La resurrezione dinanzi alla passione dei viventi

di Roberto Mancini, AVVENIRE, 7.4.09

H a scritto Ernst Bloch che l’u­manità, nel desiderio di una vita oltre la morte, ha e­spresso «l’innegabile dignità di non accontentarsi del cadavere». Ma di­nanzi all’annuncio della resurre­zione di Gesù non l’angoscia, ma la speranza esita, temendo di illu­dersi. L’annuncio è spesso giudi­cato frutto di fantasia. O inglobato in uno schema giuridico- sacrale che intende la vita risorta come un premio per i meritevoli. Tanto che molti cristiani credono più all’in­ferno che alla resurrezione. Ma l’o­biezione vera viene dalla sofferen­za insensata dovuta alla malvagità, alle calamità naturali, ai lutti in­terminabili.
 
Guardando le cose da questo fondo tragico dell’esperienza umana e di tutti i viven­ti cade la visione trionfalista della resurrezione e perde credibilità l’i­dea di una divinità onnipotente, cui si rimprovera di non essere in­tervenuta ad Auschwitz e in luoghi simili.
  Tuttavia, proprio nel patire possia­mo considerare l’annuncio della resurrezione, invece di liquidarlo. Se riusciamo ad affinare la co­scienza della nostra condizione di fragilità, perveniamo a due nega­zioni: il no alla rassegnazione e il no all’attesa di una soluzione ma­gica. Può aprirsi allora il confron­to con il senso della resurrezione, che chiede di risalire al nucleo di ciò che siamo. L’umanità di ognu­no
giunge alla luce lì dove il male, anche solo in un punto, è vinto. È un confine definito non dall’as­senza di sofferenza, ma da una ri­sposta d’amore al patire e al male stesso. La resurrezione attraversa la morte perché esprime la speci­fica forza dell’amore, che genera la liberazione dal male, dunque da o­gni situazione di morte, compresa la definitività della morte fisica. L’annuncio del ritorno di Gesù dal sepolcro è una luce per chiunque non accetti di collaborare alla di­struzione, anche se essa intanto ci colpisce.
  Gesù ha mostrato che la resurre­zione è dei ‘ vivi’, cioè di quanti a­deriscono all’amore divino, che è l’amore secondo il bene, e lo rico­municano. Ma la misericordia che egli rivela sulla croce è anche l’ab­braccio
di Dio per coloro che sono ‘ morti’ perché si sono estromessi da ogni corrente di bene. Dio apre, in Gesù, la resurrezione degli ama­ti. Anche i non amabili sono ama­ti e la loro vita è accolta da Dio, che « va in cerca di ciò che è perduto » ( Qo, 3, 15). Vero Padre è infatti co­lui che non abbandona mai nessu­no e ti viene a prendere quando sei perso in un pericolo mortale. Co­me suggerisce a suo modo Kafka: « Questa vita appare insopportabi­le, un’altra irraggiungibile. Non ci si vergogna più di voler morire, si prega di essere portati dalla vec­chia cella, che si odia, in una nuo­va cella, che si imparerà a odiare. A determinare quella preghiera contribuisce un residuo di fede che durante il trasporto il Signore pas­si per caso nel corridoio, guardi il prigioniero e dica: ‘ Questo non rinchiudetelo più. Viene da me’ » .
  Più del codice genetico e della fa­miglia d’origine, non c’è che la re­surrezione, in quanto avvento di u­na vita vera, che ci restituisca a noi stessi. Perché siamo davvero noi stessi lì dove il male non ha più il potere di conquistarci a sé.
  Lì dove ogni nucleo della persona – bisogni, emozioni, sentimenti, desideri, corpo, coscienza, anima, libertà, azioni – giunge a confor­marsi
al bene. È la trasformazione in amore di tut­to ciò che è in noi e, insieme, è la trasfigurazione di ogni amore am­biguo in un amore secondo il bene. È la nuova nascita cui aderire ora, senza rinvii all’al di là. Per questo, dice Bloch, « Gesù è il nostro volto disvelato » .

La resurrezione dinanzi alla passione dei viventiultima modifica: 2009-04-07T18:15:59+02:00da borgosotto
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