La Chiesa, abbraccio di diversità

Chi ha conosciuto il postconcilio ricorda certo le forti tentazioni, cui a volte si è anche ceduto, di contestazione e di contraddizione della comunione ecclesiale, ma ricorda anche il coraggio, la passione, la volontà di esercitare la propria responsabilità nella vita ecclesiale. A quella stagione, segnata anche dalla conflittualità, è subentrato non un vissuto di comunione più profondo e praticato nel quotidiano, ma un appiattimento, una stanchezza che a volte lascia spazio alla tentazione di non partecipare più al cammino ecclesiale. […] Ma una chiesa che pretende di comunicare, di dialogare con i non cattolici e non si mostra capace di avere dialogo al proprio interno non è credibile: è una questione di semplice coerenza. Paolo VI, quando affrontò il tema del dialogo, lo considerò non una strategia alla ricerca di maggiore efficacia, ma un problema di fondo, di identità della chiesa stessa. Se una parola deve essere dialogo e confronto con chi non è cattolico, questa parola deve esserlo già all’interno del corpo, dell’organismo che vuole dialogare e comunicare: per poter allargare i cerchi del dialogo, è necessario promuoverlo innanzitutto nello spazio ecclesiale, all’interno della chiesa cattolica, tra i suoi figli. Saper ascoltare tutti, dare la parola a tutti e, quindi, parlare è ciò che caratterizza uno spazio in cui è possibile il formarsi di un’opinione pubblica, il recupero di quella parresia, di quella franchezza e libertà di parola che fa parte dello statuto cristiano. […] Una chiesa veramente “comunionale” è anche quella in cui la libertà è vissuta e assunta responsabilmente dal cristiano, il quale percepisce come auspicata la propria voce, anche qualora risuonasse differente.

Non credo di essere il solo a sognare delle comunità e delle chiese in cui, senza scadere nella divisione, senza essere preda del detestabile spirito della contestazione e del più attestato spirito della mormorazione, si abbia il coraggio e la libertà di esprimere anche un “dissenso leale” là dove non è richiesta l’unità della fede. La chiesa non ha nulla da perdere ma tutto da guadagnare se riesce a mostrare che il prendere la parola, prima di essere un rischio, è una responsabilità, cioè un rispondere a un corpo di cui si fa parte, a una comunione plurale costruita giorno dopo giorno.

I vincoli di comunione che devono essere rispettati all’interno della comunità cristiana chiedono anche la pratica dell’obbedienza ai pastori, ma non escludono mai confronto e dialogo: quando si afferma che la vita della chiesa non è riducibile a una “democrazia non si vuole affermare che essa è autocrazia o monarchia, bensì che si tratta di una realtà teologale in cui la presenza dello Spirito crea il “senso della fede” e dà la possibilità del discernimento nella saldezza e nell’unità dell’intero corpo ecclesiale.

(Da Enzo Bianchi, “La differenza cristiana”)

La Chiesa, abbraccio di diversitàultima modifica: 2009-03-19T12:13:08+01:00da borgosotto
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