Ravasi: «Unità e sapienza l’eredità viva di Chiara»

In tremila a Roma nel secondo anniversario della morte della fondatrice dei Focolari

MIMMO MUOLO Avvenire 14.3.10

Due parole per spiegare l’e­sperienza terrena di Chiara Lubich. Due parole – sapien­za e unità – che monsignor Gian­franco Ravasi pronuncia davanti ai fedeli raccolti nella Basilica di San Giovanni in Laterano per la Messa del secondo anniversario della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari. E che lo stesso presidente del Pontificio Consiglio della cultura àncora all’unica Parola, quella di Dio che ha sempre orientato e diretto la vita di questa donna. Questa Parola, ha ri­cordato l’arcivesco­vo, «è anche per noi la grande fiamma che impedisce che la tenebra dell’incer­tezza, del dubbio, della superficialità, del vuoto abbiano in qualche modo a pre­varicare, che il fred­do, il gelo dell’incomprensione, del­l’odio all’interno della storia non ab­bia a strangolarci».
  Nella Cattedrale di Roma, insieme ad oltre tremila focolarini, c’erano an­che diversi vescovi e ospiti. Tra gli ol­tre 50 concelebranti due arcivescovi thailandesi, monsignor Francis Xa­vier Kriengsak Kovithavanij di Bangkok e monsignor Louis Santi­sukniram, di Thare e Nonseng, rap­presentanti di Schoenstatt, Comu­nità di Sant’Egidio, Comunione e Li­berazione e Opus Dei.

A proposito di sapienza, Ravasi l’ha innanzitutto distinta dall’intelligen­za. «Sapienza – ha detto – è avere sa­pore, gusto, passione. È un grande dono divino che ha bisogno sì di in­telligenza, ma soprattutto di una grande carica di umanità, di una grande capacità di dare senso, sapo­re, all’esistenza». Chiara è stata sapiente, ha fatto in­tendere Ravasi. Invece «il grande gri­do della società contemporanea è che non trova più uomini sapienti, non incontra più persone che sanno indicare la meta ultima, quale sia il si­gnificato di questa frammentazione di azioni che noi compiamo. Ed è per questo che si stende su di noi, sulla società, la coltre del vuoto, dell’in­consistenza, della superficialità, del­la banalità, della stupidità, della vol­garità ». Per questo il «ministro della cultura» della Santa Sede ha citato u­na preghiera della Lubich: «Rischia­ra, o divina Sapienza, l’oscura mesti­zia di tanti, di tutti. Maria – che è se­de della sapienza – vi risplenda».
  La seconda parola sottolineata dal celebrante è stata l’unità. Non un «semplice essere gli uni accanto agli altri», ma sperimentare «quell’io in
te e tu in me» di cui parla il Vangelo, in sostanza «quell’unità che è comu­nione ». «L’umanità ha bisogno non solo di associarsi, di coalizzarsi, di convivere pacificamente, ha bisogno di qualcosa di più, dell’amore, della comunione. Ecco l’importanza di te­nere alta la fiaccola dell’unità-co­munione di continuo e di testimo­niarla al mondo che conosce la fran­tumazione simile a quella di un mo­saico dei popoli delle culture, delle etnie costruito da Dio, ma che ha co­minciato a frantumarsi, per cui non abbiamo più un progetto di armo­nia, di unità». E an­che in questo senso Chiara è un esem­pio.
 
Le celebrazioni per il secondo anniversa­rio della morte, av­venuta il 14 marzo 2008, continueran­no oggi in Campido­glio con la presenza di numerose perso­nalità religiose e civili. Tra gli altri la presidente del Movimento dei Foco­lari, Maria Voce, oltre a rappresen­tanti di altre religioni. Sarà presente anche il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici. Tra gli ospiti anche il Pre­mio Oscar Murray Abraham. 

Due parole chiave per parlare della fondatrice del Movimento dei Focolari e della testimonianza lasciata che urge portare avanti soprattutto oggi: le ha espresse mons. Ravasi nell’omelia ispirata ai testi liturgici. La prima è la sapienza che coinvolge tutte le dimensioni dell’essere umano – ricorda mons. Ravasi – incarnata da Chiara Lubich. Non è identica all’intelligenza la sapienza, è qualcosa di più: è lasciare una scia di sapore, di gusto, di passione, di grande umanità. L’intelligenza senza sapienza – continua mons. Ravasi – è come un naviglio senza bussola: può procedere, ma non ha meta:
 

“Ed è un po’ questo il grande grido della società contemporanea, che non trova più uomini sapienti, persone che sanno indicare la strada; ed è per questo che si stende su di noi, sulla nostra società soprattutto la coltre del vuoto, dell’inconsistenza, della banalità, della stupidità.”
 
Poi c’è l’unità: “Io in loro”, come dice Cristo. E’ questa la parola vissuta da Chiara Lubich. Unità dal colore unico – spiega mons. Ravasi: non associazione, né convivenza, né vicinanza, ma comunione fatta anche di silenzi e contemplazione. Ecco la testimonianza di cui l’umanità – prosegue il presule – ancora una volta ha bisogno, soprattutto l’umanità di oggi, così frantumata com’è:
 
“Siamo tutti la stessa carne, tutti la stessa realtà umana. Ecco, allora, l’importanza di continuare a testimoniarla in questo mondo, che conosce molto la frantumazione, che è molto simile – vedete – ad un mosaico, un mosaico che Dio ha costruito: il mosaico dei popoli, delle culture, delle etnie, che però ha cominciato a staccarsi nelle sue tessere e abbiamo mucchietti di colore, non abbiamo più un progetto di armonia e di unità.”
 
Semplici e intense le parole di Chiara Lubich citate in conclusione da mons. Ravasi, perché – dice – esse risuonino nei nostri cuori. Sono parole scritte negli anni ’50 e rivolte a Cristo. “Ti voglio bene” scriveva allora Chiara, “perché per tanti anni hai vissuto con me e io per tanti anni ho vissuto con te”.
 (Musica)

 

Ravasi: «Unità e sapienza l’eredità viva di Chiara»ultima modifica: 2010-03-15T11:13:00+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento