«Più si va veloci più sono utili i freni»

di Gianfranco Ravasi, L’Osservatore Romano, 24.3.10

Un audiolibro dedicato a don Primo Mazzolari, «fratello tra fratelli verso la casa dell’Eterno» 

Il 25 marzo nella sala Marconi di Radio Vaticana, alle 12 si svolgerà la conferenza stampa di presentazione dell’audiolibro Il cielo capovolto (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2010, libro + cd, pagine 56, euro 22,90) moderata dal caporedattore di «Avvenire» Gianfranco Marcelli, alla quale interverrà, tra gli altri, il presidente di Caritas italiana monsignor Giuseppe Merisi. Pubblichiamo le due prefazioni del volume. 

«Il cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari sia occasione opportuna per riscoprirne l’eredità spirituale e promuovere la riflessione sull’attualità del pensiero di un così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento. Auspico che il suo profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa, possa contribuire a una fervorosa celebrazione dell’Anno sacerdotale». Mentre stava chiudendo la sua vita terrena il 12 aprile 1959, mai don Primo avrebbe immaginato che il suo nome sarebbe risuonato cinquant’anni dopo in piazza San Pietro sulla bocca di un Papa con parole così intense, in occasione dell’udienza generale di mercoledì 1° aprile 2009. Certo, quando egli era ancora in vita, Giovanni XXIII lo aveva definito «tromba dello Spirito Santo».

Una tromba che era echeggiata non solo nella sua parrocchia di Bozzolo e nella terra lombarda, ma in tutta l’Italia. Ma in passato su don Mazzolari era spesso sceso il giudizio aspro e severo di varie autorità ecclesiastiche. Questo, però, non aveva scalfito la sua obbedienza, anche se condotta «in piedi», come amava dire. Anzi, egli era convinto che «più il convoglio marcia rapido, più sicuri e docili occorrono i freni, i quali non sono fatti per non far camminare il convoglio, ma per evitare che deragli». Certe resistenze possono rallentare semplicemente il passo della Chiesa impedendole di percepire l’urgenza dei tempi e dei loro segni; ma altre reazioni sono necessarie, come accade ai freni, indispensabili se ben calibrati. Con i «freni» si impedisce, infatti, la frenesia scalpitante che non solo non conduce prima alla meta, ma talvolta la perde per sempre, facendo deragliare dalla via maestra e dal suo approdo finale.  Tuttavia, non è possibile procedere tenendo sempre il freno tirato, impedendo alla vitalità dello spirito di agire. In don Mazzolari si intrecciavano in modo mirabile due virtù apparentemente antitetiche: l’audacia profetica e la fedeltà evangelica. Esclamava infatti: «Guai a chi ha paura della novità, di trovare un mezzo di apostolato più rispondente e più vivo! Santo quel cuore che serve le cause di Dio con audacia! Abbiate questa santa audacia che è espressione di fede!». Ma anche insegnava che «la forza della religione è la stabilità e solo le ininterrotte fedeltà generano i grandi amori e le grandi opere». Per ragioni cronologiche non ho mai incontrato questo straordinario sacerdote della diocesi di Mantova, anticipatore dello spirito del concilio Vaticano II; l’ho conosciuto, però, in profondità attraverso i suoi amici più cari che sono diventati poi anche miei amici, come padre David Maria Turoldo, lo scrittore Luigi Santucci, padre Nazareno Fabbretti. Da loro ho avuto la rappresentazione viva ed emozionante di un’esistenza costellata di prove soprattutto intra-ecclesiali, ma sempre condotta con intensità, libertà e fedeltà. Suggestiva era la sua immagine della testa del Battista che parla ben più forte e ha più ragione quando è sul vassoio del martirio che non quando era sul suo collo. Scriveva (e queste righe sono anche un emblema della sua prosa e dello stile della sua predicazione): «Non ci guadagna niente: anzi, ci perde tutto, il profeta. In casa è guardato male; fuori, benché a volte lo citino, è temuto più degli altri. E come gli costa ogni parola! Talora, proprio per superare questo costo, la fatica del dover dire, la parola può diventare un grido. E c’è chi lo accusa di mancanza d’amore, quando egli grida per amore». È facile intuire in queste parole l’autoritratto stesso di don Primo, sia nell’esaltazione della testimonianza libera e disinteressata sia nella celebrazione dell’amore, consapevole com’era che «il cuore indurisce alla svelta, se non si dispone a dare». In questa luce è naturale che una delle attenzioni primarie egli le abbia riservate ai miseri, agli ultimi, ai peccatori sulla scia di Cristo. Memorabile è la sua predica su Giuda, «prediletto di Gesù e nostro fratello». In un’altra occasione, alludendo al brano evangelico di Zaccheo (Luca, 19, 1-10), Mazzolari scriveva: «I poveri sono dappertutto e hanno il volto del Signore… Ci si può arrampicare sopra un sicomoro per vedere il Cristo che passa, non sulle spalle della povera gente, come fa qualcuno, per darsi una statura che non ha». E qui entra in scena anche la giustizia. Don Primo, infatti, ammicca a un altro «arrampicarsi», quello che ha dato origine proprio al termine spregiativo «arrampicatori» sociali, coloro che senza decenza e umanità prevaricano sugli altri, usandoli per il loro successo e potere. Il loro sicomoro è fatto di creature più deboli sulle quali si insediano per salire più in alto e dominare. La parola di don Mazzolari si è sempre levata chiara e forte, anche in tempi rischiosi, per la denuncia di ogni ingiustizia, prevaricazione e arroganza. Ma la sua evangelica apertura di cuore lo conduceva sempre all’appello, al dialogo e il suo messaggio diventa particolarmente significativo ai nostri giorni in cui impera lo scontro, il duello verbale e fisico con l’altro e col diverso, la chiusura integralistica e fondamentalistica. Scriveva: «In ogni pensiero c’è un raggio di verità; in ogni ricerca un palpito di sincerità; in ogni strada un avviamento verso Dio. Nulla è fuori del cristianesimo. La redenzione ha acceso nel mondo una invincibile speranza che neanche l’inferno può spegnere». Egli era convinto, sulla scia delle stesse parole del Cristo giovanneo, che «il Calvario trascina l’umanità e la conduce verso l’infinito dei cieli». Ed è con tale spirito che don Primo ha percorso le strade di questo mondo e della storia: «Io cammino, cantando e piangendo, uomo libero tra uomini liberi, fratello tra fratelli verso la casa dell’Eterno». E tutta la sua esistenza umana e spirituale era da lui racchiusa autobiograficamente tra due estremi, in una confessione che potrebbe essere la sua ideale epigrafe: «La mia vita si svolge tra questi due momenti, come tra due poli opposti: la mia povertà e la tua sovrabbondante misericordia. Donde il mio sospiro e il mio grido: Veni Domine, et noli tardare».

 

Pag 4 Un combattente sugli spalti della storia di Mino Martinazzoli

 

Don Mazzolari fu un capostipite. Fu l’iniziatore di quella stagione di modernizzazione della presenza cristiana che maturò alla vigilia del concilio Vaticano II. La sua predicazione e i suoi scritti, già in vita, irradiavano ben al di là della sua piccola parrocchia e costituiranno, insieme ad altre avanguardie, una traccia per l’avvenire. La sua era la capacità di stare sull’argine – per citare uno dei suoi libri più noti – non per costruire una difesa ma per attraversarlo: uno sguardo del cristianesimo oltre la frontiera. Un cristiano fino in fondo, ma senza sacrificare la libertà di coscienza, senza tacere sulle cose che non condivideva, per il quale vale più che mai l’affermazione in veritate libertas. Ma anche o soprattutto il suo ribaltamento in libertate veritas. In questo senso, anche l’antifascismo gli fu naturale. Mazzolari, come Bevilacqua, Gobetti e altri, identificò immediatamente la natura del regime. E non era facile in quegli anni. Fu un resistente della prima, non dell’ultima ora. Compì gesti di rifiuto che lo resero pericoloso agli occhi della polizia del fascismo. Non per niente negli ultimi anni, quando la guerra civile incrudelì, quando gli orizzonti si addensarono, la vita di Mazzolari fu in pericolo. Poi nel secondo dopoguerra, Mazzolari che aveva immaginato, da sacerdote qual era, di dover stare lontano dalla politica, si impegna allo spasimo dentro il fuoco della politica, pagandone spesso gli alti costi. Ma il suo interesse non è immediatamente politico: la politica è la proiezione del suo credo religioso, della sua opzione evangelica nella storia degli uomini. È il tempo de La rivoluzione cristiana (altro libro famoso) o della nuova cristianità; concetti che si ritrovano anche in Maritain e in Bonhoeffer, che Mazzolari ben conosceva. Ma è anche l’idea di Rossetti o di La Pira – grande amico di Mazzolari – cioè l’idea di un cristianesimo storicamente capace di permeare ogni giuntura della società civile. La posizione di don Primo ha, però, una sua originalità, perché la rivoluzione cristiana di cui parla Mazzolari non è la pretesa di un’egemonia, di una imposizione. Non pretende di cambiare il mondo. Tutte le volte che si è voluto questo, si è illuso, ingannato, ucciso l’uomo. La nostra rivoluzione, sostiene Mazzolari, è che vogliamo cambiare noi stessi. In questo contesto nasce anche la difficile, costosa e appassionante operazione del suo settimanale «Adesso», con un programma che è già tutto nell’intestazione e nella tremenda didascalia: «Ma adesso chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una». Era la spada della provocazione di un cristianesimo di battaglia, di combattimento. Mazzolari è lì, sta sugli spalti della storia, nella fornace sempre incandescente della lotta per la libertà religiosa e civile. Ma il suo ricordo sarà tanto più importante se accanto all’uomo della battaglia, della controversia, collocheremo l’uomo, il sacerdote della pietà. Uno dei luoghi evangelici che Mazzolari frequentava con abitudine erano le beatitudini. E la beatitudine più indagata fu senza dubbio quella dei giusti: giustizia è una parola che da sola potrebbe definire il pensiero e l’opera di Mazzolari. Ma c’è un’altra beatitudine che forse ancor meglio rappresenta lo stigma, l’impronta che Mazzolari ha lasciato nella sua e nella nostra storia. Fu un mite, non nel senso di accomodante, o accondiscendente, anzi. Fu un mite come vuole il vangelo, perché sapeva che si può combattere contro l’errore, ma lo si deve fare in modo tollerante, perché al fondo della nostra radice, della nostra condizione umana, sta un’irriducibile incompiutezza, la quale non può non portare che alla pietà per la tribolazione fraterna. Conosceva don Primo le pieghe amare della condizione umana e proprio per questo diceva: noi non andiamo né a sinistra né a destra; guardiamo in alto. C’era in Mazzolari una eccedenza del cuore che molto spesso lo portava ad accettare un carico di sofferenza che non fu mai risarcito. C’è insieme l’idea del cristiano che provoca e del cristiano che ha pietà della condizione umana. Il talento che il cristiano può portare in questa storia altrimenti atroce della nostra umanità è proprio questa pietà, che nasce dalla profonda e consapevole accettazione della sua imperfezione, dell’impossibilità di un suo compimento totale e sereno.

«Più si va veloci più sono utili i freni»ultima modifica: 2010-03-25T08:33:22+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento