindere dalla fede: è l´idea degli atei devoti, guardata con notevole favore dall´attuale gerarchia cattolica. Il secondo ritiene al contrario che un´etica civile potrà sorgere solo dal superamento del cattolicesimo, ritenuto il principale responsabile della sua mancanza in Italia soprattutto per la presenza del papato. Io ritengo entrambi i tentativi destinati a fallire, il primo perché non tiene conto della secolarizzazione e della globalizzazione, il secondo della tradizione. La storia ci ha mostrato infatti che una religione civile contrapposta al cattolicesimo non sia politicamente concepibile in Italia, si pensi al mito risorgimentale della nazione confluito nel fascismo e al mito della società confluito nel comunismo. Una religione civile, e la conseguente etica di cui l´Italia ha urgente bisogno, potrà sorgere solo in unione con il cattolicesimo, non contro di esso”.

Conclusione: “Fino a quando il seme vorrà preservare la sua identità di seme senza pensarsi in funzione della pianta, verrà meno al suo compito; fino a quando il lievito vorrà preservare la sua identità di lievito senza pensarsi in funzione della pasta, verrà meno al suo compito. Fino a quando i cattolici italiani vorranno preservare la loro identità di cattolici senza pensarsi al servizio della società italiana, verranno meno al loro compito; e fino a quando la Chiesa tutelerà i suoi interessi particolari come una delle tante lobby senza essere davvero “cattolica” cioè universale, non sarà fedele al suo compito che è spendersi “per la vita del mondo”. La situazione del Paese richiede a ogni italiano, laico o cattolico, con responsabilità politiche in campo civile o in campo ecclesiastico, di ripensare il proprio rapporto con la società secondo ciò che in termini religiosi si chiama “conversione”. Purtroppo non è più sdolcinata retorica dire che ne va del futuro dei nostri figli”.

E’ dura (e successivamente mitigata) la critica che gli riserva Luigi Amicone scrivendo sempre sullo stesso giornale (Botta e risposta su Vito Mancuso ) ricorrendo anche al “colpo basso” della sua rinuncia al sacerdozio.

Ancora sull’articolo di Vito Mancuso  Giancarlo Bosetti lo elogia nello stesso giornale con un articolo dal titolo “L’inutile scontro tra Guelfi e Ghibellini”: “L’articolo di Vito Mancuso fa centro su due punti chiave: il primo è la crisi italiana che lui definisce in modo molto efficace crisi di «religione», nel senso etimologico, di crisi del legame sociale, collasso delle legature, assenza di buone e forti ragioni che ci tengano responsabilmente insieme…Il secondo «centro pieno» di quell’articolo è il requiem per le prediche guelfe e ghibelline quando si candidano a fornire il carburante per costruire quell’architettura ideologica – vogliamo chiamarla così invece che etica? – che tenga insieme la nazione”. Più critica è invece la reazione (inserita nello stesso post) di Filippo Gentiloni sul Manifesto che titola: “Il ripensamento della fede da parte di Mancuso”.

Scrive l’«Osservatore romano»: «Non è teologia cristiana, ma gnosi». La gnosi, infatti, molto florida nei primi secoli del cristianesimo, sosteneva la possibilità di «salvarsi da sé». Bruno Forte, autore dell’articolo, vede «smantellato da Mancuso, il peccato originale, la risurrezione di Cristo, l’eternità dell’inferno, la salvezza che viene da Dio».

Mancuso ha anche criticato l’etica della «Humanae vitae»: «Occorre guardare in faccia la realtà per quello che è, e non per quello che si vorrebbe che fosse e la realtà è che i rapporti sessuali sono praticati largamente al di fuori del matrimonio e a partire da giovanissima età».

Comunque lo scontro fra la teologia di Mancuso e quella cattolica ufficiale è destinato a continuare.

Vito Mancuso e la religione civile (segni dei tempi, 01.09)ultima modifica: 2009-02-04T11:25:00+00:00da borgosotto
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