Il Vangelo del Regno di Dio

Vangelo o “buona notizia”, è una parola che “appartiene al linguaggio degli imperatori romani che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e redentori” (p.69) perché ciò che viene da loro trasforma il mondo verso il bene, è parola che si trasforma in realtà.

Così “il Vangelo è discorso non solo informativo, ma operativo, non è solo comunicazione, ma azione, forza efficace, che entra nel mondo salvandolo e trasformandolo. Marco parla del “Vangelo di Dio”: non sono gli imperatori che possono salvare il mondo, bensì Dio” (p.70).

“Il contenuto centrale del Vangelo è: il regno di Dio è vicino… accade qualcosa di nuovo. E viene richiesta (d)agli uomini una risposta a questo dono: conversione e fede” (p.70).

Si può obiettare, come fa Loisy, che alla centralità del Regno riscontrabile nel NT (dove l’espressione ricorre 122 volte) sembra sostituita, nella predicazione post-pasquale, la cristologia. Loisy afferma causticamente: “Gesù annunciò il regno di Dio ed è venuta la Chiesa” (p.71). Ma Gesù è solo il messaggero o è Lui stesso il messaggio? Parlare di regno e di Chiesa è proprio così differente? Ecco come è stata interpretata la parola “regno” nel corso della storia della Chiesa: nei Padri riscontriamo 3 dimensioni:

1. quella cristologica (Gesù è il regno in persona, in Lui è presente Dio stesso in mezzo agli uomini).

2. quella “idealistica” o mistica (il regno di Dio è collocato nell’interiorità dell’uomo).

3. quella ecclesiastica (il regno di Dio è in stretto rapporto con la Chiesa).

E’ quest’ultima dimensione che si venne ad affermare. In ogni caso “non si parla di un “regno” futuro o ancora da istaurare, bensì della sovranità di Dio sul mondo che, in modo nuovo, diventa realtà nella storia…parlando del regno di Dio, Gesù annuncia semplicemente Dio, cioè il Dio vivente, che è in grado di operare concretamente nel mondo e nella storia e proprio adesso sta operando” (p.79). La novità è nell’affermare che Dio agisce qui e ora.

Si comprende così l’insistenza nel rimarcare la povertà di questo regno nella storia (esso è come un granello di senape, come il lievito, come un tesoro nascosto): esso è un seme affidato nelle nostre povere mani, rischiando il nostro rifiuto. Ma con Gesù Risorto presente e operante (se lo permettiamo) che rende VICINO il regno, con il Gesù della storia che rende il tempo compiuto: “attraverso la sua presenza e la sua attività Dio è entrato nella storia in modo completamente nuovo qui e ora come colui che opera…in Gesù Dio viene incontro a noi” (p.84). Egli è il tesoro, il seme che, morendo, dona vita.

L’esempio del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14): il primo, “in fondo, non guarda a Dio, ma solo a se stesso; egli, in fin dei conti, non ha bisogno di Dio perché fa tutto giusto da sé. Non esiste un vero rapporto con Dio, che in ultima istanza è superfluo – basta il proprio agire. Quell’uomo si giustifica da solo. L’altro invece si vede a partire da Dio. Ha rivolto lo sguardo a Dio e in questi gli si è aperto lo sguardo su sé stesso. Sa così di aver bisogno di Dio e di vivere della sua bontà che non si può ottenere per forza, che non si può procurarsi da solo… avrà sempre bisogno del dono della bontà, del perdono, ma da ciò imparerà sempre anche a trasmetterlo” (p. 86).

Cf: J.Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, 2007

Il Vangelo del Regno di Dioultima modifica: 2009-03-13T16:14:03+01:00da borgosotto
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