Vacanze o riposo dello spirito?

di Gianfranco Ravasi, AVVENIRE 28.9.09

 Siamo all’inizio dei mesi estivi che recano in sé l’impronta tutta moderna della « vacanza » , una sorta di vuoto, una pagina bianca che molti non sanno come riempire e che, per questo, o stracciano consumandola in noia o ricolmano con la stessa frenesia del resto dell’anno (la Rimini estiva e vacanziera è proprio diversa dalla Milano feriale e convulsa?). È paradossale, ma il termine « vacanza » – come è noto – deriva dal latino  vacare che in realtà significa dedicarsi pienamente a un’attività. È per questo che nelle antiche culture la vacanza, così come è ora concepita, non esisteva. La vera sosta, infatti, dovrebbe scandire ogni giornata e ogni opera umana: Pascal non esitava a scrivere che « ogni disgrazia viene agli uomini da una cosa sola: il non saper restare in riposo in una camera » (Pensieri,  n. 139, ed. Brunschvicg). Il concetto più profondo e genuino di vacanza potrebbe essere espresso ricorrendo piuttosto alla categoria « riposo » che, a livello biblico, ha un rilievo particolare. È ciò che vorremmo ora illustrare, prendendo come punto di riferimento il paragrafo che suggella il primo racconto biblico della creazione (Genesi 1, 1- 2, 4a), considerato dagli studiosi frutto della cosiddetta « Tradizione Sacerdotale», sorta nel VI secolo a. C. durante l’esilio babilonese di Israele.

Ora, come è noto, questa pagina è ritmata sullo schema ebdomadario con approdo al riposo sabbatico: la settimana liturgica (il calendario nelle sue forme prototipiche non era mai modellato sulla base di un computo « cronologico » estrinseco, ma era sempre generato dal mito e dal rito) regge la narrazione della creazione. Anzi, il numero « sette » scandisce tutta la trama di quel racconto, nella consapevolezza che quella cifra nell’antico Vicino Oriente era carica di una valenza simbolica di pienezza e perfezione. E questo era sperimentabile già nella stessa architettura sacra: a Babilonia e a Borsippa le ziqqurratu, ossia i templi a piramide, avevano sette piani, come su sette piani erano strutturati i complessi templari di Lagash e Uruk. Ora, se ci soffermiamo sul nostro testo biblico, ci accorgiamo che non solo sette sono i giorni del racconto, sette sono anche le formule fisse usate per costruire la trama del racconto, sette volte echeggia il verbo bara’, « creare », 35 volte (7 x 5) risuona il nome divino ’Elohîm, 21 volte (7 x 3) entrano in scena « terra e cielo » , mentre il primo versetto del testo ebraico è di sette parole e il secondo di quattordici (7 x 2)… Si può, a questo punto, affermare senza esitazione che « il sabato appare come il coronamento della creazione, e proprio per legittimare l’istituzione del sabato il capitolo 1 della Genesi sembra essere stato composto » (J. A. Soggin). Leggiamo, allora, il passo col vertice ‘ sabbatico’ del racconto genesiaco: « Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. Queste sono le origini del cielo e della terra quando vennero creati » (2, 1- 4a). « Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato e lo voglio regalare ad Israele ». Questa semplice e pittoresca definizione rabbinica può riassumere l’atteggiamento di venerazione, di amore e di stupore con cui l’ultimo Israele ha accolto, come i suoi padri, quel settimo giorno, nervatura e consacrazione dell’intero fluire della settimana, cioè del tempo. Anche se collegato dalla stessa Bibbia all’idea di « riposo » (2, 2) attraverso una libera associazione etimologica (il termine shabbat forse potrebbe indicare semplicemente « la settima » giornata), il sabato non è – come ironizzava già Tacito – un’area vuota, votata alla pigrizia. Il riposo biblico è, infatti, un concetto positivo, che non si riduce a mera assenza di fatica. Anzi, come è spesso attestato, è per eccellenza simbolo della piena e perfetta comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augureranno ai loro defunti (e non si vede perché si debba cambiare questa formula biblica, come talora è suggerito da alcuni). Già in Mesopotamia esistevano calendari a ritmo settenario regolati dalla divinità lunare che scandiva il tempo: il shapattu babilonese indicava un giorno di luna piena, segnato però probabilmente da connotazioni infauste. Si trattava di uno « spazio » confinato e isolato nel tempo, tant’è vero che esistevano altri giorni intangibili e magici analoghi al settimo giorno ed erano considerati nefasti per intraprendere ogni tipo di attività (erano chiamati in babilonese umu lemnuti, in pratica « giorni intoccabili»). Certo, il rischio di isolare sacralmente il giorno festivo in un’aura di incensi e di prescrizioni legali, rendendolo una specie di tabù, circondato da una siepe di proibizioni, sarà un rischio sempre in agguato in tutte le religioni. In realtà, come diceva quell’aforisma rabbinico, il riposo festivo è un tesoro; è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali; è un seme che feconda la terra del lavoro; è uno sguardo verticale, levato verso l’alto e l’infinito, capace di interrompere l’orizzontalità della nostra visione comune e continua. È interessante notare che la stessa concezione presente nella Genesi (2, 1­ 4a) brilla nel Decalogo, il testo ispiratore della nostra pagina: « Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro » (Esodo 20, 8- 11). Sono importanti i due verbi, che ricorrono anche nella narrazione della Genesi, del « benedire » e del « consacrare » o « santificare ». La benedizione è, come sappiamo, sperimentabile secondo la Bibbia e le culture orientali soprattutto nella fecondità. La vita che si dirama di genealogia in genealogia è il supporto su cui Dio stende la sua trama di salvezza. Il sabato, come sosta di preghiera e di riposo non è assenza sterile di azione; è in sé fecondo, genera una sua vita che è squisitamente interiore, alimenta l’esistere stesso dell’uomo. D’altra parte, però, il sabato è anche « sacro », è come un’area protetta, simile al tempio e all’altare. In essa risiede il mistero, domina il silenzio, si incontra il divino. C’è, quindi, una sorta di contrappunto nel sabato biblico: da un lato è attivo, fecondo, collegato all’esistenza e alla creazione; dall’altro è chiuso in sé, perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non occupato dalle cose. Ed è proprio su questa duplicità, che non deve diventare opposizione, che dobbiamo recuperare l’autentica spiritualità non solo della nostra domenica, del culto, della preghiera liturgica, ma anche della meditazione e del riposo autentico. Se si perde quella duplicità, il settimo giorno diventa o un’isola sacra, in cui si esegue freddamente un « precetto », cioè l’assistenza a una liturgia, oppure un giorno come gli altri, freneticamente riempito di azioni, di divertimenti forzati, di rumori e distrazioni simili a quelli che profanano le strade e le ore degli altri sei giorni. Ritorniamo, allora, sulla dimensione della consacrazione o « santificazione » che suppone un’idea di « separazione » rispetto alla profanità, come accade appunto nello spazio sacro destinato come area per il santuario. Il sabato col suo riposo è il tempio del tempo, è l’architettura sacra che sostiene il tempo profano, è il luogo in cui l’uomo incontra la Gloria di Dio. Il giorno (o il tempo) del riposo fa tacere le cose esteriori e il ritmo quotidiano perché l’uomo incontri il mistero che lo avvolge. È la scoperta del silenzio « pieno », quello che, quando si è innamorati, è più eloquente, prezioso e comunicativo delle parole: due innamorati sanno attraverso il linguaggio del silenzio e dei loro occhi trasmettersi mille e mille sensazioni. Un po’ paradossalmente si dice che Pitagora imponesse ai suoi discepoli di non rompere mai il silenzio se non per dire una cosa più importante del silenzio. Alberto Moravia, in uno dei saggi raccolti nel volume L’uomo come fine (1964), riconosceva che « per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione li ha privati ». Questo è il senso di una vera vacanza « umana » e spirituale. Certo, il silenzio « vuoto » fa paura; la civiltà contemporanea moltiplica i rumori, alza i decibel, allarga il flusso della chiacchiera perché teme il silenzio o lo considera solo come assenza di parole. L’educazione al silenzio è riscoperta di se stessi, anche della propria miseria e solitudine. Un poeta, Giorgio Caproni, metteva in scena in una sua lirica uno dei tanti uomini soli che, di fronte ad una parete spoglia, pensa ai suoi torti e alle sue virtù ma non ha più nessuno con cui comunicare se non i morti. Le soste di riposo sono, invece, lo spazio del silenzio interiore popolato da Dio e dai fratelli coi quali si dialoga e si vive. Ma soprattutto è l’orizzonte silenzioso in cui si contempla e si dialoga con Dio. L’homo faber scopre il senso ultimo del suo esistere non nell’azione, pur necessaria, ma nel « riposo », attraverso la sua esperienza di homo religiosus. Lo scrittore mistico ebreo Abraham Joshua Heschel (1907- 1972) nel suo famoso libro dedicato appunto al sabato (Il Sabato, Garzanti 2001) dichiarava che « il settimo giorno fornisce all’uomo nel tempo un assaggio di eternità ». È suggestivo sottolineare un particolare rilevante nel racconto della Genesi. L’uomo, pur essendo al vertice della creazione, è però creato il sesto giorno: ora, nella simbolica numerica dell’antico Vicino Oriente il sei è la cifra dell’imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, relegato nella prigione del limite e dell’imperfezione. Attraverso il culto sabbatico e il suo « riposo », però, l’uomo esce dal carcere della sua natura di creatura del « sesto giorno » ed entra nell’orizzonte di Dio, nella perfezione del suo « settimo giorno », pregustando il « riposo » definitivo e perfetto della comunione eterna con Dio. Per questo l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva affermava che « il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro ». E quella splendida omelia che è la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo, non più occupato dagli idoli terreni e percorso dal frastuono delle disobbedienze e delle ribellioni, delle ingiustizie e del male (3, 7- 4, 11). Attraverso il vero « riposo », l’uomo non solo spiega e dà senso al tempo e alle opere che in esso egli compie, ma viene purificato e trasfigurato ed è introdotto nel « tempo » perfetto e pieno di Dio, il suo « eterno riposo » di pace e di luce. È curioso notare che in russo la domenica è espressa col vocabolo voskresen’e che letteralmente significa « risurrezione ». Il cristiano ogni domenica celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel destino ultimo che l’attende, quel « riposo eterno » a cui sopra abbiamo già accennato, una « vita radiosa, stupenda, meravigliosa », come diceva lo scrittore russo Anton Cechov, nella finale del dramma Zio Vanja (1899), perché sarà trasfigurazione del nostro essere in una nuova e perfetta creazione. È per questo che il pastore e teologo Dietrich Bonhoeffer, mentre stava andando incontro al martirio sotto i nazisti, che l’avrebbero impiccato il 9 aprile del 1945, aveva esclamato: « Riposo di Dio, tu vieni incontro ai tuoi fedeli come una sera di festa immensa! ».

Vacanze o riposo dello spirito?ultima modifica: 2009-06-30T07:55:48+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento