Il cielo tra fisica e metafisica (G.Ravasi)

di Gianfranco Ravasi,  L’OSSERVATORE ROMANO 14.10.09

«Una volta mi ero trovato in un monastero in cui si pregava per una badessa ormai agli estremi. Un giorno fu esposto un annuncio che diceva: “Ci si deve attendere il peggio”. Il peggio, sembrava dire, sarebbe stato che ella andasse in cielo». Con questo aneddoto segnato da un’ironia bonaria ma non per questo meno pungente, il benedettino Jean Leclercq, importante studioso di san Bernardo e della letteratura cristiana medievale, evocava un simbolo tanto esaltato da tutte le civiltà ma anche un po’ esorcizzato proprio per la sua «trascendenza» rispetto all’orizzonte terreno ove abbiamo ben piantati piedi e radici. In modo analogo il celebre asserto finale della Critica della ragion pratica kantiana – «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e a lungo il pensiero vi si sofferma: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me» – è nei nostri giorni gaudenti decisamente accantonato. Il cielo, infatti, è nascosto spesso da una coltre di smog e la legge morale è subito tacitata dalla sguaiatezza e dalla superficialità. Eppure da quando l’uomo ha conquistato la stazione eretta e ha levato il capo verso l’alto, il cielo ha continuato ad attirare.

Il cielo tra fisica e metafisica (G.Ravasi)ultima modifica: 2009-10-14T22:59:52+02:00da borgosotto
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