Beatitudini. L’imperativo della felicità

di Paul Ricoeur, AVVENIRE 20.6.09

 Come assumere la sfida della felicità? C’è un punto in cui l’ipotesi di lettura eccede le istruzioni strettamente inerenti al testo e invita a riempire gli spazi vuoti. Questi ultimi sono numerosi. In primo luogo sul versante dell’infelicità non è detto che ogni figura sia confinata in un unico significato, sia che si tratti di carenza, di ostilità o di un vivere insieme travagliato. Non è neanche detto che la lista degli infelici-felici sia completa. Mi sia permesso evocare una figura inattesa di infelicità che, come tutte le altre, concerne i buoni e i cattivi, i giusti e gli altri o, nel linguaggio del salmo 1, coloro che non sono né più né meno malvagi o perduti degli altri (come traduce Meschonnic): si pensi ad esempio a un ragazzo che abbia accoltellato un compagno ferendolo a morte; il giovane assassino viene condannato per omicidio involontario, ed è colpevole. L’infelicità, in questo caso, è dovuta alla cattiva sorte intervenuta tra l’intenzione, quale che fosse, e l’evento; forse si può dire che vi è infelicità tra ogni intenzione e l’evento che la rende irriconoscibile. Simone Weil è colei che ha pensato l’infelicità come qualcosa di distinto dal male, sia subito, sia inflitto. Ambito immenso dell’infelicità. In secondo luogo, per quanto riguarda il vissuto della sfida che l’ottativo della felicità lancia all’infelicità, bisogna lasciar posto anche all’indignazione. Sono in molti quelli che non riescono a sentire l’inno al trionfo della felicità se non come insulto alla loro personale infelicità: «Lei parla di felicità? Ma è davvero possibile in presenza del male e, più in particolare, dopo lo scatenamento di violenza verificatosi nel mondo a metà del XX secolo? Se è vero che le vittime non reclamano vendetta, chiedono almeno giustizia! Ora, quello che voi insinuate come sottinteso della felicità è il perdono!».

Non voglio nascondere il mio imbarazzo. Abbiamo qui la sconfitta delle argomentazioni, sia quelle che sono state sbaragliate una prima volta da Giobbe, sia quelle più desolanti della consolazione e della ricompensa, che il nostro testo evoca solo in Matteo 5,5 e 5,12 per trasporle e riorientarle sotto il pungolo della logica di sovrabbondanza che spezza la logica di equivalenza di dono e controdono, tipica dell’economia di mercato il cui regno si estende dalla legge del taglione… alla ricompensa. In tal modo, sottratte all’attività argomentativa dell’intelletto raziocinante, le figure della felicità vengono a coincidere con quelle in cui si inscrivono sentimenti fondamentali come la gioia e l’esultanza (cfr. Mt 5,12); tutti celebrano il surplus di senso e di essere, l’accrescimento e il compimento enunciati dalla parola ‘felicità’. Professione di irrazionalità? In un certo senso sì. Nel senso in cui Angelo Silesio sostiene che «la rosa è senza perché!». Questo è il punto: il ‘perché’ delle beatitudini è identico al ‘senza perché’ della rosa e di tutto ciò che nasce, cresce, fiorisce. Forse l’interlocutore obietterà: «Dov’era Dio ad Auschwitz?». Non si può che rispondere che effettivamente ad Auschwitz era assente, inudibile. Ma veniva percepito altrove, in un monastero perduto, una masseria lontana, o forse vicinissimo… L’ostinazione della parola della felicità consiste in questo: altrove o un giorno la si potrà udire, ci sarà qualcuno che aspetta di pronunciarla, come attesta la confessione di un medico, un ebreo polacco scampato alla strage: «Come diceva mio padre prima del massacro, lo dico anch’io a mia volta: la vita è bella!». Un insulto alla sua stessa condizione di infelicità? No, piuttosto una sfida della felicità all’infelicità. Dunque ci vuole pazienza! Infine, sul versante dell’ottativo della felicità e del suo contributo al pensare, molteplici sono le piste aperte. Se il ‘senza perché’ dice la sconfitta dell’argomentazione, le figure della felicità dicono qualcosa della ‘rosa stessa’. Non può non stupire la libertà di espressione del testo delle beatitudini al momento di delineare l’orizzonte della felicità: regno dei cieli, vedere Dio, essere chiamati figli di Dio… per non parlare dei pudichi passivi divini: saranno consolati, saziati, troveranno misericordia. Nessun vincolo concettuale sembra inerente alle formule di apertura: «Felicità a…». Che cosa potrebbe allora significare, per noi, pensare secondo l’ottativo della felicità? Innanzitutto, per un intellettuale che attinge congiuntamente alle fonti ebraica e greca, significherebbe rianimare quei contesti nei quali tali parole hanno assunto un significato. Regno dei cieli, regno di Dio? Tutta l’escatologia giudaica dell’epoca di Gesù presenta questa tematica, e dietro questa utopia l’ideologia regale del passato, nella quale si era forgiata la figura di un Re e del suo Regno, figura capace di esprimere l’oggetto della glorificazione anche quando nella realtà non ci sono più né il re, né il suo regno. Questa simbologia ha avuto una tale capacità di resistenza da durare fino a quando non è stata sostituita da quella della repubblica dei fini, nell’illuminismo. E sul versante greco come non lasciarsi condurre al culmine del desiderio dalla sfilza di termini, coniati in epoche diverse, che traduciamo con ‘felice’ e ‘felicità’: ólbios, eudaímon, e il makários dell’evangelo? Queste parole non mirano forse, sia pure in contesti linguistici e culturali differenti, allo stesso Aperto? Forse non sarebbero riuscite a metterlo a fuoco se non ci fosse uno scarto tra le diverse designazioni, che non sono all’altezza del significato da esprimere. Da parte mia, non sono contrario a far interagire due testi di eminente livello culturale come il Discorso della montagna e l’Etica nicomachea di Aristotele. Non confondo certo, in un sincretismo debole e vago, il riferimento biblico al regno di Dio e alla sua giustizia con il riferimento socratico al Bene, che si manifesta come forza catalizzatrice della giustizia degli uomini. Ma l’incontro, anzi la collisione tra questi testi è anche evento di pensiero, un evento fondatore dell’Occidente. Un testo proclama: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). L’altro definisce la felicità come qualcosa di perfetto che basta a se stesso, ed è il fine delle nostre azioni. E il filosofo annota che la sua definizione riceve conferma dalle opinioni della maggioranza degli uomini o dei sapienti, nel solco di Solone e dell’oracolo di Delfi, avocando così a sé la testimonianza di Omero, degli autori di tragedie e del grandissimo Platone. L’etica del Nuovo Testamento non è forse stata paragonata a quella dei filosofi cinici greci, approfittando del grande rimescolamento di idee avvenuto in età ellenistica? Non siamo forse, a modo nostro, degli eredi del mondo ellenistico al quale dobbiamo anche la traduzione in greco della Bibbia ebraica, con le sue creazioni di vocabolario e di interpretazione? Ma questa restaurazione dello scenario antico non può costituire altro che una semplice tappa filologica e archeologica sul tragitto di una creazione concettuale che sia all’altezza delle problematiche contemporanee. Alla ricerca di figure della felicità che siano proponibili al crepuscolo dei grandi sistemi dell’epoca moderna, mi sono arrischiato in un’esplorazione nella quale mi faccio guidare da un grande libro del pensiero ebraico contemporaneo: La stella della redenzione, di Franz Rosenzweig, scritto nella sofferenza delle ultime trincee della Prima guerra mondiale, come spunto iniziale, prima della Shoah, per una riflessione che noi oggi possiamo riprendere e sviluppare. L’opera è suddivisa in tre grandi temi che strutturano la nostra esperienza del tempo: il tema della creazione, che è sempre presente, il tema della rivelazione, parola che si rivolge nell’oggi all’intimo della persona, il tema della redenzione, proiezione dell’attesa verso il futuro sempre in divenire della comunità. Ebbene, da questa grande suddivisione del passato della creazione, del presente della rivelazione e del futuro della redenzione possono nascere tre figure importanti della felicità. Felicità della creazione? È l’ammirazione, la meraviglia che abbiamo sentito cantare da Isaia. «I cieli narrano la gloria di Dio», dice il salmista (Sal 19,1), e il poeta moderno gli fa eco: «Essere qui è regale, splendido». La rivelazione? Qui la felicità si collega a un legame individuale, da persona a persona, e prende il nome di ‘esultanza’. Sboccia quando per la prima volta il primo uomo si rivolge alla prima donna: «Questa volta essa è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2,23). La felicità dell’esultanza è subito felicità della designazione: «Questa volta essa…», e felicità dell’assegnazione del nome: «La si chiamerà donna». Tutto il Cantico dei cantici, osserva Rosenzweig, occupa un posto d’onore nella Pasqua con quella parola di sfida che porta dalla seconda alla terza figura della felicità: «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). Non è un indicativo, è un ottativo. Leggere il Cantico dei cantici all’ottativo: «Amami», riassume Rosenzweig. Felicità dell’esultanza! E ora, la terza figura della felicità, quella rivolta verso il futuro. Rosenzweig propone il termine ‘redenzione’. Certo, noi cristiani professiamo che la Parola si è fatta carne. Ma non è forse un modo per rilanciare tutte le nostre migliori attese, oltre che la conferma di una venuta che ha avuto luogo? Il Maestro, infatti, non è sempre atteso: «Verrà come un ladro» (2Pt 3,10). Furtivamente, in modo inatteso, insperato, egli verrà. Come chiamare la felicità di attendere? Forse ‘aspirazione’. Felicità di aspirazione? È la parola che l’apostolo Paolo pone all’inizio del suo inno alla carità, nella Prima lettera ai Corinti: «Aspirate ai carismi più grandi!» (12,31), e più avanti: «Ricercate la carità. Aspirate pure anche ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia» (14,1). Dunque l’inno all’amore, alla carità viene proiettato in avanti dalla ricerca, dall’aspirazione. È assolutamente degno di nota il fatto che, in questo testo dell’Apostolo, l’idea di aspirazione sia associata a quella di dono. È appunto questo ciò che fa della felicità di aspirazione un ottativo, una delle tre figure dell’ottativo della felicità, la figura della felicità al futuro.

Beatitudini. L’imperativo della felicitàultima modifica: 2009-06-22T19:26:10+02:00da borgosotto
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