Se dalla sofferenza di Dio nasce la Speranza (J.Moltmann)

 Con Gesù dalla storia della morte alla storia della vita eterna

 

di Jürgen Moltmann, in AVVENIRE, 24.5.09

Il rapporto tra gli studiosi del Nuovo Testamento e i teologi, e viceversa, non sempre è stato dei migliori, perché i primi devono condurre un’indagine critica e i secondi devono dare formulazione alla certezza della fede. L’esegesi del Nuovo Testamento è segnata dalla tendenza moderna a cedere allo storicismo, mentre la teologia è segnata da quella a comprendersi come filosofia cristiana della religione, e in tal modo entrambi si allontanano parecchio l’una dall’altra, in ogni caso per non interferire e non disturbarsi reciprocamente. Ma ci sono anche i richiami a quanto ci è comune. Base della nostra lettura è lo stesso libro: il Nuovo Testamento, nel contesto del canone biblico. Lo leggiamo certamente con occhi diversi e con differenti interessi, ma si tratta delle stesse parole e idee, è lo stesso messaggio che noi leggiamo. Che cosa, dunque, dicono gli studiosi del Nuovo Testamento ai teologi e che cosa dicono i teologi a chi studia il Nuovo Testamento, nella comune lettura della Scrittura? La risposta è allo stesso tempo semplice e difficile, proprio come accadde nell’incontro dell’apostolo Filippo con il ‘funzionario etiope di Candace’. Costui, nella sua carrozza, leggeva il profeta Isaia e proprio nel momento in cui stava leggendo il capitolo 53 giunse a «Gaza, che è deserta» (come oggi).

Filippo ferma il carro e interpella il lettore della Bibbia con la domanda ermeneutica: «Capisci quello che stai leggendo?», e «partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui (il Vangelo di) Gesù» (At 8,35). Comprendiamo noi ciò che leggiamo, e afferriamo bene ciò che sappiamo?
  Questa è la domanda comune a esegeti del Nuovo Testamento e a teologi, e se questa è la domanda teologica rivolta agli esegeti del Nuovo Testamento, che conoscono i loro testi dal punto di vista della critica testuale e dal punto di vista storico, ciò, però, presuppone nei teologi che anch’essi leggano il Nuovo Testamento con l’aiuto degli esegeti; dunque la domanda ermeneutica è rivolta a noi: «Quello che vuoi comprendere, lo leggi anche?». Felice l’esegeta del Nuovo Testamento che sa unire in sé entrambi le cose, come l’ha saputo fare Charles Moule; infelice il teologo che non lo sa fare. Ma come è possibile unire le due cose, per rispondere alla domanda ermeneutica in modo credibile? […] Se si vuol comprendere i testi del Nuovo Testamento nel senso dei loro autori, si deve entrare in rapporto con il loro messaggio cristiano, il messaggio che essi intendono comunicare. Io devo comprendere che cosa essi vogliono annunciare, raccontare o descrivere come Vangelo di Gesù Cristo. Ciò non significa che io debba essere d’accordo o che soltanto dei cristiani possano oggi comprendere i cristiani di allora. Né io devo essere necessariamente un credente per poter studiare teologia. Ma l’esegesi teologica di testi neotestamentari prende i testi alla lettera e cerca di afferrarne il contenuto. In questo giocano un ruolo importante, a cui occorre prestare sempre attenzione, il contesto, il kairos e la comunità di origine di questi testi, ma i testi non hanno solamente questi ambienti di riferimento, bensì anche il loro specifico contenuto, tanto che noi dobbiamo considerare le loro affermazioni anche secondo quello che viene detto. Un’indagine teologica sulla teologia dell’apostolo Paolo nella Lettera ai Romani, nel suo tempo e nella sua situazione, è però soltanto un lato dell’esegesi teologica. Dall’altro lato si pone la domanda su ciò che questo messaggio teologico può significare per noi oggi. Qui si leva il ponte ermeneutico from what meant to what it means (da ciò che ha significato a ciò che significa), e qui inizia il lavoro del teologo.
  Egli deve leggere la Lettera di Paolo ai Romani come se essa non fosse scritta soltanto ai cristiani di Roma di allora, ma anche a lui, lettore, e ai suoi
contemporanei di oggi. Può allora, il teologo, prescindere dal lavoro teologico dell’esegeta del Nuovo Testamento e far apparire come per incanto la sua propria esegesi?
  Prendiamo ad esempio Karl Barth. Il suo libro
La Lettera ai Romani apparve nel 1922, diede vita alla nuova teologia dialettica e fu per molti l’opera teologica più importante della prima metà del XX secolo. La prefazione inizia con le frasi: «Paolo ha parlato ai suoi contemporanei come un figlio del suo tempo. Ma assai più importante di questa verità è quest’altra, che egli parla, come profeta e apostolo del Regno di Dio, a tutti gli uomini di tutti i tempi.
  […] Tutta la mia attenzione è stata rivolta a penetrare con lo sguardo attraverso l’aspetto storico, secondo lo spirito della Bibbia, che è lo Spirito eterno». Ci si deve confrontare con il testo e con ciò che si trova in esso fino a che il muro tra il primo secolo e il nostro secolo diventa trasparente, fino a che Paolo parla là e l’uomo ascolta qui. […] La questione ermeneutica è la questione del ‘come’: come devo comprenderlo? L’ermeneutica non dà risposte alla questione del ‘perché’: perché devo comprenderlo? Essa presuppone la risposta positiva.
  Perciò: perché facciamo questo sforzo? Forse perché il Nuovo Testamento è il documento fondativo della tradizione cristiana e ha caratterizzato la storia della nostra cultura europea? Per questo, però, basterebbero la ricerca storica sui documenti e la loro storia degli effetti nel cristianesimo. Forse perché il Nuovo Testamento viene letto, spiegato e predicato in ogni liturgia della Chiesa? Questo è vero: il Nuovo Testamento non ha il suo
Sitz im Leben soltanto nella terra di Giudea di duemila anni fa, ma anche sugli altari e sui pulpiti delle chiese e nelle mani dei lettori di oggi. La parola che suscita la fede, che motiva l’amore e incoraggia alla speranza, rende presente Cristo. Per comprendere questa parola l’esegesi teologica e una corrispondente teologia ecclesiale del presente sono necessarie. Ma tutto questo basta? Adesso io parlo da teologo: il ponte ermeneutico, che porta dal Gesù storico e dal suo Vangelo a noi oggi, è il ponte sul fiume Lete, il fiume della dimenticanza. Esso è anche il ponte sul fiume di ciò che passa, poiché in fondo è, in primo luogo e in definitiva, il ponte dal Gesù storico al Cristo presente. È il ponte della risurrezione, posto sull’abisso della morte. Solo in forza della sua risuscitazione dalla morte di croce nell’anno 33, ad opera di Dio, Gesù è oggi presente.
  Se partiamo dalla presenza del Risorto, allora ricordiamo la vita, l’opera e la morte di Gesù come ‘la storia di un vivente’, proprio come gli evangelisti hanno raccontato la sua vita e la passione alla luce della sua risurrezione. Il ponte ermeneutico ha il suo fondamento in questa svolta indeducibile e inattesa dalla morte alla vita, che noi riconosciamo avvenuta in Gesù Cristo: la sua fine temporale divenne il suo inizio eterno. Sul ponte ermeneutico percepiamo la storia della morte di Gesù Cristo nella luce del futuro della vita.
  Guardiamo indietro al futuro passato di Cristo e viviamo nel presente di colui che verrà. Nella storia di morte degli storici Gesù diventa ‘storico’ e rimane a noi estraneo; nella storia di futuro della vita eterna noi lo comprendiamo e addirittura accendiamo la fiamma della speranza sui cimiteri della storia, poiché Gesù non solo è risuscitato dalla sua morte di croce, ma è risuscitato ‘dai morti’ anche come il primogenito di coloro che si sono addormentati e come l’autore della vera vita. In tal modo si raggiunge l’orizzonte universale di ciò di cui parla il Nuovo Testamento. Nel Cristo della Chiesa c’è più che la chiesa: si tratta della venuta di Dio e del futuro del nuovo mondo della vita, che supera la morte. Comprendiamo ciò che leggiamo? Quando leggiamo il Nuovo Testamento e ne abbiamo profonda intelligenza, ci avviciniamo a ricordi sorprendenti e alla accecante luce di una grande speranza. Filippo aveva dunque probabilmente ragione, quando «cominciando da questo passo della Scrittura annunciò il vangelo di Gesù».

Il dolore della Croce apre le porte alla luce della Resurrezione, quello di Giobbe conduce alla scoperta di avere sempre Dio al proprio fianco.
  Faccia a faccia tra il teologo luterano Jürgen Moltmann e il filosofo cattolico Philippe Nemo, ospiti al Festival della teologia di Piacenza

Se dalla sofferenza di Dio nasce la Speranza (J.Moltmann)ultima modifica: 2009-05-24T12:29:08+02:00da borgosotto
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