Wojtyla, la forza di chiedere perdono (E.Bianchi)

Il Sole 24 ore – Domenica, 20 dicembre 2009

di Enzo Bianchi

Al cuore anche cronologico di questo primo decennio del nuovo millennio si colloca un evento che è divenuto “parola”, messaggio “urbi et orbi”, alla città di Roma e al mondo intero: l’agonia e la morte di Giovanni Paolo II. Più parlante ancora dell’immensa folla che seguì i funerali – potenti della terra e semplici fedeli accomunati nel raccoglimento e nella preghiera – , più eloquente del libro del Vangelo posto sulla bara – con il vento dello Spirito che ne voltava le pagine e scompaginava i paramenti dei cardinali –, resta l’immagine del grido soffocato del papa affacciato alla finestra del suo studio pochi giorni prima: il volto dell’agnello reso afono che testimoniava fino all’ultimo il desiderio di proclamare la buona notizia del Vangelo. Giovanni Paolo II seppe fare della propria morte un atto, e quel “passaggio” è divenuta una lectio magistralis in un’epoca in cui la morte è considerata oscena, la sofferenza fisica una realtà da non far mai emergere, la malattia un non-luogo per la relazione e l’esercizio dell’amore.

In quei giorni, attorno a piazza San Pietro, non solo i romani, non solo la chiesa cattolica, ma il mondo intero percepì tutto lo spessore di un cristiano che, avendo speso l’intera vita nel fare la volontà di Dio, stava trasfigurando anche la propria morte in un dono. Nel suo spegnersi di fronte al mondo, Giovanni Paolo II ci ricordava che tutto il ministero del successore di Pietro nella sua essenza evangelica è solo un servizio incessante alla comunione, un perseverante riconfermare i fratelli. Proprio all’interno di questo servizio, svolto fino all’ultima goccia di energia, quel grido afono sembrava ricollegarsi al suo primo messaggio, pronunciato con ben altre forze ventisette anni prima, in quella stessa piazza: “Non abbiate paura … Spalancate le porte a Cristo!”.

E ancora, come non scorgere in quella figura, piegata dalla sofferenza ma risolutamente ancorata alla fede nella risurrezione, le tracce di un altro evento, posto al cuore del giubileo che aveva aperto il millennio? Giovanni Paolo II che confessa i peccati, le colpe dei cristiani e chiede perdono, a Dio e alle vittime. Un gesto allora poco capito, sia nella chiesa che tra i non cristiani, ma che resta ancora oggi l’azione più cristiana ed evangelica compiuta nel suo pontificato, un’azione di cui volle assumersi pienamente e personalmente la responsabilità. Confessare le colpe dei cattolici verso gli oppressi della storia, verso i popoli colonizzati, verso le altre chiese, verso i perseguitati in nome della verità, e farlo in una liturgia pubblica, solenne, in San Pietro, fu gesto di rara profezia, in seguito più volte ripreso: “Noi perdoniamo e chiediamo perdono!”. Perdono che Giovanni Paolo II ebbe poi l’intuizione profetica di legare indissolubilmente alla realizzazione della giustizia autentica e alla ricerca della pace nell’esercizio della riconciliazione: un appello, questo, risuonato con forza a Roma, ma destinato a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, in questo decennio e ben al di là.

Enzo Bianchi

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Wojtyla, la forza di chiedere perdono (E.Bianchi)ultima modifica: 2009-12-20T16:48:00+01:00da borgosotto
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