Ricordando il vescovo Romero

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Scritto da Enrico Fantoni

 “Se mi uccideranno risorgerò nel popolo salvadoregno” 

Ricordo perfettamente l’emozione, lo sgomento, la paura che suscitò la notizia dell’assassinio di mons. Romero in quel lontano 24 marzo 1980… E questa memoria non ha niente a che vedere con quel revival di figure e di idee che ha popolato la gioventù di tutti noi. Mons. Romero è presente per ben altri motivi.

Quando fu ordinato vescovo nel 1974, Romero era una persona moderata, sospettosa verso tutto ciò che metteva in discussione l’ordine costituito. Tuttavia possedeva una grande virtù: sapeva ascoltare. Così quando vide cadere intorno a sé, assassinati dagli squadroni della morte, un numero sempre maggiore di sacerdoti e di laici colpevoli solo di vivere la tensione evangelica verso i poveri, Romero cominciò ad interrogarsi seriamente sulla propria vita e sulle scelte pastorali. Come ebbe spesso a ricordare, furono le morti dei suoi sacerdoti a convertirlo, a farlo non solo riflettere, ma a costringerlo  a cambiare atteggiamento nei confronti di un regime sempre più violento nel reprimere tutto ciò che si discostava dalla pura obbedienza alla legge del più forte.

Da quel momento mons. Romero divenne e si mantenne fino alla fine l’unica voce non violenta capace di opporsi con successo alle ondate di violenza del regime. Questa fedeltà non venne mai meno. Sicuramente quando la domenica prima di essere ucciso sull’altare pronunciò quelle parole: “In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, vi ordino: non uccidete! Soldati, gettate le armi…”, sapeva benissimo che gli potevano costare la vita, ma non tacque.

Mons. Romero incarna quell’essere Chiesa che attraverso la capacità di ascolto, di conversione e di fedeltà alle scelte fatte è un modello nel quale vorremmo riconoscerci tutti. Per questo quel 24 marzo 1980 è così vicino a noi.

Per approfondire proponiamo un testo del teologo salvadoregno Jon Sobrino pubblicato dalla rivista Concilium

Con questi versi, David Maria Turoldo ha cantato in poesia il martirio di mons. Romero.

In nome di Dio vi prego, vi scongiuro,      
vi ordino: non uccidete!
Soldati, gettate le armi…
Chi ti ricorda ancora,
fratello Romero?
Ucciso infinite volte
dal loro piombo e dal nostro silenzio.
Ucciso per tutti gli uccisi;
neppure uomo,
sacerdozio che tutte le vittime
riassumi e consacri.
Ucciso perché fatto popolo:
ucciso perché facevi
cascare le braccia
ai poveri armati,
più poveri degli stessi uccisi:
per questo ancora e sempre ucciso.
Romero, tu sarai sempre ucciso,
e mai ci sarà un Etiope
che supplichi qualcuno
ad avere pietà.
Non ci sarà un potente, mai,
che abbia pietà
di queste turbe, Signore?
nessuno che non venga ucciso?

 

Sarà sempre così, Signore? 

Il Cristo di Romero

Antonio Agnelli, parroco a Corte de’ Frati, ha ottenuto il dottorato in Teologia dogmatica presso la facoltà di Firenze e insegna Introduzione alla teologia all’Università Cattolica, sede di Cremona. Ha pubblicato alcuni testi divulgativi sulla teologia dell’America Latina e sul rapporto tra fede e teologia. Il suo ultimo lavoro è Il Cristo di Romero. La teologia che ha nutrito il martire d’America (EMI, Bologna) di cui riportiamo la presentazione.

Monsignor Óscar Arnulfo Romero y Galdámez. Arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980, è divenuto l’emblema della chiesa profetica che si sacrifica per annunciare il vangelo di Gesù, nella sua integralità, ai poveri, ai sofferenti, agli oppressi.
La sua figura continua ad essere ricordata e amata, nonostante il trascorrere degli anni. Del resto, il fatto che la chiesa lo riconosca come “Servo di Dio”, e sia in atto il processo di beatificazione, è il riconoscimento ecclesiale del valore indelebile della sua parola e della sua testimonianza al servizio della chiesa stessa e dei poveri, nei quali egli vedeva il volto del Cristo sofferente.
Per questo vogliamo ricordarlo, non con un lavoro biografico poiché già ne esistono molti in tale direzione, ma cercando, attraverso la sua riflessione cristologica di illuminare il presente, ancora carico di contraddizioni e sofferenze dei poveri e degli esclusi.
È vero che Romero, per quanto abbia ricevuto una formazione teologica all’Università Gregoriana di Roma, non è stato teologo di professione. Era un vescovo-pastore. Ma la sua riflessione sulla parola di Dio, e quindi la cristologia sottesa ai suoi scritti, può essere preziosa per un annuncio ancora attuale del mistero di Cristo nel nostro tempo.
Riprenderemo dunque i suoi scritti, in modo particolare le ricchissime omelie che racchiudono tutta l’ansia pastorale del vescovo di San Salvador e che ci rivelano la sua visione cristologica nella pienezza di un impegno teso alla costruzione del regno di Dio.
Un Dio che in Gesù soffre per amore nostro, che cammina accanto a ogni creatura, che si può ritrovare nel volto sofferente dei poveri e dei torturati che chiedono di essere salvati, tolti dalla croce della crudeltà dello sfruttamento.
Per questo Romero fa vibrare ancora il cuore quando se ne leggono gli scritti, perché in essi è impressa l’eterna verità del vangelo di Cristo.
Le sue omelie dopo aver animato i credenti a partire dal vangelo, elencavano tristemente tutti gli abusi spaventosi che il popolo subiva. Uccisioni, rapimenti, torture, sparizioni, distruzioni di case e campi, una sorta di peccato istituzionalizzato che distruggeva, minacciava, terrorizzava, come vedremo nelle denunce dirette di Romero, in nome della conservazione egoistica dei beni privati divenuti, per la minoranza più ricca del Salvador, veri e propri idoli.
Vogliamo, seppur molto modestamente, dimostrare in questo testo quale sia stato il cuore umano e pastorale, la profondità evangelica, l’amore al suo popolo sofferente, il desiderio di stare accanto ai poveri chiamando tutti a conversione, che hanno segnato la vita di Romero, per indicare invece in lui uno strumento dello Spirito che ha tenuto e tiene viva la perenne novità del vangelo in ogni ora e tempo nella storia umana.
Non per nulla Ignacio Ellacuría, uno dei gesuiti trucidati in San Salvador nel 1989, durante una celebrazione eucaristica in memoria di Romero tre giorni dopo il suo assassinio ebbe a dire: “Con Monseñor Romero Dios pasó por El Salvador”.
Egli ha vissuto l’autentica novità del vangelo in modo così vero che anche oggi affascina, coinvolge e invita a seguirne l’esempio, nell’umiltà e nel servizio alle vittime di ogni tempo, perché vengano tolte dalla croce della disumanità e dell’ingiustizia e riconosciute nella loro inalienabile dignità che va difesa sempre ad ogni costo. 

Ricordando il vescovo Romeroultima modifica: 2010-03-20T20:01:00+01:00da borgosotto
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