Non la sofferenza ma solo l’amore salva

da Messagero di Sant’Antonio lug 2009

«… mi aspettavo anche una riflessione sul fatto che la sofferenza conduce alla salvezza… La sofferenza, infatti, ci rende graditi a Dio, ed è un bene prezioso da offrire per la conversione del mondo. Non è così?».

La sua domanda, mette a fuoco un’altra questione, che riguarda il significato salvifico del dolore. Vale a dire, la sofferenza del cristia­no (una malattia invalidante, un abbandono, un torto subìto, ecc.) hanno un qualche va­lore positivo in ordine alla salvezza? Se leggiamo i vangeli, l’unica sofferenza con valenza salvifica è quella derivante dalle perse­cuzioni contro la fede.

Soffrire senza rinnegare la propria fede in Dio è l’atteggiamento credente per eccellenza, che all’estremo può condurre al martirio, ma anche in questo caso non è la sofferenza ad essere gradita a Dio quanto piuttosto la fiducia incrollabile in lui esercitata pur dentro un contesto di durissima prova. Il cristiano accetta di perdere la vita quando non c’è altro modo per non perdere il suo legame con Dio, giudicato come realtà che fonda l’identità personale più genuina e profonda. E lo sguardo, a questo punto, non può che posarsi su Gesù, che la tradizione cri­stiana considera come modello di ogni mar­tirio. Anche qui va chiarito il fatto che Dio non approva e tantomeno apprezza la croce alla quale il Figlio è appeso dagli uomini. Gradito a Dio è piuttosto l’amore che porta Gesù ad accettare la croce: questa viene abbracciata (non scelta ma accolta) nel momento in cui intraprendere un’altra strada significherebbe tradire la missione affidatagli dal Padre, quella cioè di manifestare in pienezza agli uomini il suo volto di misericordia. È qui la grande svolta del vangelo: non gli uomini – come è nell’immaginario religioso di molti – devono sacrificarsi per rendere onore a Dio, ma Dio si lascia inchiodare alla croce perché gli uomini abbiano la vita e vedano finalmente il volto di un «Dio diverso», non vendicativo, «umile». Nella prospettiva cristiana, ben riassunta dall’immagine dolente ma assolutamente liberante e originale della croce, l’amore non si impone bensì si propone, si offre e perciò soffre.

Tornando sulla via maestra del nostro discorso, è chiaro dunque che non la sofferenza ma l’amore salva. La sofferenza non è ricercata dal cristiano per se stessa, per il fatto di avere un qualche peso specifico in ordine alla salvezza, quasi fosse un sigillo di garanzia di autenticità della fede. Solo che il permanere nell’amore (quando c’è rifiuto, disprezzo, indifferenza) richiede per tutti il pagamento di un prezzo salato. Il dolore e la sofferenza – con le varianti del caso – sono in genere questo prezzo: non il fine, dunque, ma l’inevitabile pedaggio per una fedeltà nell’amore che voglia essere leale e incrollabile.
Ci dobbiamo distanziare da un certo dolorismo che in passato ha condotto a una superficiale e dannosa esaltazione della sofferenza in sé, senza offrirne la specifica connotazione cristiana. Non è vero che ogni sofferenza è cristiana, così come non è vero che ogni croce è la croce di Cristo. Mi fermo qui, anche se rimane in sospeso una seconda questione: è possibile, e come, offrire a Dio la propria sofferenza?

Non la sofferenza ma solo l’amore salvaultima modifica: 2009-07-26T22:57:27+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

2 pensieri su “Non la sofferenza ma solo l’amore salva

  1. così hai scritto : Il dolore e la sofferenza – con le varianti del caso – sono in genere questo prezzo: non il fine, dunque, ma l’inevitabile pedaggio per una fedeltà nell’amore che voglia essere leale e incrollabile.
    io dico: guardando il percorso della mia vita,non mi sembra giusto dover pagare un pedaggio così elevato.!

Lascia un commento