Un giorno un’aquila…Lectio Magistralis di Mons. Luciano Monari

Lectio Magistralis di Mons. Luciano Monari – 5 marzo 2009:

Dies accademicus dell’Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Brescia.

 

            Un giorno un’aquila depose le uova in un nido ben più in alto e oltre il limite dove potevano giungere i serpenti e gli animali che davano loro la caccia. Gli occhi dell’aquila sono neri e brillanti come il colmo della notte, mentre lei fa la guardia e difende il suo nido. Al tremare di una foglia, all’odore di un altro essere vivente, le sue ciglia si fanno profonde, la testa si erge, le penne si drizzano senza paura. Gli artigli aggrappati alla roccia; il becco come la spada del dio della guerra. L’aquila è selvaggia, mentre protegge il piccolo che nasce. Ma c’è una cosa dalla quale non può difendere: i pensieri cattivi dell’uomo. Un giorno un viaggiatore scala una montagna vicina. Sta fermo sulla vetta e ammira tutto ciò che sta sotto di lui. Il lago turchese, gli abeti eterni, gli storni che volano dentro le nubi tagliate dall’arcobaleno. Il viaggiatore ride di quella bellezza e dice: “È perfetto. È mio.” E la parola si gonfia, rumoreggia come un tuono nelle valli, sui campi di primule e malva. Gli animali escono dalle tane e si chiedono che cosa significhi. Mio. Mio. Mio. I gusci delle uova dell’aquila si scuotono, uno s’incrina. L’aquila ruota la testa per scoprire l’origine di quello strano tuono insensato, di quel suono incomprensibile. Individuato il viaggiatore, si slancia a volo per ghermire la sua risata e quel suono innaturale. Ma il viaggiatore, attaccato, leva il bastone e la colpisce sull’ala, con tutta la forza. Con un grido l’aquila cade e cade. Sul lago turchese, oltre gli abeti eterni, giù attraverso le nubi tagliate dall’arcobaleno. Grida e grida: trascinata via dal vento, non portata dalle sue ali. 

Toni Morrison racconta questa storia nel suo ultimo romanzo; la presenta come una specie di ‘mito fondatore’ dell’America, mettendola in bocca a un’Americana indigena che interpreta così il destino della sua gente. Mi piace leggere in questa storia il dramma del rapporto dell’uomo col creato e con i dinamismi del creato. In fondo, le storie possono avere più di un significato… l’interpretazione è infinita. L’enigma del racconto è in quel tuono senza senso, quel suono strano, incomprensibile, che dice ossessivamente: mio, mio, mio… L’aquila, gli animali non capiscono questo suono che appare loro innaturale; ma noi sì che lo capiamo, eccome! Anzi poche cose ci appaiono evidenti come la definizione di ciò che ci appartiene: i miei diritti, le mie proprietà, i miei sogni, la mia libertà… Con questo senso di individualità sembra invece, nella narrazione, che faccia ingresso nella natura qualcosa di anomalo, estraneo; qualcosa che diventa violenza nel tentativo di affermare il diritto di proprietà. Il bastone che colpisce con durezza l’aquila e la fa precipitare è violenza che distrugge la vita, che altera l’equilibrio del creato. Certo, la violenza è presente nella natura, ed in ampia misura! Il ciclo della vita prevede che la gazzella sia cibo del leone; l’aquila stessa ha dovuto collocare il nido là dove serpenti e predatori non potessero giungere. Ma sembra che la violenza del bastone del viaggiatore sia di tipo diverso, che introduca un elemento stonato: l’uomo non caccia solo per nutrirsi, questo sarebbe comprensibile; ma l’uomo caccia per affermare un potere che lui stesso proclama e che risponde solo a una sua volontà che pretende di imporsi. L’aquila sta attenta in difesa delle uova, sentinella posta a difesa della vita, che sta per schiudersi inerme e che ha bisogno di protezione. Ma c’è una cosa dalla quale l’aquila non può difendere: i pensieri cattivi dell’uomo. Questi non entrano nelle strutture ricorrenti della natura: sorprendono, sono strani, nati chissà dove, al servizio di chissà quale bisogno.

            C’è creatività nell’uomo; i suoi gesti non ripetono all’infinito gli stessi schemi; variano, inventano, producono, creano. Appartiene ai gesti creativi dell’uomo il bastone che spezza l’ala dell’aquila, ma anche la fasciatura che cura l’ala spezzata… l’aratro che esalta la fecondità della terra, ma anche il deposito chimico che la brucia e la rende sterile. Qualcuno sogna un mondo in cui l’uomo sia solo una specie particolare di aquila, che risponde in modo sempre uguale agli stimoli, ma è solo un’immagine romantica che non coglie il vero dramma, la vera sfida per l’uomo. L’uomo è capace di produrre quel grido ossessivo: mio, mio, mio… Ma solo l’uomo è in grado anche di coglierne l’incongruità, l’errore, la deformazione. Si possono ripetere le parole del Deuteronomio: “Ecco io pongo oggi davanti a te la vita e la morte, il bene e il male. Scegli dunque la vita!” Qualcosa muore quando l’uomo afferma un potere senza limiti; ma qualcosa vive quando l’uomo tocca con una mano saggia e buona. Ma quando la mano dell’uomo è saggia? E come far sì che la sua opera sia buona?

            Nasce l’uomo a fatica… Fatica, insicurezza, pena e tormento fanno inevitabilmente parte della condizione umana. C’è da stupirsi se l’uomo cerca punti d’appiglio? Se s’aggrappa ansiosamente a tutto quello che può consolarlo per un attimo, che può fargli dimenticare la sua condizione di miseria, che può illuderlo di essere divenuto forte. Mio, mio, mio: è il grido di chi si sente irrimediabilmente ‘altro’ dal mondo in cui vive e cerca di appropriarsene per sentire meno la paura, per addomesticare l’angoscia. L’aquila può librarsi regina in un cielo che sostiene fermamente le sue ali e la porta; l’ambiente è per lei fonte assoluta di sicurezza e anche i pericoli che l’ambiente può nascondere entrano nelle regole del gioco: si vince o si perde, si vive o si muore. Per l’uomo no: l’uomo è condannato a vivere il presente, ma anche a presentire il futuro; a camminare verso la morte, ma anche a immaginare e temere questo cammino. E la paura genera il bisogno di sicurezza, l’ossessione della sicurezza.

            L’uomo è un consumatore. Come tutti gli esseri viventi ha bisogno di cibo per sostenersi in vita; ma più degli altri esseri viventi ha bisogno di cose per nutrire la fiducia in se stesso, sentirsi ricco e forte, capace di affrontare vittoriosamente la sfida della vita. Il vestito non serve all’uomo solo per coprirsi e proteggersi; serve per acquistare ed esprimere un’identità più ricca, una figura più completa. E qui accade qualcosa di paradossale: quanto più l’uomo è cosciente della sua incompletezza, tanto più cerca cose che riempiano il vuoto dentro di lui; e quanto più si affida al sostegno delle cose, tanto più si trova vuoto e si riconosce nudo. Si origina così un circolo vizioso che rende il consumo infinito, perché lo incarica di curare la sua debolezza, di sopperire alla sua povertà. Il bambino americano medio rappresenta un danno ambientale doppio di un bambino svedese, triplo di uno italiano, tredici volte di uno brasiliano, trentacinque volte di un indiano, duecentottanta volte di un bambino del Ciad o di Haiti: il calcolo è fatto sui rispettivi consumi nel corso della vita. Sembra evidente che ci sia qualcosa di sbagliato. Niente da dire sul consumo, ci mancherebbe. Ma quando il consumo è esasperato, vuol dire che c’è una malattia in corso. Mio, mio, mio…

            Anche il cielo è mio e nelle notti d’inverno la costellazione di Orione mi sorride e mi rinfranca come fosse amica. Ma non posso sottrarre Orione allo sguardo degli altri e non ho bisogno di consumare le stelle per goderne lo splendore. Non è la presenza dell’uomo che turba l’equilibrio dell’ambiente, la sua intelligenza, la sua coscienza, la sua libertà, la sua creatività. È la coscienza dell’uomo turbata dalla paura di non valere, dal bisogno di valere, dall’illusione di poter valere attraverso le cose che si possiedono: mio, mio, mio… Se è così, allora la terapia parte dall’uomo: non negandogli le cose, ma rassicurandogli il cuore.

            Non sto prendendomela contro la civiltà dei consumi. Il problema è più antico, è legato non alla quantità dei beni prodotti dall’industria contemporanea, ma alla fame e sete inestinguibile dell’uomo. 740 anni prima di Gesù Cristo – quindi quando Roma è appena nata, ancora in fasce – un profeta del regno del nord, Osea, rimproverava a Israele la sua infedeltà. Abbandonando il Signore, Israele, come una donna infedele, si era data ai baalim, agli dei della natura dicendo: “Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande.” L’itinerario è questo: Israele ha bisogno di cose per vivere; vive dunque per avere le cose; chi gli dona le cose diventa per Israele un dio, dal momento che risponde al bisogno e al desiderio. Ma in questo modo l’identità di Israele si restringe al perimetro delle cose: pane, acqua, lana, lino, olio, bevande; è tutto, non c’è altro. Passate da una civiltà agricola a una civiltà industriale, al terziario, al terziario avanzato: i prodotti si moltiplicano all’infinito, gli outlet villages si fanno sempre più ricchi di offerte e di seduzioni, ma il meccanismo rimane lo stesso e si consolida.

            Il profeta Osea aveva inventato una terapia: “Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… Là mi risponderà [canterà] come nei giorni della sua giovinezza, quando uscì dal paese d’Egitto.” Terapia in due momenti: il primo è un tempo di purificazione e si compie attraverso il digiuno, la privazione dei beni; in questo modo Israele sarà costretto a cercare e costruire dentro di sé un’identità che aveva proiettato nelle cose possedute e godute. Il secondo tempo, quello decisivo, quello che prepara un futuro diverso, è il momento dell’intimità: Dio parla al cuore di Israele con tenerezza infinita, come l’innamorato alla sua ragazza. E Israele trova la gioia di cantare, di rispondere all’amore con l’amore.

            “E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: ‘marito mio’ e non mi chiamerai più ‘mio padrone’… In quel tempo farò per loro un’alleanza con gli animali selvatici e gli uccelli del cielo e i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese, e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore. E avverrà in quel giorno – oracolo del Signore – io risponderò al cielo ed esso risponderà alla terra, la terra risponderà al grano, al vino nuovo e all’olio e questi risponderanno a Izreel.” Questa volta è un circolo virtuoso che si instaura: l’amore appassionato di Dio suscita in Israele una risposta di amore, questa volta fedele. Il rapporto rinnovato con Dio muta inevitabilmente anche il rapporto con le cose che appaiono ora quello che sono, creature di Dio e rispondono pienamente al bisogno dell’uomo. Fino a che l’amore rimarrà vivo, non ci sarà pericolo che Israele si aggrappi ossessivamente al dono, perché il dono rimanda immediatamente al donatore amato appassionatamente.

            L’effetto di questo circolo virtuoso è facilmente riconoscibile nel ‘Cantico di Frate Sole’ di san Francesco. Non è pura contemplazione della bellezza incontaminata della natura, come potrebbe proporre una lettura superficiale; la prospettiva è chiaramente antropologica. Tutto viene considerato in relazione con l’uomo e con la sua vita: “Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.” Ma non è la terra che conferisce identità al cantore; è il Signore della terra. E non c’è rischio che san Francesco cerchi dalla terra la sua identità appropriandosi dei beni; la sua identità gli è data da quello che egli chiama ripetutamente mi’ Signore. Francesco non ha quindi bisogno di chiedere alle cose quel supplemento di valore di cui ogni uomo ha bisogno; questo supplemento lo ha già, e più che abbondante. Può dunque usare le cose senza bisogno di farle ‘sue’. Tutto questo ho detto non perché pensi che noi tutti possiamo diventare dei santi come Francesco, ma per ricordare a me (e, se volete, a voi) che il problema dell’ambiente è il problema stesso dell’uomo e che solo una crescita di umanità dell’uomo può permettere di vivere meglio la presenza dell’uomo nell’ambiente.

Fonte: http://www.diocesi.brescia.it/main/varie/lectio_magistralis_monari.php

Un giorno un’aquila…Lectio Magistralis di Mons. Luciano Monariultima modifica: 2009-03-15T12:00:00+01:00da borgosotto
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