La passione degli ultimi di Lorenzo Milani

di Franco Toscani (Fonte: http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4108 )

  1. La testimonianza di un prete scomodo.

Leggiamo nella Lettera ai giudici (1965) di don Lorenzo Milani: “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande ‘I care’. E’ il motto intraducibile dei giovani americani migliori. ‘Me ne importa, mi sta a cuore’. E’ il contrario esatto del motto fascista ‘Me ne frego’ “ [1] .

Colpisce nella vita e nell’opera di Milani (1923-1967) questo instancabile “aver a cuore”, la dedizione totale alla propria causa – che poi era la causa di tutti, degli ultimi in primo luogo -, la donazione di sé, il pieno mettersi a servizio che fu all’origine della sua scelta di prete.

Nato figlio di signori e di origini ebraiche, dopo i primi “20 anni passati nelle tenebre dell’errore” [2] , egli impresse alla sua vita una svolta radicale irreversibile.

Si è discusso molto dei modi e dei tempi della conversione al cristianesimo di Milani, chiedendosi se sia stata repentina o – come sembra più probabile dalle ultime ricerche [3] – frutto d’una maturazione lenta e progressiva.

In ogni caso, credo che abbia ragione Giorgio Pecorini quando parla della vita di Milani come di un processo di triplice “conversione continua”: “politico-sociale, cultural-educativa-linguistica, pastoral-liturgica-anticatechistica. Tutte e tre parallele, e in crescita contemporanea anche se diversa. Le prime due son procedute spedite sulla via della conquista di una consapevolezza crescente dei propri diritti-doveri di cittadino e di maestro. La terza è stata comprensibilmente più lenta e difficile, alla ricerca di un modo più produttivo e coerente di fare il proprio mestiere di prete. Un prete costretto a inventarsi maestro, per la situazione in cui chiesa e stato l’han messo, a furia di inadempienze e omissioni, ma contemporaneamente deciso a non rinnegare la propria dignità e libertà responsabile di cittadino. (…) Ma determinante è l’approfondirsi e il radicalizzarsi di una coscienza e consapevolezza laiche, o se si preferisce civili, al di fuori delle quali la sua coerenza di cristiano, la sua specificità di cattolico gli diverrebbero impossibili, il suo mestiere di parroco non avrebbe senso” (IC 210-212).

Fu un prete scomodo per tutti: per la gerarchia ecclesisastica, che mal sopportò sempre il suo spirito critico indipendente e gli mise sovente i bastoni fra le ruote; per la sinistra, che se lo è in qualche modo appropriato, pur diffidando di lui in quanto uomo di chiesa (ma lui stesso non risparmiò severe critiche alla sinistra e, in particolare, al comunismo); per gli uomini di cultura, all’intellettualismo e alla pigrizia dei quali egli contrappose l’unità inscindibile tra il “dire” e il “fare” la verità; per gli opportunisti e i conformisti di tutte le risme, lontanissimi dalla sua intransigenza, limpidezza e integrità morale.

La sua cocciutaggine nel non piegarsi alle autorità, mode e usanze [4] era dovuta soprattutto ad un realismo rivoluzionario e profetico antitetico allo sciagurato realismo opportunistico tuttora prevalente, capace soltanto di accettare acriticamente l’esistente.

Per la sua opera don Lorenzo si attirò dall’interno della chiesa critiche che lo fecero soffrire molto. Il cardinale Ermenegildo Florit – suo superiore come arcivescovo di Firenze, col quale ebbe gli scontri più duri e che fu da lui definito, in una lettera a Francesco (“Francuccio”) Gesualdi del 30-1-1966, “un deficiente indemoniato” (cfr. IC 353-355) – gli rimproverò sino all’ultimo lo “zelo fustigatore” del suo “classismo” e presunto filo-comunismo (cfr. la lettera di Florit a Milani del 25/1/1966, LE 240-242).

Il terribile padre gesuita Angelo Perego – nella stroncatura di Esperienze pastorali (1958) apparsa ne “La Civiltà Cattolica” del 20/9/1958 (riprodotta nell’”Appendice” di PU, 517-529) – gli imputò fra l’altro una mancanza di “serenità” incompatibile coi suoi doveri di pastore d’anime.

C’è poi chi lo ha accusato di integralismo a causa del suo circoscrivere la verità al puro ambito della fede e del suo considerare l’ateismo come mero errore e cecità. Ha rilevato in proposito Gaetano Arfè:
-  “Lui non aveva interessi politici. I problemi di libertà e di giustizia lo interessavano in quanto la loro mancata soluzione costituiva un ostacolo alla sua missione di prete. Né si può parlare di don Milani in termini di democratico o antidemocratico. Le formule democratiche presuppongono un’ideologia liberale della vita, comunque tollerante, comunque disposta ad ammettere il dubbio.
-  Mentre Lorenzo Milani era convinto della sua verità, e basta. Un prete è, per definizione, detentore della verità. E un prete che credeva come lui, era ‘l’uomo della verità’ nel senso più completo. Si trattava di un misticismo che, anziché rifugiarsi nell’ascesi, si esprimeva in quel modo.
-  Anche nell’affetto verso quei ragazzi esisteva fortissima la componente pastorale: lui era il pastore e loro il suo gregge. Aveva creato una comunità religiosa. E una comunità religiosa non è né democratica né antidemocratica. E’ tenuta insieme da vincoli sia ideologici sia organizzativi che sono diversi da quelli di una comunità democratica.
-  Una comunità democratica presuppone la convivenza fra il cattolico e l’ateo. Don Milani non è che volesse mandare l’ateo al rogo; lo ammetteva nella sua scuola, nella sua scuola c’erano anche dei non cattolici. Però il fine ultimo era sempre quello di trasmettergli la sua verità” (cfr. PU 189-194).

-  2. La fede e l’integralismo.

Ora, sulla fede granitica, forse fin troppo elementare e priva di ogni senso del dubbio di Milani, non sembrano esservi incertezze di sorta; in una lettera a Pecorini del 10 novembre 1959, egli stesso scrive sulla propria fede, in termini inequivocabili (e pure, aggiungiamo noi, molto discutibili): “Quando una cosa ti è davanti agli occhi come una realtà oggettiva e ben palpabile non perdi tempo a rammentarla e descriverla e difenderla ogni 5 minuti. Nessuno scrive libri e fa conferenze e ingaggia appassionate discussioni per dimostrare che di giorno c’è il sole e di notte c’è buio. E così faccio io coll’esistenza di Dio e la storicità del Vangelo ecc. ecc.” (IC 241).

La sua fede era pienamente solare, lontana da ogni vertigine della libertà, inquietudine, senso del rischio, della scommessa, del paradosso, dello “scandalo della ragione”, come accade invece nell’elaborazione di pensiero di Pascal o di Kierkegaard. La fede era per lui l’unico rimedio e l’unica salvezza contro il male e il peccato che insidiano da ogni parte la vita degli uomini. Un conto è però sostenere con forza le ragioni della propria fede, ben altro conto è assumere le posizioni integralistiche e fondamentalistiche.

Nella sua lotta intransigente per la giustizia e contro il dominio borghese, Milani si ritrovò di fatto a collaborare con persone e orientamenti politico-culturali di sinistra, mantenendo però sempre il senso della propria differenza e peculiarità come rigoroso cristiano e uomo di chiesa. L’ateismo va per lui rigettato, ma di fronte a certi modi di essere religiosi propri del nostro mondo occidentale – rileva in una lettera a Carlo Weiss del 26 dicembre 1947 – “è meglio l’ateismo, almeno è più schietto e più coerente” (IC 35).

Egli fu un uomo di frontiera, di pensiero, opere, azioni e testimonianza nel contempo, che seppe coinvolgere con passione tutti, credenti e non credenti, nella dimensione dell’impegno per la giustizia, per la vita degna e dotata di senso. Non sorprende dunque che – come testimonia Eda Pelagatti -, sin dagli anni trascorsi come cappellano a S. Donato di Calenzano (1947-1954), egli fu “molto amato dai poveri” [5].

Il servizio intransigente alla verità non diventa mai in lui obbedienza acritica o adesione cieca a un’istituzione, a un partito, a un’ideologia, a interessi precostituiti. Ha dunque ragione Pecorini nel sostenere che, per il modo in cui egli affrontò i problemi di cui si occupò – ancora oggi in gran parte irrisolti di fronte a noi -, egli “ci coinvolge tutti, fornendo strumenti di comprensione e di intervento anche a chi non possiede né chiede o addirittura rifiuta la fede di cui egli è sacerdote e i sacramenti di cui è portatore. Il che agli integralisti cattolici appare inconcepibile e blasfemo. Ai cattolici integralisti fino ai limiti del fondamentalismo, lo schierarsi di don Milani senza riserve o distinguo dalla parte degli emarginati, degli sfruttati, dei poveri di cultura ancor più e prima che di denaro, e uno schierarsi anche politico, per non ingannare loro e non perdere se stesso con astrazioni e velleitarismi, pare una forzatura dei laicisti, una strumentalizzazione partitica. (…) Fin quando don Milani è stato vivo, gerarchia ecclesiale e integralismo cattolico, costretti dalla sua ‘disobbedienza obbedientissima’ a non scaricarlo, si sono rivalsi emarginandolo ed esiliandolo. Poi, dopo morto, un poco alla volta, han cominciato ad appropriarsene, via via facendosi gloria e vanto della sua ortodossia e del suo rigore, ma addomesticando l’una e l’altro; scegliendo fra le sue testimonianze quelle che, sapientemente o grossolanamente censurate e manipolate da capo secondo i diversi livelli di onestà e di gusto, parevano le più usabili in senso normalizzatore” (DM 39-41).

Ma, come vedremo anche in seguito, l’opera e il pensiero del priore di Barbiana non sono strumentalizzabili da alcun orientamento (e schieramento) politico, religioso, ideologico, scolastico, soprattutto perché grande è stata davvero la coerenza di Milani nell’affidare interamente sé stesso e ciascun individuo alla piena libertà e responsabilità delle proprie parole e azioni.

In un articolo apparso in occasione dei quarant’anni dalla morte, Enzo Mazzi ha affermato giustamente che Milani non va santificato né demonizzato; il miglior modo di rendergli omaggio consiste oggi nel non perseguire oggi l’oscuramento del mondo dei poveri, nel ricordare che “Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri”; egli ci indica infatti una “esperienza di trasformazione della società e della politica dal basso, dalle ‘periferie’, da tutte le ‘Barbiana’ del mondo” [6]. Non è possibile alcuna annessione dell’opera e del pensiero di Milani, la cui testimonianza esige per tutti la rimessa in discussione continua dei presupposti del proprio pensare e operare.

-  3. La polemica contro la “ricreazione”.

C’è chi, non del tutto a torto, gli ha rimproverato un pesante rigorismo morale a proposito della sua polemica – avviata sin dagli anni di S. Donato di Calenzano, la “pieve millenaria” fra Prato e Firenze, in cui organizzò una scuola popolare che suscitò subito sia ampi consensi sia tensioni e conflitti (cfr. MV 54-78) – contro la ricreazione, “rovina della classe operaia” (rispetto a cui la scuola si poneva per lui come “il bene della classe operaia”) [7] e per il suo costante anteporre l’aspetto del lavoro e del dovere a quello del piacere e dello svago: “il gioco non si tesaurizza mentre lo studio sì. Di ciò che il ragazzo ha imparato resterà traccia e frutto per tutta la vita. Ma di ciò che ha giocato non resterà nulla” (RI 22). Gioco e pensiero sono da lui ritenuti antitetici, incompatibili (cfr. RI 54-55).

A noi oggi paiono eccessive, troppo ascetiche, in Esperienze pastorali e nella Lettera a una professoressa, le sue reprimende contro il calcio, i giochi, le attività sportive in senso lato e i preti che si adoperano a costruire campi sportivi.

Anche in ciò, per la verità, egli si è rivelato per tanti aspetti buon profeta, se solo pensiamo alle follie del tifo calcistico odierno o al rimbecillimento di chi ha come principale tarlo mentale il calcio e non legge altro che giornali sportivi. In realtà, don Lorenzo non se la prendeva tanto con le attività sportive in sé, quanto con l’ immiserimento mentale e lo sviamento ideologico che spesso le accompagnano.

Egli fu tra i primi – negli anni del boom economico e del passaggio sempre più marcato dalla civiltà contadina alla civiltà industriale – ad avvertire con lucidità alcuni risultati e conseguenze negativi della progressiva e inesorabile affermazione della pubblicità e dell’industria culturale, della televisione e della “società dello spettacolo”. “Macchinette elettriche antipensiero” distraggono dai loro essenziali scopi vitali tutti gli individui, compresi i “lottatori per la Vita Eterna” (RI 66).

La civiltà consumistica ancora ai suoi albori è alla ricerca forsennata e alimenta il culto di un benessere principalmente economico-materiale che di fatto fa perdere di vista il ben-essere pieno, maturo degli individui, come scrivono esplicitamente i ragazzi di Barbiana in una lettera del 1964 (rimasta incompiuta) agli allievi di una classe del maestro Mario Lodi, insegnante al Vho, frazione di Piadena, in provincia di Cremona: “L’ultima invenzione è stata di far perdere la testa ai poveri nella ricerca del benessere. Benessere che non raggiungeranno mai perché la pubblicità commerciale riesce a creare in loro nuovi bisogni all’infinito” (IC 105).

Il mondo odierno è fondato essenzialmente sugli imperativi dello spettacolo, dell’intrattenimento, del “tempo libero”, dell’organizzazione del divertimento di massa e non su quelli della conoscenza, dello studio, del ragionamento: “il veleno dei mezzi moderni è nel correre incalzante. Lo spettatore è sempre guidato per mano a velocità vertiginosa, senza che abbia mai il tempo di prender respiro. S’abitua a intendere fulmineamente e si disabitua a riflettere” (RI 62). Così “lo svago come fine supremo” dell’esistenza (cfr. RI 65) impedisce alle persone di usare bene il tempo della vita umana a disposizione, sempre breve. Così si sprecano le vite e rimangono precluse a giovani e vecchi “le gioie intrinseche della cultura e del pensiero” (cfr. RI 14), oltre che le possibilità di un migliore stile di vita, di una maggiore sobrietà e qualità della vita.

La critica milaniana del conformismo massmediatico è ancora di grande valore e attualità, costituisce tuttora un forte richiamo al fatto che, per ottenere e sperimentare “cose belle”, occorrono impegno, coscienza, determinazione, responsabilità e volontà: “Le cose meno belle, purtroppo, vengono da sé, invece le cose belle bisogna imporsele con la volontà, perché c’è stato chi ci ha pensato a fare in modo che la società vi offrisse tutto quello che occorre perché alle cose belle e utili non ci pensaste e teneste la vostra vita a un basso livello” [8].

-  4. L’ “aggressività” di don Milani.

Molto si è discusso sulla cosiddetta “aggressività” [9] di Milani e molto si è equivocato su di essa, ma una riflessione più approfondita può consentirci di individuare, dietro all’ “aggressività”, la difesa intransigente dei più deboli e dei poveri contro le infinite prevaricazioni del mondo dei ricchi e dei potenti.

Riflettendo sul periodo trascorso a S. Donato di Calenzano, l’autore di Esperienze pastorali sostiene di aver “tolto la pace” al suo popolo e scrive: “Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice al maestro. Non ho avuto né educazione, né riguardo, né tatto. Mi sono attirato contro un mucchio d’odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti di conversazione e di passione del mio popolo” (RI 48).

Don Lorenzo non permetteva in alcun modo che i più infelici ed emarginati venissero sbeffeggiati. La sua durezza era rivolta essenzialmente contro il “mondo sbagliato” del capitalismo, contro la cultura imposta dalla classe dominante e schierata al fianco del più forte.

L’umiltà di chi è sempre pronto a piegare la testa fa solo il gioco del sistema di potere dato. Serve un altro tipo di umiltà, pronta a riconoscere la potenza del destino e la fragilità ineliminabile dell’umano. Ma è giusto ribellarsi – per quel che concerne i poteri dell’uomo – di fronte alle condizioni di palese ingiustizia. Per poter dare luogo a nuove costruzioni, occorre prima smascherare, denunziare, demolire alle radici il tutto falso.

Convinto che con la mera dolcezza non si scuotono i pregiudizi e le pigrizie, in una lettera a don Ezio Palombo (23/5/1955), Milani sfotteva non “chi è in basso, ma chi mira basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo” (LE 39. Cfr. anche PU 230-231).

L’ “aggressività” si rivela allora indignazione, gesto e azione contro l’ingiustizia, difesa appassionata – di una passione non effimera che riempì tutta la sua breve esistenza – dell’umiliato, dello svantaggiato, del povero. E insofferenza contro l’ipocrisia di un mondo malato e perverso, ironia e sarcasmo “sui salotti di piacevoli conversazioni dove ognuno finge di rispettare il pensiero degli altri” (cfr. PU 21).

Insofferente verso le forme sclerotizzate e gli orpelli che opprimono la vita, spregiudicato e provocatore, inquieto e assetato di verità, il priore di Barbiana pretendeva molto innanzi tutto da sé stesso. Così si spremette come un limone e fu autocritico sino all’ultimo: “La verità è che sono nato signorino e ho seguitato a vivere da signorino, facendomi mantenere dai poveri” (PU 451).

Qui il riferimento va soprattutto a Eda Pelagatti, la “donna eccezionale” che seguì e servì don Lorenzo dagli anni di S. Donato di Calenzano a quelli di Barbiana, con la quale egli sapeva di avere contratto “solo debiti e nessun credito” (cfr. DM 174,177,198; IC 54).

Pecorini così ricorda Eda Pelagatti nel periodo di Barbiana: “Per quasi tredici anni, senza un giorno di vacanza, senza un’ora di riposo, in quelle stanze spoglie l’Eda aveva accudito il priore, badato ai suoi ragazzi, cucinato e servito colazioni desinari cene, lavati i piatti e preparato il letto a lui e ai suoi tantissimi ospiti. S’era fatta mamma bidella infermiera amministratrice e avvocato difensore, persino di fronte al vescovo. Era stata capace di tener testa alla maleducazione invadente di certi visitatori e giornalisti, di dar lezione di correttezza e lealtà a certi altri” (DM 177).

Davvero senza l’umile figura di Eda Pelagatti, senza lo strenuo lavoro e l’incessante prodigarsi di questa donna, la “scuola di Barbiana” non sarebbe esistita, le sarebbero mancati i presupposti materiali e pratici ineludibili dell’esistenza.

Una vera e propria ansia di verità e di giustizia portò don Lorenzo a interrogare incessantemente le cose, a fare opera costante di rischiaramento e di smascheramento. Come ha osservato nel 1967 (in un saggio apparso su “Testimonianze” e intitolato Il carisma di don Milani) Ernesto Balducci – per il quale il priore di Barbiana va considerato il primo teologo italiano della liberazione -, “don Milani ha scelto la via della rottura, si è servito del gruppo dei suoi figli come di una via concreta per raggiungere la totale spoliazione di sé, per aggredire, una volta spogliatosi d’ogni egoismo, il mondo degli altri e far nascere nella coscienza di tutti noi, prelati, preti, professori, comunisti, radicali e giornalisti, il piccolo amaro germoglio della vergogna, che è appena la remota premessa di qualcosa di più, della nostra conversione” [10].

-  5. Un amore esigente e implacabile. Interrogativi della psicanalisi esistenziale.

Don Lorenzo visse il “mestiere” di prete non come sacrificio e privazione, ma come una scelta grande e bella, il compito di una vita accettato gioiosamente; non a caso, quand’egli parla della sua vita religiosa, ricorre spesso il termine bellezza. A Barbiana sentiva di vivere non ai margini, ma al centro della chiesa, perché stava coi “prediletti di Dio”.

Egli amò gli ultimi, i poveri, vedendo in loro il volto di Gesù. Scrive in una lettera alla madre del 28/12/1954: “La grandezza d’una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta, ma da tutt’altre cose” [11] .

In primo luogo tale grandezza viene dalla capacità di amare e di guardare senza rancore la vita e tutte le cose. Il “duro” e “aggressivo” don Milani – come testimoniano concordemente le persone che lo hanno conosciuto più da vicino – sapeva nel contempo essere affettuoso, sereno e divertente. Secondo la testimonianza di don Renzo Rossi: “Mai l’ho visto avvilito e disperato. La sua era una gioia tranquilla con uno stupendo senso dell’umorismo” (cfr. PU 204).

Per lui, la stessa scoperta e coscienza del male non deve mai impedire a ciascuno di “guardare con un sorriso divertito e affettuoso” tutte le cose buone che ci circondano; “(…) non vorrò smettere – scrive Milani a don Antonio A. il 20/5/1959 – di essere una persona sorridente e serena, una persona che possiede la pace e la sa difendere e che anche se fa polemica frizzante anzi sferzante non fa come quel cocchiere che per frustare meglio un cavallo si sporse troppo e cascò di cassetta. E neanche come quello che non frustava nessuno e vendette la frusta. Insomma una cosa giusta. Combattivi fino all’ultimo sangue e a costo di farsi relegare in una parrocchia di 90 anime in montagna e di farsi ritirare i libri dal commercio, sì tutto, ma senza perdere il sorriso sulle labbra e nel cuore e senza un attimo di disperazione o di malinconia o di scoraggiamento o di amarezza. Prima di tutto c’è Dio e poi c’è la Vita Eterna” (LE 105-106).

Don Lorenzo riuscì a far dell’umorismo anche sul letto di morte, il 24 giugno 1967, durante l’ultima lezione ai suoi ragazzi, circa l’imparare a morire e il rapporto vita-morte: “Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello passa per la cruna di un ago” (cfr. MV 203). Spogliatosi d’ogni privilegio e giunto al punto estremo della soglia tra vita e morte, si sentiva finalmente ultimo fra gli ultimi, pronto al gran ballo paradisiaco, approdato alla salvezza cristiana.

Del suo amico Milani come uomo nel contempo duro e umile, aggressivo e generoso, polemico e aperto, ha scritto David Maria Turoldo – secondo il quale l’ “aggressività” del priore di Barbiana era dovuta anche al persistente tratto ebraico, mai venuto meno in lui nonostante la conversione al cristianesimo: “quest’uomo (…) ti piantava gli occhi in faccia come due perforatrici. (…) E una faccia, la sua, (…) che ti folgora e ti sorride. Sì, perché aveva anche una faccia sorridente, quasi da fanciullo; pure se, insieme, da implacabile accusatore, da scatenato pubblico ministero. E una voce che ti inchioda alla croce dei tuoi tradimenti riguardo alla fede in cui dici di credere. (…) Così, specialmente se lo hai conosciuto, senti che è proprio lui, don Lorenzo, una persona che ti denuda. E’ la voce della coscienza che ti frastuona: perché hai tradito? Tutti abbiamo tradito, e continuiamo a tradire” [12].

Un punto fermo per il priore di Barbiana è che non c’è amore per Dio senza amore concreto per gli uomini, senza volontà di riscatto degli ultimi e dei poveri. Qui salta ogni universalismo astratto. Non si ama l’idea astratta e universale di umanità, ma sempre persone in carne e ossa. Bisogna “disprezzare don Abbondio” (come lo stesso Alessandro Manzoni ci ha invitato a fare nei Promessi sposi), prendere le distanze da ogni velleità di “amore universale”, da ogni illusione di interclassismo, essere combattivi e schierati (si veda la lettera a Luciano Ichino dell’11/5/ 1959, IC 144-150).

Ancora Turoldo ha rilevato che l’amore di Milani era esigente, implacabile, non imbelle: “Così don Milani amava. Amava anche te. Ma ti amava come Cristo ama il ricco Epulone. Con l’amore che non scherza. E’ proprio dell’amore non fare un fascio di ogni erba. L’amore distingue, sceglie, divide, denuda: appunto, ti accusa, ti inchioda alla tua croce, perché ti vuole salvo a tutti i costi. L’amore è per la pace, ma non è imbelle. Tanto meno è neutrale. L’amore è lotta fino alla morte. Esigente ed implacabile. Che dà la vita per la verità. E la verità è l’uomo. Così è l’amore” [13].

Nel testamento, rivolto ai ragazzi barbianesi, don Lorenzo scrisse: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto” ( cfr. PU 507, LE 276).

In una lettera a Pecorini del 10 novembre 1959 (cfr. IC 241-244), ci sono espressioni molto forti del priore sul rischio di “amare troppo” i propri ragazzi barbianesi, espressioni (“se un rischio corro per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)”; “E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?”) che rinviano agli enigmi e agli interrogativi della sua esistenza e che fanno pensare all’esigenza di una sorta di psicanalisi esistenziale della sua figura.

Servirebbe qui, crediamo, una psychanalyse existentielle – capace di imparare e di confrontarsi fruttuosamente con quella di Freud, senza però limitarsi ad essa, sulle tracce di quella indicata da Jean-Paul Sartre ne L’être et le néant (1943) e da Maurice Merleau-Ponty nella Phénoménologie de la perception (1945) [14] – in grado di restituirci l’interezza di un uomo, a partire dall’intreccio indissolubile fra corporeità, sessualità (ivi compresa, naturalmente, la sua sublimazione) ed esistenza. E’ un vero peccato, da questo punto di vista, non poter disporre di tutte le carte inedite di Milani e soprattutto di una parte dell’epistolario che qualcuno (e, in particolare, uno dei suoi più noti ex-allievi) non ha messo a disposizione del pubblico.

Al di là degli enigmi e degli interrogativi cui abbiamo accennato, sta di fatto che Milani, nato ricco, aveva abbracciato uno stile di vita povero e sobrio. Per lui – come per Francesco d’Assisi – povertà non era sinonimo di privazione, sacrificio e tristezza, ma di letizia e serenità. In Francesco egli ravvisava però il limite seguente: “amava la povertà più che i poveri e (…) voleva la perfezione cristiana più nello spogliamento di sé che nel vestimento degli altri” (LE 72).

In don Milani la scelta di regalare liberamente la propria libertà s’identificò con la passione concreta per gli ultimi (cfr. LM 27, 14 marzo 1944). Non ci fu mai in lui nessun populismo, nessun tono demagogico, nessuna idealizzazione delle masse o dei singoli, “secondo la diabolica usanza moderna di considerare soavemente profumate anche le merde dei geni e dei santi” (cfr. PU 60).

I poveri non vanno idolatrati, hanno anzi molti limiti e difetti, ma: “Chi non sa amare il povero nei suoi errori non lo ama. (…) Voler bene al povero, proporsi di metterlo al posto che gli spetta, significa non solo crescergli i salari, ma soprattutto crescergli il senso della propria superiorità, mettergli in cuore l’orrore di tutto ciò che è borghese, fargli capire che soltanto facendo tutto al contrario dei borghesi potrà passar loro innanzi e eliminarli dalla scena politica e sociale” (EP 104-105).

-  6. La “parola ai poveri”. Una lotta per la cultura e il linguaggio, per l’eguaglianza e la dignità.

Di qui l’importanza del possesso della lingua e della cultura. La mancanza di cultura perpetua le catene della “razza inferiore dei vinti”, impedendole di esprimere “senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude” (cfr. PU 18).

Scrive l’autore di Esperienze pastorali: “Io ricchezze non ne avevo. Erano loro che ne traboccavano e nessuno lo sapeva” (EP 242). Forse proprio l’amore strenuo per le ricchezze racchiuse in ciascuno e la cura rivolta alla loro espressione è il segreto dell’alto magistero di Milani, che già nella Lettera ai giudici (1965), riferendosi alla propria situazione di educatore sottoposto a processo, aveva scritto: “il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso” (ON 40).

Senza aver dato prima la parola ai poveri, non si può nemmeno evangelizzare. Com’è noto e testimoniato dai suoi allievi della scuola popolare di S. Donato di Calenzano, don Lorenzo arrivò a togliere il crocifisso dall’aula scolastica, perché non doveva esserci alcun simbolo che potesse far pensare ad una scuola confessionale e per rammentare a tutti il compito primario dell’elevazione civile, culturale e morale di ogni essere umano (cfr. IC 91, 241-244) [15].

Così commenta ciò Balducci in Coscienza morale e verità cristiana in don Lorenzo Milani, una conferenza del 1984: “Milani era arrivato persino al punto di togliere il crocifisso dalla scuola, perché non voleva condizionare nessuno. Ciò non significava che egli non portasse dentro di sé tutto il Cristo della sua passione evangelica. Nella scuola, però, il processo formativo specifico non è l’apprendimento delle verità cristiane, bensì la crescita della libertà, dell’autonomia, della capacità di autodeterminarsi. Questa è la teologia della liberazione! Questo è l’essenziale!” (IM 87).

Lettera a una professoressa (1967) – che ancor oggi, a decenni dalla sua pubblicazione, suscita polemiche e discussioni appassionate – è ben più che un atto di denunzia contro la scuola classista, è la rivendicazione d’una scuola al servizio della vita, che prepari ad essa con rigore e concretezza, senza vuoti formalismi.

-  Una scuola che non contempli più la tragica separazione tra lavoro intellettuale e manuale, come se l’uomo fosse fatto di sola mente o di solo sapere da un lato, di sola prassi o abilità tecnica d’altro lato.
-  Una scuola per la quale la cultura non sia mera chiacchiera da salotto, sterile esibizionismo e ornamento, gergo riservato a pochi specialisti, ma indispensabile caratterizzazione qualitativa ed elemento di crescita delle persone.
-  Che non indottrini, ma contribuisca a formare uomini liberi e autonomi, in grado un giorno di prenderne le distanze criticamente, sino a deriderla [16].
-  Che denunzi e smascheri la violenza come legge del mondo, lotti contro il mondo ingiusto e per l’affermazione della dignità di tutti.
-  Che alimenti la speranza dei e nei poveri, colga e valorizzi le differenze culturali, il rispetto per le culture di tutti i popoli del pianeta: “In Africa, in Asia, nell’America Latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità” [17].
-  Qui davvero Milani e la scuola di Barbiana – assumendo pienamente i risultati dell’antropologia culturale del XX secolo – anticipano la proposta dell’ “uomo planetario” di Ernesto Balducci.

Ma, secondo quest’ultimo, noi ci comportiamo come se le tante “Barbiane del mondo” non ci fossero e come se al mondo ci fossimo solo noi: “Il nostro mondo occidentale è ormai in via di rapida omologazione, senza più Est e Ovest, è un mondo che presume di possedere la cultura autenticamente umana. Di fronte al nostro mondo occidentale, le Barbiane del mondo…, perché Barbiana è un nome emblematico, Barbiana non è più in Mugello: Barbiana è in Africa, è nel Medio Oriente, Barbiana è una comunità musulmana, Barbiana è nell’America Latina. Le Barbiane del mondo dicono che noi ci comportiamo come se il mondo fossimo noi” (IM 128; cfr. DM 89-91).

L’attenzione va dunque rivolta alle “Barbiane del mondo” e al nostro rapporto con esse. A distanza di vent’anni dalla pubblicazione della Lettera a una professoressa, sul tema della “parola ai poveri” ha scritto nel 1987 Giancarlo Zizola: “Sono passati venti anni dalla morte di don Milani e la parola ai poveri continua ad essere un messaggio estremamente valido, purché sia reinterpretato alla luce della nuova condizione dei saperi tecnologici oggi. Noi viviamo in un processo di crescente omologazione. Il problema, quindi, non è quello di dare la parola. Essa è data, ma è una parola che fa poveri. Questa è la differenza fondamentale. E’ una parola che non libera più i poveri, ma li rende schiavi.

Attraverso questi processi di omologazione, omogeneizzazione crescenti, noi abbiamo la parola usata, consumata all’interno dei valori o dis-valori del mercato. In diretta connessione con gli interessi del mercato, un modello antropologico che è subalterno e funzionale agli obiettivi del mercato stesso. La parola si fa mercato e il mercato si fa parola.

Nel bagaglio dei poveri, oggi, non ci sono più duecento parole. Ce ne sono duemila, ma non sono parole di liberazione: sono parole di schiavitù. Questo è il punto decisivo della discussione. Per cui, il messaggio di don Milani per ritrovarsi come messaggio identico a sé stesso deve essere riletto sotto quest’aspetto. Lo dico con molta sommarietà e con tutta la sofferenza implicita in questa constatazione che non è facile” [18].

A distanza di decenni dalla Lettera a una professoressa e dai tempi della scuola di Barbiana, è purtroppo rimasta immutata all’inizio del XXI secolo la miseria culturale delle classi subalterne, che ha soltanto cambiato forma nei nuovi scenari della civiltà consumistica e (come direbbe Günther Anders) “sirenico-spettacolare”. Le masse odierne sembrano quasi completamente irretite nei meccanismi e nei modi d’essere di tale civiltà. Questo irretimento ostacola e impedisce quella presa di coscienza e quella radicale assunzione di responsabilità che sono il fine essenziale cui mira il processo educativo secondo Milani. Anzi, l’irretimento favorisce i processi tuttora ampiamente in atto che vanno nella direzione dell’eterodirezione, del controllo e della manipolazione politico-massmediatica delle masse, della crescita del conformismo e del populismo.

Su ciò riflette acutamente Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui?: “Identica a quella di allora, immutata, è oggi (nel Mugello come in tutto il nostro mondo ‘progredito’) la miseria culturale delle classi subalterne, cui un po’ di sacrosanto benessere economico e di ubriacatura consumistica sommati a dosi massicce di rimbambimento evasivo-calcistico-televisivo, han tolto la consapevolezza della subalternità. Hanno anestetizzato la rabbia. Hanno dato la persuasione di vivere felici nel migliore dei mondi possibili. Hanno insegnato l’indifferenza, scorciatoia sulla via della droga. Hanno inculcato la presunzione di superiorità sui diversi, radice dell’odio e seme del razzismo. Hanno trasmesso l’orgoglio dei privilegi illusorii. Li hanno persuasi del valore dell’ignoranza. Della necessità dell’obbedienza a ogni moda. Dell’estraneità della politica. Dell’inutilità di qualsiasi impegno. Della priorità dell’interesse personale e privato sul collettivo e sul pubblico. Della superfluità risibile del senso civico. (…)

Le proposte di Lorenzo Milani e di Barbiana restano dunque tutte valide e possibili anche se probabilmente tutte irrealizzabili. Tutte necessarie, quindi tutte irrinunciabili. E su tutte bisogna continuare a puntare e a lavorare. Pur sapendo che forse non si attueranno mai. Anzi: proprio per questo. Perché non è vero che il ‘segreto di Barbiana non è esportabile’. Lorenzo Milani lo ha scritto nel 1960, ‘cristianamente’ confortando con quel ‘non vi resta dunque che spararvi’ chi gliene domandava. Ma l’aveva scritto soltanto ‘per dar forza al discorso’, come sei anni dopo farà nel testamento. Esportare il segreto della Barbiana del Mugello, che sta tutto negli obiettivi, e ripeterne il metodo, che è tutto di impegno e di coerenza, nelle tante Barbiane del mondo, è l’unica possibilità/speranza che ci resta” (DM 149-150).

La scuola di Barbiana – nella quale il priore amò quotidianamente come propri i figli dei poveri, nella speranza del loro riscatto – fu un piccolo e prezioso experimentum mundi, un laboratorio di “utopia concreta”, il cui valore non potrà mai essere adeguatamente compreso dagli intellettuali saccenti con la puzza al naso, contro i quali don Lorenzo polemizzò a più riprese. “Può venir fuori un buon comunista dalla mia scuola. E’ evidente”, egli disse nell’intervento del 3 gennaio 1962 a un convegno fiorentino di direttori didattici (cfr. IC 90-91).

In tale scuola – che fu per il suo animatore il modo per amare gli ultimi al di là dei dettami dell’universalismo astratto, anche cattolico – si operava per 12 ore dalla mattina alla sera, non si faceva neppure un giorno di vacanza all’anno, il priore incitava gli insegnanti al celibato per offrirsi totalmente all’insegnamento, esortando tutti a non avere alcun tipo di debolezza e a dedicarsi esclusivamente al servizio del prossimo. Campeggiava a Barbiana una frase di un ragazzo cubano: “El niño que no estudia no es buen revolucionario”, alla quale Milani aggiunse un’altra precisazione fondamentale: “El maestro que no estudia no es buen auctoritario” (cfr. IC 114-115; IM 46-47, 98).

Le due frasi sono da dedicare a tutti quei presunti rivoluzionari e a quei sessantottini che – in nome di uno pseudo-egualitarismo ideologico e di un permissivismo che finiscono col sancire esclusivamente il dominio dei privilegiati – ignorano o sottovalutano il valore della cultura, della ricerca e dello studio. Il vero educatore è colui che confida nelle capacità creative, nelle possibilità ancora inespresse e latenti negli individui. L’educazione non è dunque essenzialmente in alcun modo indottrinamento ideologico, filosofico, religioso o politico.

Rileva qui con grande lucidità Balducci in Coscienza morale e verità cristiana in don Lorenzo Milani (1984):
-  “L’educazione è risvegliare nelle coscienze la verità che è dentro le coscienze, in modo che esse diventino capaci di ragionare da sé, di giudicare da sé, di farsi libere in un mondo in cui la libertà è un rischio, una conquista e mai un dato di fatto o un dono radicato.
-  Questa visione del processo educativo vale in qualsiasi ambiente, in qualsiasi spazio dell’educazione. Ecco perché, senza nessuna indulgenza alla retorica celebrativa, Milani non è una figura del passato, ma una figura che abita ancora il nostro futuro” (IM100).

Nella scuola di Barbiana la centralità della dimensione contemporanea è dovuta alla grande attenzione per il tema dell’altro e della relazione con gli altri, all’esigenza acutamente avvertita non solo di conoscere, di elaborare idee, di possedere il linguaggio e la cultura, ma anche di vivere il presente e di inventare la storia.

La scuola vuole combattere sia l’individualismo sia il collettivismo astratto e statalistico per giungere a una migliore civiltà planetaria, per cambiare il mondo secondo i principi della giustizia e della sobrietà, della solidarietà e della condivisione.

-  7. L’esperienza della Scuola di Barbiana e la sua eredità odierna.

Possiamo leggere in Lettera a una professoressa: “La Scuola di Servizio Sociale potrebbe levarsi il gusto di mirare alto. Senza voti, senza registro, senza gioco, senza vacanze, senza debolezze verso il matrimonio o la carriera. Tutti i ragazzi indirizzati alla dedizione totale” [19].

Siamo qui di nuovo in presenza di quel rigorismo morale di cui abbiamo già rilevato gli aspetti discutibili, eccessivi. E tuttavia ci sembra che nel clima di sfiducia, disaffezione e scoramento che costituisce oggi la peggiore tentazione per chi vive nel mondo della scuola, riproporre all’attenzione l’esempio di don Milani e del suo fare scuola sia in primo luogo, per tutti coloro che agiscono nel mondo della scuola, un invito a rimeditare il senso del proprio operare, a ritrovare il piacere – che rischia sempre più di andare drammaticamente perduto – di un lavoro collettivo di crescita umana e culturale.

In Esperienze pastorali l’autore afferma che, per ottenere una buona scuola, non occorre tanto chiedersi “come bisogna fare per fare scuola”, ma, innanzi tutto, “come bisogna essere per poter far scuola. (…) Bisogna aver le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti, ma schierati. Bisogna ardere dall’ansia di elevare il povero a un livello superiore. Non dico a un livello pari a quello dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più tutto” (cfr. EP 234, DM 84-85, IC 90).

Sulle caratteristiche, in particolare sul fascino e sulla “durezza” della scuola di Barbiana, leggiamo la testimonianza di un suo ex-allievo, Nevio Santini: “La scuola di Barbiana era dura, però il priore la faceva molto semplicemente; non ti creava quel peso della scuola. Per me la scuola a Barbiana è stata un divertimento: avevo sempre voglia di imparare anche se durava dodici ore; non ci stancava, cambiavamo argomenti e si riusciva sempre a cogliere i punti più belli in ogni particolare tema. Si andava in profondità. Lui ti dava la voglia di conoscere questo tema fino in fondo. E poi il bello della scuola di Barbiana era quello che il tema se non lo si imparava tutti la scuola non andava avanti” (MV 171).

Tutto ciò va ribadito con forza, perché crediamo che in questi ultimi decenni sia stato operato – non solo a destra, ma anche a sinistra e, in particolare, da determinati settori della cultura di sinistra – un certo travisamento del messaggio proveniente dalla Lettera a una professoressa.

Ci riferiamo a una certa linea di politica scolastica largamente permissivistica, che non ha indubbiamente costituito una risposta valida alla vecchia scuola borghese, autoritaria e classista, ha contribuito anzi a determinare la crisi in cui l’odierno mondo della scuola si dibatte e ha condotto di fatto a sottovalutare negli studi il valore essenziale dell’impegno, del rigore, della fatica, della costanza di applicazione, al fine dell’ottenimento di buoni risultati.

Occorre dunque, ora, prendere le distanze da una linea di politica scolastica fondata su di un malinteso egualitarismo (che confonde il valore essenziale dell’eguaglianza con il rozzo egualitarismo livellatore) e sulle promozioni a buon mercato, non certo per ritornare alla scuola classista dei ricchi e dei privilegiati, ma per garantire un servizio pubblico scolastico di maggiore qualità e profilo. Il messaggio autentico della Lettera a una professoressa non ha niente a che fare con quel rivoluzionarismo meramente ideologico-verbale che, insieme alla “cultura di classe” e al “nozionismo”, ha finito di fatto col gettar via ogni senso genuino della scienza e della cultura. Si rende dunque necessaria e urgente una correzione di rotta di questo tipo, proprio per essere, nelle mutate condizioni odierne, all’altezza della provocazione proveniente dall’esperienza della scuola di Barbiana e per rispondere positivamente alla questione aperta dell’eredità del suo messaggio.

Ha ragione Balducci (nel saggio apparso nel 1977 su “Testimonianze” Attualità inattuale di Lorenzo Milani) nel sostenere che la scuola di Barbiana non è e non può essere un modello ideale o istituzionale da proporre e da applicare acriticamente, ma essa ha il valore di un messaggio inimitabile, di “un appello a nuove creazioni” (cfr. IM 50, 75 e DM 90-93).

Quella di Milani e della sua scuola è una proposta non solo di tipo scolastico o settoriale, ma complessiva, globale, in senso lato antropologica, etica, politica, culturale, ispirata a un profondo rinnovamento spirituale e morale, fondata sulla piena affermazione della laicità, dell’autonomia e libertà della coscienza, dei diritti/doveri dei cittadini sovrani. Essa investe i principi di fondo e i modi d’essere ineludibili di una civiltà democratica. Per questo tutte le interpretazioni di essa ideologiche, settarie, integralistiche, confessionali sono completamente fuorvianti, di qualsiasi colore e orientamento siano.

-  8. La fede e la “ditta”.

Giustamente si è insistito sull’ortodossia di don Milani. Egli fu un autentico “lottatore per la Vita Eterna”, un limpido uomo di fede che rivendicò sempre la sua perfetta ortodossia e piena appartenenza alla chiesa, la sua “ditta” (si veda ad esempio il documento del 1965 intitolato “Chiesa Santità Obbedienza”, DM 316-317).

La fede, però, non può essere autentica e profonda se non si traduce in scelta di vita conseguente e coerente, atteggiamento esistenziale non effimero, amore per i poveri che informa di sé tutta la propria vita e comporta la necessità d’una lotta politico-culturale per favorire il risveglio del mondo dei sofferenti e degli emarginati.

Don Lorenzo riuscì ad imparare dalla scuola dei poveri, comprese la necessità per il rafforzamento della fede stessa della lotta contro l’ingiustizia sociale, ciò che gli permise di rimettere radicalmente in discussione e di cercare di oltrepassare – con la sua “rispettosa disobbedienza” o “ribellione obbedientissima” alla sua chiesa, consistente nel “disubbidire nelle cose grosse” e nell’obbedire nelle cose piccole e ordinarie (cfr. DM 216, 287; MV 44) – l’egocentrismo, l’universalismo astratto e lo spiritualismo tipici di tanta tradizione cattolica.

Egli visse drammaticamente l’incapacità della religione ufficiale di capire e di stare realmente dalla parte del popolo, criticò quel modo d’essere della chiesa – che comunque egli amò sempre come una Madre – secondo cui le cose non vengono chiamate con il loro vero nome e “chi dice coglioni va all’inferno”.

In nome della sincerità del dire, del gusto per la parola precisa e puntuale, Milani ribadiva ad esempio l’esigenza di chiamare “culo il culo (quando occorre, non una volta di più né una di meno, come tutte le altre parole del vocabolario senza borghesi distinzioni; scorrette sono solo le parole inutile o false)” [20]. Anche il riferimento costante dell’istituzione ecclesiastica agli alti ed eterni Valori della Tradizione costituiva spesso ai suoi occhi, di fatto, una forma di mascheramento ideologico d’una realtà negatrice di quei Valori stessi, tanto proclamati sul piano dottrinale.

In base alla propria stessa esperienza, fin dai tempi del seminario, si rese conto che la chiesa educa più all’obbedienza acritica, alla rigida disciplina esteriore e alla sottomissione che all’assunzione della responsabilità e alla coscienza della dignità umana.

Nelle carte inedite di Milani sono in primo piano la critica dell’ottusità e cecità della chiesa, la riflessione e la sofferenza sulla lontananza di quest’ultima da Dio e dai poveri, sul conformismo e sull’opportunismo ecclesiastici: “Magro bilancio per la Chiesa il giorno del rogo di Savonarola. Due fraticelli salgono in Paradiso e un Papa e un Vescovo precipitano all’inferno. Non è giorno di festa per la Chiesa. (…) Dov’è scritto che la Chiesa debba essere una fogna? che i Vescovi debbano essere degli atei senza cuore? Ma è sempre stato così. Motivo di più per fare che non lo sia più” (DM 232).

Il dilemma fondamentale che si trovò ad affrontare e a vivere drammaticamente sulla pelle Milani è così riassunto da Balducci, in uno scritto del 1990 Su ‘Esperienze pastorali’: “La nostra era una Chiesa ‘sovietica’, dove i diritti dell’uomo non erano minimamente rispettati. Come poteva la Chiesa essere restituita allo spirito critico?” (IM 125). C’è una lettera, rimasta inedita per 34 anni, del 28 maggio 1962 a monsignor Loris Capovilla (allora segretario di papa Giovanni XXIII), in cui don Lorenzo riferisce, appena rientrato a Barbiana dopo un breve viaggio a Roma coi suoi ragazzi, l’impressione sfavorevole di tutto il gruppo barbianese sul comportamento del personale addetto ai musei vaticani e alla basilica di San Pietro.

Nella loro quasi totalità, gli impiegati del Vaticano si sono mostrati nel modo seguente: “Irriverenti verso il sacerdote, irriverenti verso l’educatore, insensibili di fronte a ragazzi di montagna, sensibili solo alle contesse tinte e ingioiellate. (…) in Vaticano dei ragazzi di montagna che vivono fra dure privazioni contano meno di un oppressore in marsina e cilindro con moglie letteralmente coperta di gioielli e tinta che abbiamo visto distintamente a mezzo metro dal Papa. I miei ragazzi non sono abituati a vedere donne tinte. Nessuna delle loro mamme o sorelle si tinge” (DM 224-226, IC 69-70).

Nell’interpretazione del priore di Barbiana l’episodio della visita in Vaticano assume importanza in quanto emblematico di un modo d’essere deprecabile della chiesa, nonostante l’unica impressione favorevole suscitata dal papa Giovanni XXIII: “Per le cose dette e per la maniera di dirle. Sembrava davvero un contadino o un vecchio parroco di montagna” (DM 222, IC 67).

-  9. Cristianesimo e lotta nonviolenta contro l’ingiustizia sociale.

La solitudine dell’esilio di Barbiana (negli anni dal 1954 alla morte nel 1967) rafforza in lui lo spessore del colloquio intimo con Dio, le ragioni di una fede matura, indissolubilmente congiunta all’amore e alla comprensione del prossimo, ma si approfondisce in lui pure la consapevolezza dell’abisso fra la realtà della chiesa e le potenzialità del messaggio evangelico, oltre a quella del proprio ruolo e della propria missione: “siamo noi che dobbiamo tirarci il vescovo dietro, non lui noi” (DM 234).

Don Lorenzo rimane presto deluso anche dal cattolicesimo politico. Il suo giudizio sul “cattolicesimo imperante” nella società, nelle istituzioni e nella vita politica, in particolare sulla Democrazia Cristiana, il principale partito di governo e punto di riferimento dei cattolici nel secondo dopoguerra del XX secolo, è durissimo. Scrive a Carlo Weiss il 30/10/ 1950: “M’hai detto che studi la D.C. Spero che non la prenderai sul serio. E specialmente che tu non cada nella tentazione di considerarla un’emanazione del cristianesimo! Dio te ne guardi. La saggezza umana di rimandare la giustizia a più tardi colla scusa che oggi è imprudenza, è ben più profondamente atea che lo sbuzzar preti e profanar chiese. Speriamo che Dio riesca a perdonarli. Il nostro comune nonno Geremia non li avrebbe perdonati di certo. E neanch’io! Quando penso ai poveri traditi e traditi in nome di Cristo e in nome della libertà che per loro poveri è proprio la catena più dura!” (IC 37).

Contro la religione del “Dio Quattrino” [21] , l’inversione del rapporto Vangelo-mondo (come ha scritto Giulio Girardi, “Forse il vangelo non ha cambiato il mondo, perché il mondo ha cambiato il vangelo” [22] ), la normalizzazione del messaggio evangelico (a causa della quale Gesù non appare più quel personaggio irrequieto e stimolante che dovrebbe essere), la separazione così diffusa e deleteria fra ideali e politica, don Milani ripropone il principio operante della bontà evangelica, la tensione alla giustizia come bene più alto dell’efficacia, del successo e del benessere privati. Il Vangelo era per lui materia di studio interminabile e appassionata, verità sempre attuale, da interpretare storicamente e criticamente.

Come risulta anche dal suo tentativo di catechismo, il Gesù di Milani è una figura perturbatrice. Scrivendo da S. Donato di Calenzano al regista francese Maurice Cloche, egli sottolinea il 15/2/1952: “Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù ha vissuto in un mondo triste come il loro, che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore” [23].

Per don Milani come per Oscar Arnulfo Romero – assassinato sull’altare a El Salvador nel 1980 e divenuto simbolo di liberazione per credenti e non credenti [24] -, il cristiano non si fa la vita comoda, la parola di Dio non è un tranquillante, ma scuote e sollecita dalle fondamenta.

La fede non deve scadere a strumento ideologico di legittimazione degli interessi economico-politici delle classi dominanti, ma la difficoltà consiste nel fatto che tale scadimento non è sempre consapevole, se pensiamo a ciò che Girardi ha chiamato “il primato dello spirituale” caratteristico dell’ecclesiocentrismo ufficiale.

La fede non va vissuta con la stanca abitudine di chi attende tutto dalla Provvidenza divina. Ogni prospettiva teologica paternalistico-assistenzialistica e deresponsabilizzante viene qui abbandonata. Il mondo dei poveri otterrà la sua liberazione soltanto quando i poveri stessi saranno gli attori protagonisti della loro lotta di liberazione, da condurre in modo nonviolento e senza alcuna mitologia dell’ “odio di classe” e della “violenza rivoluzionaria”, propria invece dell’ideologia marxista-leninista in tutte le sue forme (c’è stato infatti il disastro del “marxismo-leninismo” sia come ideologia ufficiale novecentesca dell’Urss, dei paesi comunisti satelliti dell’Est e della Cina, sia come ideologia di gruppi minoritari e settari del dissenso anticapitalistico occidentale).

Nel primo folgorante testo (un articolo, inserito nella rubrica “L’uomo e il cristiano”, sulla situazione di Franco, giovane disoccupato di Calenzano) pubblicato da don Lorenzo il 15 novembre 1949 nel giornale “Adesso” di don Primo Mazzolari (un’altra grande figura del cristianesimo novecentesco italiano), colpisce quella frase rivolta a Franco (e, con lui, a tutti i soggetti deboli): “Perdonaci tutti: comunisti, industriali e preti” (cfr. ON 60-62), con cui egli riassume mirabilmente la crisi profonda, le inadempienze e le miserie del capitalismo, del comunismo e dell’istituzione ecclesiastica, ossia di tutte le ideologie dominanti e di tutti gli ideologismi.

Assumendo queste posizioni sin dal 1949 e dagli anni successivi di gestazione di Esperienze pastorali, don Lorenzo anticipava alcune tendenze teoriche – come la “opzione preferenziale per i poveri” – tipiche di quella che nella seconda metà del XX secolo sarà chiamata la “teologia della liberazione”: aveva visto giusto, dunque, “L’Osservatore romano” che, in un articolo non firmato del 20 dicembre 1958, dando notizia del fatto che il S. Uffizio aveva ordinato il ritiro dal commercio, la proibizione d’ogni ristampa e traduzione di Esperienze pastorali – le cui posizioni saranno ritenute qualche anno dopo dal loro stesso autore sin troppo moderate e superate dagli eventi conciliari -, aveva messo in guardia i fedeli dalle “ardite e pericolose novità” del libro (cfr. PU 261-275).

Come accadde più tardi, negli anni Ottanta del XX secolo, ai teologi della liberazione sudamericani ed europei (si pensi solo, ad esempio, al caso Ratzinger-Boff), anche don Milani negli anni Cinquanta e Sessanta fu accusato da influenti settori clericali conservatori di condividere il classismo più esasperato, la sistematica denigrazione della borghesia, la ribellione contro la struttura data della società caratteristici del marxismo.

Il suo fu indubbiamente un forte classismo antiborghese, in nessun modo, però, ispirato alle posizioni dell’ideologismo politico. Nel volto dei poveri e degli ultimi egli vedeva invece il volto di Gesù crocifisso, si trattava dunque di non rassegnarsi a un destino di subalternità, di operare concretamente per la resurrezione del mondo dei deboli e degli emarginati.

-  10. Educazione e tensione all’eguaglianza nelle carte inedite.

I duri toni antiborghesi di Milani sono presenti in tutti i suoi scritti, editi e inediti. Leggiamo, ad esempio, fra le sue carte inedite, gli “Appunti per un nuovo galateo”, sorretti da una “intenzione evangelica di eguaglianza”: “l’educazione borghese non insegna il rispetto del prossimo, ma solo il rispetto degli appartenenti alla classe dominante” (DM 217-218; MV 112).

Il “nuovo galateo” vuole essere non classista, anzi anticlassista e soprattutto per l’eguaglianza, contro il dominio di classe e il galateo borghesi: i veri classisti sono infatti i borghesi (cfr. DM 217). In una lettera a Elena Pirelli Brambilla del 14 novembre 1961, informandola del progetto (poi rimasto incomp

La passione degli ultimi di Lorenzo Milaniultima modifica: 2010-01-11T10:06:19+01:00da borgosotto
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