Scoprire il divino attraverso l’altro: tutti stranieri nella terra che ci ospita

di Bruno Forte, CORRIERE DELLA SERA, 22.7.09

“Lettera ai cercatori di Dio”

 Una «Lettera ai cercatori di Dio», che parte dalle domande che ci accomunano tutti, credenti e non credenti, e vorrebbe proporre un itinerario possibile per raccogliere la sfida di Dio. L’hanno pubblicata di recente (Edizioni San Paolo, Dehoniane, Elledici, Paoline) i Vescovi italiani, con un linguaggio e uno stile che potrà apparire insolito a chi ha dei credenti – e in particolare dei pastori della Chiesa – l’idea di persone arroccate nelle loro certezze. Al contrario, la Lettera è un esempio dell’esercizio di porsi in ascolto delle domande vere, di quelle che non sono ripetizione di quanto già sei o conosci, ma vengono a te dall’altro: sta forse qui il carattere più intrigante di questo testo. L’altro rivela te a te stesso: come sottolinea il pensatore ebreo Edmond Jabès, è lui/lei che «ti permette di essere te stesso facendo di te uno straniero». Con la sua differenza, l’altro ti consente di scorgere il profilo della tua identità sullo sfondo oscuro della differenza. In questo senso, l’altro estraneo a noi stessi ci abita da sempre: siamo tutti «ostaggi dell’altro» (Emmanuel Levinas). Perciò la prima parola di ogni essere umano è quella lanciata a chi gli/le ha dato la vita: non «io», ma l’altro che mi accoglie. È in tal senso significativa l’ambivalenza del linguaggio dell’estraneità: il greco xenos, come il latino hospes, dice ad esempio tanto lo straniero, quanto l’ospite, addirittura significato anche col termine hostis, il nemico.

Siamo, in realtà, tutti stranieri sulla terra che ci ospita, pellegrini in questo mondo: paroikoi, attendati nel viaggio breve o lungo della vita, debitori di noi stessi all’altro. La diversità dell’altro, se accolta con rispetto, ci genera alla verità di noi stessi, se rifiutata evidenzia la nostra alienazione. La sola arma per diventare noi stessi è allora quella di ascoltare le domande che l’altro, nuovo e diverso da noi, suscita in noi: la domanda vera ci spinge oltre la soglia della nostra solitudine, e proprio così è in grado di farci continuamente rinascere grazie al legame che essa rivela con l’origine che tutti ci accomuna, con lo sfondo misterioso su cui si stagliano e verso cui si muovono le esistenze nel mondo. L’accoglienza delle domande, che ci vengono dall’altro, diventa allora la via della costruzione di un essere umano più autentico, anzitutto per colui che le accoglie. In questo coraggio di lasciarci interrogare dalla verità delle domande, è Dio stesso – dice Jabès – ad avere «in permanenza libero accesso a casa mia». Perciò, la Lettera ai cercatori di Dio, proponendosi come uno strumento per stimolare la ricerca e l’incontro con Dio mistero del mondo, non poteva che partire da quelle domande, che ci fanno tutti pellegrini e cercatori dell’Altro. Testimoni della forza inquietante che si affaccia nella domanda, possiamo fare esperienza della fecondità di un incontro che non cancelli le differenze, ma le stimoli nella reciprocità. In questo senso la Lettera – destinata ovviamente anche alla lettura personale – vorrebbe essere anzitutto uno strumento e una proposta di dialogo, come è peraltro di ogni scritto che voglia costruire ponti fra le solitudini. Lo aveva compreso Platone nella memorabile critica della scrittura, contenuta nella parte finale del Fedro, lì dove insiste sul fatto che il vero ed autentico mezzo di comunicazione non è lo scritto, bensì l’oralità. Gli scritti non sono in grado di rispondere a nessuna domanda che venga posta loro; essi vanno nelle mani di tutti e non possono scegliere coloro ai quali si deve parlare e coloro per i quali bisogna invece tacere. Il libro, insiste Platone, «ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di difendersi e di aiutarsi da solo». Da parte sua, la scrittura, ospitando la comunicazione orale in essa ripresa, può riscattarsi dal suo limite originario e divenire una forma di resistenza all’oblio e di superamento delle lontananze, se fatta oggetto di dialogo e di interpretazione. Quando il lettore avrà riconosciuto nel testo la memoria dell’altrui vissuto, allora lo scritto gli restituirà la conoscenza di se stesso come dono dell’altro, dello straniero che nella parola scritta lo ha visitato e lo abita. La scrittura ricordando salva, e tanto più lo fa quanto più entra nel dialogo vivo della trasmissione orale, della testimonianza diretta. Così essa ci educa a resistere all’oblio dell’umano che è in noi e a riconoscerci nell’altro, straniero e ospite, fino ad amarlo come nostro fratello in umanità, uniti davanti al Mistero. È quanto la «Lettera ai cercatori di Dio» vorrebbe provocare, mostrando come l’ascolto delle domande vere, coniugato all’esperienza dei testimoni, possa diventare condivisione dell’incontro con Dio, con l’altro, con gli altri. Un testo da leggere nella convinzione che potrà suscitare vita solo se sarà sottratto alla sua solitaria esistenza e troverà padri-madri che lo presentino, lo facciano oggetto di dialogo, di reciprocità, di amicizia. Anche così non si può che concordare con quanto affermava un coraggioso testimone di Cristo ai tempi della barbarie nazista, il pensatore italo-tedesco Romano Guardini: «Solo la vita accende la vita»!

Scoprire il divino attraverso l’altro: tutti stranieri nella terra che ci ospitaultima modifica: 2009-07-23T18:53:02+02:00da borgosotto
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