01/04/2009

Se anche non c’è Dio si vede

 di Ermanno Bencivegna

in “La Stampa” del 31 marzo 2009

Una persona religiosa è legata al suo Dio dalla fede, che spesso costituisce il fondamento esistenziale ed emotivo della sua vita. Nella mirabile meditazione sulla fede condotta in

Timore e tremore , Søren Kierkegaard descrive l’atto del credere come un totale abbandono a un Altro dal quale ci si aspetta di ricevere la salvezza. In modo analogo, un amante si abbandona alla persona amata confidando nella sua comprensione e nella sua cura; e in entrambi i casi l’aspettativa è irragionevole, assurda – chi voglia convincersi che questa è la mossa giusta da fare pensandoci su e valutando con prudenza la plausibilità che risulti efficace troverà mille argomenti che invitano alla conclusione opposta, e anche quando la sua azzardata decisione gli portasse davvero la felicità sperata non ne seguirà per lui alcun insegnamento, alcuna comprensione di che cosa nella sua situazione abbia «funzionato», quindi di come eventualmente lui o altri possano affrontare con successo situazioni simili in futuro. La fede, secondo Kierkegaard, mette in scacco la ragione, la contraddice e la umilia; è addirittura inaccessibile al pensiero.

È un’analisi illuminante, che però non va fraintesa. Se la ragione non incontrasse mai la fede, non potrebbe esserne sconfitta; se ci fosse tra le due una pacifica divisione dei compiti, non avrebbe senso parlare di contraddizione e di scacco. Nonostante dichiari di non essere un filosofo, Johannes de Silentio, pseudonimo sotto il quale Kierkegaard scrive la sua «lirica dialettica», persegue con vena inesauribile il progetto di capire Abramo, il più sublime eroe della fede, ed è questo tentativo di capire, questo ritorno insistente (e perennemente frustrato) alle medesime perplessità, da angolature e in terminologie diverse, questo ossessivo desiderio di unirsi ad Abramo nel viaggio verso Moriah e penetrarne e condividerne lo stato d’animo, a dare al testo la sua prodigiosa tensione. Se è vero (come leggiamo nella stessa opera) che un eroe è tanto più grande quanto più importante è ciò che combatte, Johannes è un eroe di straordinaria grandezza perché non indietreggia mai davanti alla disperata sfida che si è proposto: perché, mentre continua a persuadersi che la fede non può essere detta, che non esistono parole per dirla, continua a cercare queste inesistenti, impossibili parole.

L’uomo è un animale razionale, il cui destino è quello di tentare comunque di farsi una ragione di ogni sua esperienza; se qualcosa gli si presenta come incomprensibile, ciò non avrà altro esito che di coinvolgerlo ancor più appassionatamente nella ricerca di un suo significato. I fallimenti, le prove in contrario, le diagnosi e sentenze definitive non interromperanno il suo sforzo; ne nobiliteranno anzi lo scopo, lo renderanno più autorevole, più solenne, più degno. I fedeli sanno che il loro Dio è trascendente, al di là cioè delle capacità umane e in generale delle capacità di ogni creatura; ma non per questo abdicheranno al loro impulso di sviscerarne i misteri, di riconciliare la loro mente con ciò che il loro cuore già approva. In tale sforzo, è in gioco la loro stessa umanità.

Le prove razionali dell’esistenza e degli attributi divini danno cospicua e costante mostra di sé nel pensiero occidentale. La loro resistenza è sbalorditiva. La prova ontologica, per esempio, è stata confutata più volte; il massimo rappresentante della nostra tradizione filosofica, Immanuel Kant, ne ha eseguito una minuziosa autopsia; eppure continua a rinascere dalle sue ceneri, nei contesti più svariati. Una delle ultime encicliche di Giovanni Paolo II, opportunamente intitolata Fides et ratio, la cita come modello di un incontro fecondo tra teologia e filosofia; Kurt Gödel le ha dedicato il più suggestivo dei suoi scritti inediti; filosofi di tutto rispetto come Alvin Plantinga pubblicano libri in cui ne vengono annunciate versioni (finalmente!) valide; e (last but not least) non mancano gli studenti che, impavidi di fronte all’opposizione di tanti critici illustri, te ne consegnano con un pizzico di fierezza altre versioni. Un motivo per cui gli studenti sono un segnale importante è che essi mettono in luce l’humus da cui nasce questo fervore: l’indistruttibile fiducia che, malgrado la trascendenza, malgrado i fallimenti, una strada ci debba pur essere, che l’incomprensibile sarà infine capito.

Né si tratta solo di fervore: alle prese con un compito così arduo, i fautori dell’una o dell’altra prova hanno dato vita a tesori di creatività e d’ingegno. Per quanto fallaci, le loro prove sono costruzioni ammirevoli. Parlare di Dio, inoltre, li ha portati con naturalezza a interrogarsi sull’infinito, sulla struttura dell’universo, sui rapporti fra pensiero ed essere, sul fondamento della morale, cioè su tutti i temi cruciali della filosofia. Una discussione di tali prove, quindi, mentre ci affascina evidenziandone tutta la profondità e complessità e ci coinvolge in un gioco intellettuale sottile e raffinato, ci offre anche uno spunto ideale per attraversare insieme la storia della «ricerca della saggezza» – con un interesse specifico e preciso, certo, ma dotato di tante ramificazioni e legato a tanti altri discorsi che averci a che fare vuol dire aver a che fare con l’intera «rete» della riflessione concettuale.

 

 

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