L’Avvento insegna l’arte dell’attesa

di Mimmo Muolo, Avvenire 29.11.09

Oltre il “tutto e subito” 

La prima domenica di Avvento è per la Chiesa come il primo gennaio per la società civile. Segna cioè l’inizio del nuovo anno liturgico, che nell’arco dei 12 mesi ripercorre gli eventi più importanti della storia della salvezza. Perciò non è fuor di luogo pronunciare anche in questo giorno quella parola – auguri – che di solito ripetiamo per convinzione, per abitudine o forse solo per scaramanzia a ogni Capodanno. In questo caso, infatti, gli auguri ci stanno tutti e per davvero. Perché l’Avvento, fin dai primi secoli della cristianità (quando questo periodo di preparazione al Natale prese progressivamente piede nelle comunità a partire dal IV-V secolo), inaugura una concezione nuova, per molti versi rivoluzionaria e totalmente liberante, del senso del tempo.

Professare l’attesa della seconda e definitiva venuta di Cristo attraverso la proposta di un itinerario prenatalizio significava a quell’epoca cambiare di 180 gradi la direzione di marcia delle umane aspettative. In altri termini, equivaleva a collocare l’età dell’oro non in un passato perduto per sempre (come insegnava la classicità pagana), ma in un futuro che la speranza cristiana permetteva di pregustare già come certezza. Anche oggi il tempo di Avvento, insieme con i suoi aspetti più propriamente religiosi (che sono gli stessi di sempre: attesa vigilante e gioiosa, speranza, necessità di conversione), conserva la stessa dirompente forza rivoluzionaria nel confronto con la cultura contemporanea. Perché, anche all’inizio del terzo millennio, indica un senso del tempo radicalmente antitetico rispetto a quello che certi ambienti culturali vorrebbero imporre come dominante. Per dirla in sintesi, l’Avvento insegna l’arte dell’attesa contro l’impazienza del tutto e subito. Non c’è bisogno di grandi analisi sociologiche per vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti. Un autore francese, Jean Debruynne, l’ha fotografato in pochi, lapidari versi: «Noi siamo quelli che non amano attendere/ non amiamo attendere nelle file/ non amiamo attendere il nostro turno/ non amiamo attendere il treno/ non amiamo attendere prima di giudicare/ non amiamo attendere il momento opportuno/ non amiamo attendere un giorno ancora/ non amiamo attendere perché non abbiamo tempo/ e non viviamo che nell’istante». Ed è questo istante che alla fine ci rende prigionieri di un eterno presente, cancellando memoria e identità e impedendo di progettare il futuro. Al contrario, solo chi sa attendere ama veramente e diventa attivo e creativo. La rivoluzione culturale dell’Avvento sta proprio in questo. Nel metterci di fronte a un Dio-Amore che ha scelto di farsi attendere e in definitiva ci ha liberato anche dal rischio di restare perennemente fermi sul fotogramma del qui e ora, per lasciar scorrere liberamente il film della vita con tutta la bellezza delle sue molteplici scene. Perciò anche nell’epoca dei computer e del tempo reale l’Avvento ci stimola a un’attesa operosa, intessuta di preghiera e di attenzione verso gli altri, oltre che di piena accettazione dei nostri limiti. Queste quattro settimane ci invitano a metterci in marcia sulle coordinate dell’essere e del suo senso profondo, piuttosto che su quelle di un fare disordinato e di un avere fine a se stesso. In definitiva, ci tolgono l’ansia da prestazione, per guardare serenamente a una storia che la mano della Provvidenza, anche attraverso l’impegno degli uomini di buona volontà, guida verso il suo epilogo di felicità eterna. E allora, nella domenica che segna l’inizio di questo tempo forte, è proprio il caso di scambiarci gli auguri: che sappiamo cogliere e interpretare nelle nostre giornate quelli che ieri il Papa ha chiamato i «cenni di Dio». Buon Avvento e Buon anno liturgico a tutti.

 

L’Avvento insegna l’arte dell’attesaultima modifica: 2009-11-30T16:39:54+01:00da borgosotto
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