Giovanni Paolo II a cinque anni dalla morte (2 aprile 2005)

di Bernard Lecomte

Ricordiamo l’ultima immagine che Giovanni Paolo ii ha lasciato agli uomini del suo tempo:  quella di un anziano malato, sfinito, incapace di camminare, appena in grado di parlare. Un’immagine scioccante, quasi scandalosa, ma destinata a far passare un messaggio forte, controcorrente rispetto all’epoca:  la grandezza dell’uomo è anche quella dell’uomo malato, sofferente o menomato. Sconvolgenti, quasi impudiche, le ultime apparizioni di colui che era stato un tempo soprannominato “lo sportivo di Dio” hanno nutrito il ricordo contrastato di un personaggio fuori dal comune e di un Papa eccezionale.
Eccezionale, innanzitutto, per il suo itinerario personale. Mentre tutti i suoi predecessori erano italiani, provenienti da famiglie numerose, e avevano maturato la loro vocazione fin dal seminario minore, Karol Wojtyla è polacco, ha perso tutta la sua famiglia e ha avuto una “vocazione adulta”:  maggiorenne, appassionato di teatro, quest’uomo pensa ancora di diventare un attore professionista! È solo alla morte del padre che sceglie, nel settembre 1942, il sacerdozio. Quindici anni dopo, il bisogno di ricostruire la Chiesa nel suo Paese dopo una guerra terribile spinge l’episcopato polacco a fare di lui, a 38 anni, uno dei più giovani vescovi del suo tempo.

Eccezionale, poi, per la sua longevità. Su 262 Papi, solo Pio ix (1846-1878) ha regnato più a lungo di lui, se si esclude, secondo la tradizione, l’apostolo Pietro in persona. Al di là del mero primato, basti ricordare che questo Papa ha avuto come interlocutori cinque successivi presidenti degli Stati Uniti e sei leader storici russi! Fra l’elezione e la scomparsa di Giovanni Paolo II, la Chiesa cattolica ha dovuto affrontare l’accelerata scristianizzazione dell’Europa, un grande spostamento della fede verso il sud del pianeta, la crescente concorrenza delle sette, il risveglio degli integralismi religiosi e il rifiuto generale di qualsiasi magistero, soprattutto morale, nelle nostre società del benessere.
Giovanni Paolo II ha insomma guidato la Chiesa fra grandi cambiamenti, a volte spaventosi, per oltre ventisei anni:  il crollo del comunismo, l’Europa allargata a venticinque Paesi, la globalizzazione, l’acuirsi del terrorismo, l’ascesa dell’islamismo, i progressi della bioetica, e così via. Tanti mutamenti inimmaginabili quel 16 ottobre 1978, quando i membri del Collegio cardinalizio, sconvolti dalla morte improvvisa di Albino Luciani dopo trentatré giorni di regno, hanno scelto come Papa Karol Wojtyla, di 58 anni, un polacco quasi sconosciuto dalla camminata sportiva e insieme composta. Il suo primo messaggio, pronunciato il giorno dell’inizio solenne del suo magistero, avrebbe dato il tono di quel pontificato nascente di cui nessuno poteva immaginare l’intensità:  “Non abbiate paura!”.
Eccezionale, infine, Giovanni Paolo II lo è stato per quello che ha detto e quello che ha fatto. A cominciare da ciò che resterà in tutti i manuali di storia:  il suo ruolo nel crollo del sistema comunista dell’Est europeo. Se un evento di una simile portata ha chiaramente molteplici cause, nessuno mette in dubbio il ruolo fondamentale svolto dal “Papa slavo”. Basti ricordare lo straordinario viaggio dell’arcivescovo emerito di Cracovia nel suo Paese natale, nel giugno 1979, viaggio che resta, per molti storici, la prima breccia aperta nella “cortina di ferro”, e che ha conferito una dimensione inedita, un anno dopo, alla rivolta operaia sulle rive del Baltico. Chi altro avrebbe sostenuto così attivamente il sindacato Solidarnosc, e, ancor di più, tutti i dissidenti e gli altri difensori dei diritti dell’uomo nei Paesi dell’Est? “Questo Papa è un dono di Dio”, disse allora alla Bbc lo scrittore Aleksandr Solgenitsin.
Al tempo della “distensione” fra Est e Ovest, e mentre il marxismo-leninismo continuava a diffondersi (in Laos, in Mozambico, in Afghanistan), solo un Papa venuto dalla Polonia poteva osare affermare che il comunismo era una “parentesi” nella vita di questi Paesi e che la divisione dell’Europa in due era un “incidente” della storia. Certo, Giovanni Paolo II non era un capo militare, e neppure un uomo politico, e ancor meno un crociato dell’anticomunismo. Le sue armi furono le parole:  in ogni occasione, questo Papa umanista e poliglotta predicava i diritti dell’uomo, la libertà religiosa, la dignità umana, il diritto alla verità. Tutti valori particolarmente sovversivi nei Paesi del “socialismo reale”, ma anche in altri tipi di dittatura, come ad Haiti, nelle Filippine, in Paraguay. Giovanni Paolo II sottolinea nell’enciclica Centesimus annus (1991) che il liberalismo potrebbe essere anch’esso condannato se commettesse lo stesso errore del socialismo:  dimenticare il primato dell’uomo. 
Ma la memoria collettiva, su questo piano, non ricorderà solo la sua azione ostinata a favore dei diritti dell’uomo. Il Papa polacco, che non dimenticò mai il suo passato personale, fu anche il difensore appassionato di quella comunità naturale che è la nazione:  “I diritti dell’uomo non possono essere rispettati laddove i diritti della nazione sono scherniti”, ricordò un giorno alle Nazioni Unite. Fu anche un accanito difensore della pace:  dalla sua azione personale nella controversia sul canale di Beagle, che aveva quasi opposto militarmente il Cile e l’Argentina nel 1979, fino ai suoi tentativi disperati per impedire l’intervento militare americano in Iraq nel 2003, Giovanni Paolo II non ha mai smesso di spiegare che “la guerra è sempre una sconfitta dell’umanità”.
Al confine fra il politico e il religioso, il ricordo di Giovanni Paolo II resterà strettamente legato allo straordinario avvicinamento al mondo ebraico. Nessun Papa aveva compiuto tanti sforzi per dissipare l’odio, la diffidenza o il disprezzo che hanno così spesso caratterizzato, in questi duemila anni, le relazioni fra ebrei e cristiani. Dalla sua visita al Tempio Maggiore di Roma nel 1986 – dove definì gli ebrei “fratelli maggiori” – all’instaurazione di relazioni diplomatiche normali fra la Santa Sede e Israele nel 1993-94, Giovanni Paolo II ha cambiato, in questo ambito, il corso della storia. Certo, non ha dissipato la diffidenza che molti ebrei provano nei confronti dei cattolici, come si è visto nel corso delle “questioni” che hanno costellato il suo pontificato, dalla costruzione di un convento carmelitano ad Auschwitz alla stretta di mano con Kurt Waldheim, passando per la nomina di monsignor Lustiger a capo dell’arcidiocesi di Parigi. Ma nell’inedito cammino di “pentimento” che ha imposto alla Chiesa all’alba del terzo millennio, il perdono chiesto da Giovanni Paolo II agli ebrei a nome dei cristiani di ieri e di oggi ha costituito una svolta nelle relazioni fra le due confessioni. Se di questo Papa dovesse restare domani una sola immagine, sarebbe certamente quella dell’anziano Pontefice dalla mano già tremante che depone una preghiera in una fessura del Muro del Pianto, a Gerusalemme, durante il “grande giubileo” dell’anno 2000.
Il ricordo sfuma nel tempo. A cinque anni dalla morte di Giovanni Paolo II, i media tendono a contrapporre la sua immagine a quella del suo successore. Significa dimenticare che Giovanni Paolo II fu, sul piano della morale, un Papa legato alla tradizione della Chiesa, e che difese appassionatamente le sue convinzioni in materia familiare e sessuale. Inamovibile di fronte alla multiforme messa in discussione dei valori familiari tradizionali, soprattutto al matrimonio omosessuale, e sostenitore della castità e della fedeltà di fronte al diffondersi del virus dell’Aids, eppure questo Papa è stato il primo a celebrare la bellezza dell’atto sessuale vissuto come un dono assoluto di un uomo a una donna (e viceversa), condannando allo stesso tempo tutto ciò che altera il carattere assoluto di questo dono. È questo l’ideale di vita proposto da Giovanni Paolo II.
Ciò che ha accentuato il malinteso fra Giovanni Paolo II e le società occidentali riguardo alla contraccezione è stato l’amalgama che spesso i mass media hanno fatto con la sua posizione inespugnabile, senza riserve né compromessi, rispetto all’aborto. Quante volte Giovanni Paolo II ha condannato, talvolta con rara violenza verbale, come a Kielce nel 1991, l’eliminazione dei “bambini che stanno per nascere”! Dopo quindici anni di regno, Giovanni Paolo II ha persino fatto della denuncia della “cultura della morte” un tema centrale del suo insegnamento, difendendo nel suo libro Varcare la soglia della speranza “il diritto di nascere e quello di morire di morte naturale”. Allo stesso tempo, non senza logica, Giovanni Paolo II ha fatto uscire la Chiesa dalle sue ambiguità passate, condannando definitivamente la pena di morte.
Giovanni Paolo II non può essere classificato. Questo Papa capace di gesti sorprendentemente audaci – come invitare tutte le religioni del mondo ad Assisi, nel 1986, contro il parere di alcuni dei suoi cardinali – non ha mai nascosto la propria preferenza per la conservazione delle tradizioni sacramentali e liturgiche. Entusiasmato dai dibattiti ai quali prese parte al concilio Vaticano ii, quando era ancora un giovane vescovo, Giovanni Paolo II non ha forzato l'”aggiornamento” caro al suo lontano predecessore Giovanni XXiii. Così, nel campo dell’ordinazione di uomini sposati e dei divorziati risposati, ha scelto di restare fedele alla disciplina della Chiesa. Come ha sempre difeso tradizioni antiche – dalla confessione individuale alla recita del Rosario – che facevano parte della quotidianità dei fedeli all’epoca della sua giovinezza. Nello stesso modo ha sviluppato il culto della Vergine – ha visitato moltissimi santuari mariani del mondo – e quello dei santi:  non ha forse beatificato oltre 1.300 persone e canonizzato quasi 500 beati, più di qualsiasi altro Pontefice prima di lui? Il giorno in cui gli è stata rimproverata questa inflazione agiografica, questo Papa dal grande senso dell’umorismo ha risposto:  “Rivolgetevi allo Spirito Santo!”.
Infine, di Giovanni Paolo II si serberà il ricordo del suo attaccamento alla “responsabilità principale” del vescovo di Roma:  l’unità della Chiesa. Al di là di alcune misure energiche nei confronti della Compagnia di Gesù, di certi universitari americani, della “teologia della liberazione” o degli epigoni di monsignor Lefebvre, Giovanni Paolo II si è soprattutto impegnato a “ricentrare” una Chiesa strattonata, alla fine degli anni settanta, fra un’ala progressista che flirtava con il marxismo e un’ala conservatrice tentata dall’integralismo. Un quarto di secolo dopo, le nozioni di “cristiani di sinistra” e di “cristiani di destra” sono quasi scomparse. La Chiesa, in buona parte grazie a lui, ha superato le vecchie divisioni inasprite dall’attuazione del concilio Vaticano ii e dall’impatto sociale del 1968. La viscerale diffidenza di Giovanni Paolo II nei confronti delle ideologie ha rimesso l’uomo al centro di tutto:  “L’uomo è la via della Chiesa” ha ripetuto centinaia di volte.
Due immagini, infine, illustrano e completano questa evocazione troppo veloce. La prima è quella delle enormi assemblee nelle messe che Giovanni Paolo II ha celebrato nei quattro angoli della Terra:  nel corso dei suoi 250 viaggi (di cui più di 100 fuori dall’Italia), colui che si è definito “pastore universale” non si è accontentato d’internazionalizzare la Curia, ma ha anche profondamente “globalizzato” una Chiesa cattolica che era rimasta, fino a quel momento, molto “romana”. La seconda immagine è quella delle immense folle di giovani riunite durante la Giornata mondiale della gioventù che il Papa ha convocato, in genere ogni due anni, a partire dal 1985. Quanti milioni di adolescenti e di giovani genitori si sono ritrovati a Czestochowa, Parigi, Roma e Toronto per ascoltare il più esigente, il meno demagogo di tutti i pensatori dell’epoca?
Questa straordinaria ed emozionante complicità fra l’anziano Papa e i giovani del mondo, controcorrente rispetto a tutti gli stereotipi mediatici della nostra epoca, resterà, senza dubbio, il più bel mistero del pontificato di Giovanni Paolo II. E la garanzia del suo perpetuarsi nel futuro che, a cinque anni dalla sua morte, non fa che cominciare.

(©L’Osservatore Romano – 29-30 marzo 2010)

Pag 34 Le “cinque perle” di Wojtyla nella memoria della Chiesa di Alberto Melloni, Corriere della Sera 28.3.10

Dal giudizio sul Concilio al coraggio di mostrare la malattia: i punti più qualificanti del pontificato e la sua eredità spirituale

 

Mano a mano che ci si allontana nel tempo, il giudizio storico sul pontificato di Giovanni Paolo II diventa più difficile. Gli infiniti record di quel Papa scolorano, i ricordi si mescolano alle nostalgie di chi li vive e sembrano ugualmente arbitrari bilanci di segno opposto che punteggiano libri basati sulle migliaia di pagine di atti del Papa che forse anche lui ha letto una volta sola in vita sua. Il suo sta dunque diventando un pontificato grigio, da consegnare alla ricerca storica perché ne colga i dettagli e rinunci all’insieme? Il rapidissimo processo di beatificazione, che non ha lavorato a fondo sulle carte, finirà per caramellare il Papa polacco, facendo di quei lunghissimi anni fra il 1978 e il 2005 un ripostiglio dove, insieme al pastorale di Montini che aveva girato il mondo prima di finire chissà dove, si ammasseranno formule, categorie, generalizzazioni di vario segno? Non necessariamente: a me pare che il tempo abbia già iniziato (e continuerà) a depositare sul tavolo degli storici quello che è «normale» in un papato, mentre consegna alla memoria collettiva quelle che sono le perle del pontificato di Giovanni Paolo II: quei gesti e momenti che non riducono la portata di tanti atti e politiche, non appiattiscono le contraddizioni e gli errori, ma che agiscono dentro la Chiesa al di là delle previsioni degli altri, se non delle sue intenzioni – e alle quali la Chiesa può forse alimentarsi ancora. Di «perle» mi pare che se ne distinguano bene almeno cinque. La prima è una perla sinodale, quell’assise straordinaria dei vescovi del 1985: nell’anniversario della chiusura del Vaticano II, davanti al tentativo di minimizzare il Concilio e tingerlo di pessimismo, Wojtyla impone la sua formula del Concilio come grazia, «la» grazia del secolo XX, rimettendolo davanti alla Chiesa come la possibilità alla quale (lo si è visto tante volte in questi anni) si deve ricorrere nei momenti di confusione. La seconda perla, nel 1986, è data dai grandi gesti dell’incontro con l’altro: in aprile alla sinagoga di Roma, dove, allineandosi alla «dottrina giovannea», Giovanni Paolo II ripete la deplorazione conciliare dell’antisemitismo coltivato «da chiunque; ripeto: da chiunque»; e poi in ottobre ad Assisi, dove infrange il tabù di una preghiera contestuale fra uomini di fede che in quel momento ancora non sanno di essere seduti sulla polveriera dei fondamentalismi e dello scontro fra civiltà. Terza perla nel 2000, il mea culpa pronunciato in San Pietro all’inizio della quaresima: nonostante resistenze autorevoli, nonostante le circonlocuzioni che apparentemente scaricano le colpe sui «figli della Chiesa», il Papa chiama col loro nome violenze, discriminazioni, ingiustizie commesse in nome di una verità astratta e contundente che non assomiglia alla verità mite della fede, impersonata dal volto di Roncalli che sventola nella beatificazione di quel settembre. La quarta perla arriva nel 2003: dalla finestra del palazzo da cui l’anziano polacco, ormai malato, diventa il capo di una sete di pace globale e tuona contro la cecità di George W. Bush, pronto a quella guerra che incastrerà la superpotenza in un congegno che consuma i soldati e il prestigio americano. Ultima perla, l’ostensione della morte nel nebbioso clima preconclavario del 2005: in una società che ha sepolto in ospedale la fine dell’esistenza, che ha deciso di farsi rubare il tempo ultimo della tenerezza e del perdono che solo consola, in un mondo che esorcizza la canizie e la calvizie in nome di una estetica del corpo sexy, il Papa impedito perfino alle dimissioni si offre alla comunione col popolo di cui è vescovo in una impietosa ostensione della propria atroce debolezza e della propria vistosa sofferenza. Perché mai – si dirà – dovrebbero restare queste «perle» e non le bastonate sui teologi, o gli errori tragici e le intuizioni geniali nella nomina dei vescovi e dei cardinali, o l’impotenza davanti al martirio di Romero, o la frenata al dialogo della Dominus Jesus, o l’invettiva antimafia nella Palermo delle stragi, o la predicazione sull’ingerenza umanitaria o la scomunica di Marcel Lefebvre o qualsiasi altra cosa? È solo una discutibile questione di gusti? O la riprova che il papato di Wojtyla è un deposito oggetti smarriti, dove ciascuno sceglie a piacimento cosa prendere e cosa lasciare? A me non sembra. Le perle di Wojtyla, infatti, sono atti che si stagliano non per una scelta ideologica, ma per la loro narrabilità. Rientrano cioè in quella antica forma di professione di fede che la Bibbia ebraica ha insegnato ai cristiani («lo racconterai») e costituiscono un racconto che, come già accade, discerne, distingue, separa. Di Wojtyla, come di ogni Papa, resterà nella storia tutto – ma nella vita della Chiesa rimarrà ciò che si può raccontare: e in quel racconto, per quanto deformato dal caleidoscopio dell’esistenza, non entra ciò che il Pontefice soggettivamente ritiene più importante e nemmeno ciò che oggettivamente lo è sul piano politico-istituzionale; ma solo una immagine che racconta e che parla di giorni di speranza dentro giorni di desolazione.

 

Pag 35 “Era un uomo normale, tutto immerso in Dio. Per me Karol è già santo” di Luigi Accattoli

Dziwisz: ogni giorno capisco meglio la sua eccezionalità

 

«Io dico che la memoria di Giovanni Paolo II dura e non diminuisce, anzi sembra crescere nel tempo insieme alla sua fama di santo. E non solo in Polonia, ma in Italia e in America Latina e un poco dappertutto. Ovunque si fanno pubblicazioni e si tengono convegni e corsi universitari per conoscerlo meglio. Sono stato appena ora in America Latina dove c’era un congresso, a Bogotà, per approfondire il suo magistero»: così parla – nel quinto anniversario della morte di papa Wojtyla – il cardinale Stanislaw Dziwisz arcivescovo di Cracovia, che per dodici anni in Polonia e 27 a Roma è stato suo segretario.

Eminenza, su quali temi si appunta la ricerca di chi vuole capirlo?

«La teologia del corpo innanzitutto, che era una delle novità nel suo insegnamento e che non è ancora pienamente assimilata. Legato a questo argomento c’è il nuovo sguardo sulla donna e anche sulla donna di Chiesa. Quello che egli indicava con l’espressione “genio femminile” e con l’affermazione che la Chiesa sarebbe stata più bella quando avesse dato alle donne il giusto spazio. Ma anche la questione sociale, i diritti dell’uomo e i diritti delle nazioni. Egli sentiva molto questo tema che è tutto da svolgere, perché ci sono sempre di nuovo i popoli calpestati».

Nel libro Memoria e identità – pubblicato poco prima della morte, e ora riproposto dal «Corriere della Sera» – Giovanni Paolo II parlava di sé ricordando il nazismo e il comunismo, oggi così lontani, tanto che i giovani non li hanno conosciuti. Che idea hanno i ragazzi polacchi del Papa polacco?

«La memoria è sempre molto viva. Nella processione ininterrotta alla sua tomba, che vediamo ogni volta che veniamo a Roma, i polacchi sono molto presenti e tra loro i giovani. Si direbbe che questo pellegrinaggio in sua memoria sia un fatto da spiegare, mai capitato. E dietro la processione c’è la riflessione. I nostri giovani si fanno attenti quando si parla di Giovanni Paolo II. Non dico per tutti, ma per tanti egli è un punto di riferimento».

In che senso può essere punto di riferimento per chi poco o nulla l’ha conosciuto, come è il caso dei giovanissimi?

«C’è desiderio di capire. I giovani sono sensibili alla bellezza, alla bontà, alla libertà e facilmente avvertono che per i loro genitori, per la nazione polacca, la figura di Giovanni Paolo II ha rappresentato qualcosa di ancora vivo in quelle direzioni e dunque vogliono capire, fanno domande. Ci sono tante occasioni per farlo, tante volte mi viene chiesto di parlarne».

Sento che c’è in Polonia una moda del nome Karol dato ai bambini…

«Ci sono bimbi che vengono chiamati Karol, ma anche Giovanni Paolo e persino Giovanni Paolo II. Ho visto che molti mettono anche il nome Arturo, in omaggio ad Arturo Mari che fu il fotografo del papa e che i polacchi hanno visto accanto a lui in tutti i suoi ritorni in patria».

Che cosa può aver attivato questa singolare calamita verso il fotografo?

«La vicinanza al papa come dicevo, ma anche la semplice bontà di quest’uomo che è stata resa bene dal film “Giovanni Paolo II il Grande” dov’egli fa da narratore della figura papale».

Tanti in Polonia e fuori appaiono impazienti di vederlo proclamato beato ma sembra si debba ancora aspettare qualche tempo. Lei che previsione fa?

«Non faccio previsioni perché non sono profeta. Ci rimettiamo al papa Benedetto XVI e alle decisioni che prenderà. Abbiamo fiducia in lui e siamo contenti del decreto sulle “virtù eroiche” che il papa ha fatto pubblicare il dicembre scorso. Ora si attende il riconoscimento di un miracolo ma il più è fatto: il riconoscimento delle virtù è più importante di quello del miracolo».

Che dice ai suoi connazionali impazienti di venire a Roma per la beatificazione?

«Dico che questa attesa è un tempo favorevole per assimilare la sua eredità. Mentre lo studiano i periti, tutti noi lo possiamo fare nostro in profondità. Capirlo dove ancora non l’abbiamo compreso».

Ma lei non amerebbe una rapida conclusione?

«Non ho fretta. Per me so che è santo e apprezzo la saggezza di verificare tutto in modo che domani nessuno possa dire che qualcosa fu fatta in fretta. Ho fiducia che il papa Benedetto saprà trovare lui il momento opportuno per la proclamazione. Egli fu suo collaboratore ed è legato alla sua memoria come noi polacchi».

Se fosse proclamato insieme a Pio XII, come insieme è avvenuta la pubblicazione dei decreti sulle «virtù eroiche», lei ne sarebbe contento?

«Se così decide il papa, andrà bene così nonostante che molti dicano che per figure tanto importanti sarebbe bene avere una celebrazione piena per ognuna. L’episcopato polacco fu gran sostenitore di Pio XII negli anni dello stalinismo, quando ci fu una propaganda feroce contro il papa. E Karol Wojtyla fu nominato vescovo da papa Pacelli: la sua fu una delle ultime nomine di quel pontificato».

Lei ha vissuto tutta la vita con il suo Papa e solo ora se ne è staccato. I cinque anni del distacco hanno comportato un cambiamento di idea su qualche aspetto della sua figura?

«Mi sono reso conto, vedendo come lo guardano gli altri, che anch’io devo capire meglio la sua spiritualità. Egli era insieme un uomo del tutto normale e un uomo totalmente immerso in Dio: è questo il punto che deve comprendere uno come me che era ogni giorno dentro a quella normalità».

Da un libro del postulatore della causa don Oder Slawomir abbiamo saputo di una suora che attesta d’averlo udito lamentarsi mentre si flagellava: sarà vero?

«Non posso dire niente perché io non ho sentito e non ho visto ciò che quella persona attesta. Non lo trovo inverosimile, perché era un uomo severo con se stesso. Ma posso solo immaginare, e penso che sia meglio non immaginare; come sarebbe stato meglio non pubblicare ciò che era coperto da segreto».

Giovanni Paolo II a cinque anni dalla morte (2 aprile 2005)ultima modifica: 2010-03-30T09:00:56+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento