Avvento: Dio viene

Carlo Molari,  http://www.cnos.org/

Avvento, dal latino adventus, significa venuta e indica l’azione con cui una persona si accosta ad un’altra. Nella liturgia, in cui ora la parola viene prevalente­mente usata, avvento indica il periodo che precede il Natale, non solo come memoria di una stagione stori­ca di straordinaria importanza, quale furono i secoli precedenti la nascita di Cristo, ma anche come cele­brazione di una legge fondamentale della salvezza: Dio viene nella storia umana, e quando Dio viene la vita fiorisce e si rinnova.

Avvento, quindi, per i cristiani, è la metafora che de­scrive gli eventi di salvezza secondo il modello della ve­nuta di Dio, o della discesa della sua Parola, o della ir­ruzione del suo Spirito, secondo le varie formule bi­bliche. Anche nel prologo del Vangelo di Giovanni tutta la storia della salvezza viene descritta come l’a­zione della Parola eterna di Dio che alla fine si esprime compiutamente nella umanità di Gesù. Gesù quindi viene presentato come rivelazione o epifania di Dio, perché nella sua morte e risurrezione è stato costituito «icona del Dio invisibile» (Col 1,15) , «irradiazione del­la sua gloria, impronta della sua sostanza» (Eb 1,3). At­tendere la sua venuta significa rinnovare la sua spe­ranza di Dio. I cristiani, quindi, utilizzano il modello dell’avvento per vivere e interpretare tutti gli eventi sal­vifici, come venute storiche di Dio, espressione della sua presenza attiva.

L’avvento di Dio nella storia umana, tuttavia, avviene sempre per mezzo di creature ed è necessariamente sempre limitato, frammentario e quindi progressivo. Il dono della vita, infatti, è troppo ricco e grande per poter essere accolto dalle creature in un solo istante. L’umanità può raggiungere nuovi traguardi solo passo dopo passo e, analogamente, ogni persona può inte­riorizzare le acquisizioni vitali solo a frammenti, attra­verso eventi successivi. Alla creatura, che a fatica emer­ge dal vuoto originario, la vita può offrirsi solo in modo limitato; il Bene può presentarsi solo nella suc­cessione; il Vero può concretizzarsi solo in progetti provvisori. Ogni giorno l’offerta creatrice di Dio, cioè le pressioni del Bene, del Vero, del Giusto sono neces­sarie perché l’uomo cresca e raggiunga la sua identità.

Celebrare l’avvento di Dio, perciò, non è solo ricor­dare un evento passato, ma è annunciare una legge, che vale per tutta la storia della salvezza: l’evoluzione procede solo per la continua azione di Dio, la creatura esiste solo in virtù della forza divina, che la attraversa e la costituisce. Concretamente, le parole che ci stimo­lano alla ricerca traggono la loro luce da una Verità eterna; i beni che ci attraggono hanno radice in un Amore sommo; l’armonia che ci affascina nelle cose riflette una Bellezza suprema; l’onestà che esprime coerenza e condivisione deriva da una Giustizia rigo­rosa; la misericordia, che offre perdono, si alimenta ad una Tenerezza senza limiti. Tutto questo nel mondo è Dio che viene.

La storia, secondo questa prospettiva, appare come il luogo della offerta continua di cui l’umanità ha biso­gno per svilupparsi e di cui ogni persona necessita per diventare se stessa. Le sfide attuali della società esigono altre rivelazioni, impongono invenzioni nuove di soli­darietà, inediti livelli di umanità. Le novità della storia sono le emergenze del Vero, del Bello, del Buono, del Giusto, del Vivente. L’avvento di Dio, perciò, deve con­tinuamente rinnovarsi nel tempo e sempre attraverso creature, cioè attraverso testimoni della sua presenza. L’avvento è l’infinita via del cammino di Dio in mezzo a noi.

 Stagione della speranza

 Ciò significa che l’uomo sviluppandosi nel tempo può pervenire alla sua pienezza solo a condizione che si apra continuamente a un dono nuovo. Le offerte vi­tali, cioè, potranno essere accolte in modo sempre più perfetto a condizione che la persona assuma un ade­guato atteggiamento di attesa. La necessità di fronte alla quale l’uomo si trova come creatura, che può ac­cogliere il bene solo in modo provvisorio e frammen­tario, è appunto scoprire che il Bene è prima dei suoi amori, che la Vita è prima della sua piccola esistenza, che la Verità è prima delle sue ricerche.

Ogni dono che riceviamo, perciò, rimanda ad una offerta ulteriore. Ogni tensione che noi avvertiamo, verso il bene, la verità, la gioia e la vita, riceve sempre risposte provvisorie e mai definitive. Ogni esercizio di speranza quindi ha un orizzonte infinito, ma riceve ri­sposte contingenti e deve essere, perciò, costantemen­te rinnovato. Per questo motivo l’avvento è stagione dell’attesa di Dio, è il periodo di allenamento alla spe­ranza teologale, componente strutturale di una au­tentica spiritualità umana.

La speranza teologale è appunto l’attesa e l’acco­glienza del dono che ci costituisce figli, ci consente di diventare ciò che ancora non siamo, di acquisire quel­la identità, indicata, come diceva Gesù, da «un nome scritto nei cieli» (Lc 10,20). Tale acquisizione si realiz­za nel tempo per le potenzialità che, pian piano, sono state costruite dentro di noi dalla forza creatrice, per­venutaci, a frammenti, attraverso l’amore degli altri. Questa è appunto la scoperta di Dio che consente alle attese vitali di svolgersi in speranza teologale. Ma que­sta scoperta richiede spazi di silenzio, momenti, cioè in cui viene consentito al nuovo di irrompere. Altrimen­ti riempiamo le nostre giornate sempre e solo del no­stro passato, e anche i nostri desideri e le nostre attese, pur riguardando il futuro, in realtà sono proiezioni del passato. Non è il futuro che irrompe, ma è il passato, declinato secondo le modalità del futuro: sono le espe­rienze dell’infanzia, i desideri indotti dagli altri, la pub­blicità che risuona dentro a presentarsi come avvenire. Non è il futuro che irrompe, non è avvento di Dio. Per la speranza autentica, invece, è necessario che sia la vi­ta a svelarsi in modo inedito, che sia il non detto a for­mularsi in parole mai pronunciate. Ora, perché questo avvenga nella nostra vita, è necessario che ci siano spa­zi di silenzio, momenti nei quali ci liberiamo da ogni nostro pensiero, da ogni nostra attesa, e consentiamo alla vita di pronunciare le sue nuove parole, di formu­lare le sue promesse, di aprire i suoi nuovi sentieri at­traverso i quali l’avvento possa ancora realizzarsi.

L’avvento perciò è tempo di attesa che, in silenziosi passi, Dio si accosti alla sua creatura, per rinnovarle il dono della sua presenza.

 (Da NPG 8/1995, pp. 5-6. Ora in Carlo Molari, La vita del credente, Elledici 1996)

Avvento: Dio vieneultima modifica: 2009-11-27T07:30:30+01:00da borgosotto
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