Omelia: V di Pasqua (C)

V Domenica di Pasqua Anno C

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù dis­se: «Ora il Figlio dell’uo­mo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorifi­cato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Fi­glioli, ancora per poco so­no con voi. Vi do un co­mandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, co­sì amatevi anche voi gli u­ni gli altri. Da questo tut­ti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Il percorso che le letture di oggi ci fanno fare può essere così sintetizzato:

– la Chiesa terrena, così come oggi la viviamo e come sempre è stata, è attraversata da difficoltà e crisi e insieme sostenuta da Dio attraverso le persone che le affida (1L);

– la Chiesa celeste, nostra meta, è la realtà attesa, nuova e insieme già inaugurata dalla risurrezione del Cristo (2L);

– il modo per realizzarla ci è affidato da Gesù con il comandamento nuovo: “amatevi gli uni gli altri COME IO ho amato voi” (V)

1. Nella Chiesa terrena, ci dice il libro degli Atti, i cristiani devono essere costantemente rianimati, confermati, esortati a restare saldi nell’attraversare le molte tribolazioni che la affliggono (esterne, ma anche interne, dettate dalle infedeltà degli uomini che ne fanno parte, come Giuda, come lo stesso Pietro rinnegatore, e tanti dopo di loro). E’ il compito degli apostoli, come Paolo e Barnaba, compito che loro affidano a loro volta agli anziani-presbiteri, gli attuali preti.

2. Alla chiesa pellegrina sulla terra si accosta, nella 2° lettura, la Chiesa celeste, la “nuova Gerusalemme”, la sposa pronta ad accogliere il suo sposo. Solo allora Dio abiterà in modo stabile con essa “ e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” eliminando morte, lutto, affanno, “perché le cose di prima sono passate”, perché io, Dio “faccio nuove tutte le cose”. E’ questa la META verso cui siamo incamminati ed essa sostiene, con la speranza, la fede: illumina e rende stabile il cammino fatto oggi nella strada oscura della storia presente e delle sue tribolazioni. Tutto è destinato a trasformarsi.

3. Questa Chiesa è credibile se vive il comandamento nuovo lasciatoci da Gesù come testamento spirituale, nel contesto dell’ultima cena, quando ormai è imminente la sua morte. E’ giunta per Gesù l’ora, quella della passione, morte e resurrezione, l’ora della glorificazione perché non c’è nulla che renda gloria a Dio, cioè lo manifesti, lo renda presente più di quanto Gesù fa donandosi a noi sulla Croce. Ma è anche l’ora di lasciare le consegne, di affidare il messaggio più importante: il comandamento nuovo.

– Esso è “nuovo” perché misurato su di lui (“come io”), cioè sul superamento di ogni limite (fino a dare la vita).

Amare come Cristo. Non:  quanto Cristo, impresa impossibile all’uomo, il confronto ci schiaccereb­be. Nessuno mai amerà quanto Lui. Ma come Lui: con quel sapore, in quella forma, con quello stile.  Con quel suo amore crea­tivo, che non chiude mai in un verdetto, che non guar­da mai al passato, ma apre strade. Amore che indica passi, almeno un passo in avanti, sempre possibile, in qualsiasi situazione. A­more che ti fa debole ep­pure fortissimo: debole verso colui che ami, ma in guerra contro tutto ciò che fa male”. (E. Ronchi)

– «Come io ho amato voi ». L’amore cristiano è anzi­tutto un amore ricevuto, accolto. Come un’anfora che si riempie fino all’or­lo e poi tracima, che di­venta sorgente. L’amore non nasce da uno sforzo di volontà, riservato ai più bravi; l’amore viene da Dio, non dalla mia bravu­ra:  amare comincia con il lasciarsi amar . Non sia­mo più bravi degli altri, siamo più ricchi. Ricchi di Dio.
 È un amore che perdona ma non giustifica ogni sbaglio.
Giustifica la fragi­lità, lo stoppino smorto, la canna incrinata, ma non l’ipocrisia dei pii e dei po­tenti. Ama il giovane ricco ma attacca l’idolo del de­naro.   Se il male aggredisce un piccolo, Gesù evoca immagini potenti e dure come una macina al col­lo.

– E’ un amore reciproco (“gli uni gli altri”), per cui nessuno è superiore all’altro e tutti hanno bisogno dell’amore dell’altro. E se non siamo corrisposti? Come può diventare vicendevole? “Metti amore e troverai amore”. Semina, dissoda, concima, attendi con speranza, ma soprattutto con costanza e impegno. Ma soprattutto segui l’esempio di Gesù che ha amato anche Giuda fino all’ultimo istante, fino alla fine lo ha tratta da amico: gli lava i piedi, come agli altri, gli offre il pane intinto nel vino, segno di amicizia e di intimità. Spera fino alla fine che cambi atteggiamento, senza giudicarlo, senza emarginarlo, senza negargli l’affetto.   Gli uni gli al­tri  significa inoltre reci­procità. Non siamo chia­mati solo a spenderci per gli altri, ma anche a la­sciarci amare: è nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della vita.

– L’amore reciproco è, infine, la tessera di riconoscimento dell’essere cristiani e, insieme, il mezzo per renderci credibili, per dare testimonianza. L’amore reciproco affascina, attira, coinvolge ben più di celebrazioni spettacolari, di grandi raduni, di feste animate. E’ l’amore reciproco vissuto nella quotidianità a renderci cristiani, ben più dell’essere conformi alla dottrina, delle dichiarazioni di fede o di adesione morale.

– Se fossi disposto ad amare l’altro fino a donargli la mia vita non dovrei allora perdonarlo per qualche sgarbo fatto?

Preghiera conclusiva

Il momento è quello

solenne e drammatico

in cui ogni parola acquista

una forza ed un senso particolari.

Tu stai andando incontro alla morte

e quello che ci affidi

è un vero e proprio testamento.

 

Tu ci chiedi di amare, di amarci,

secondo la misura che ci manifesterai

con la tua passione e la tua morte:

senza limiti, senza barriere,

senza confini, fino in fondo.

Sarà questo il vero,

l’autentico segno

che ti apparteniamo,

che siamo tuoi discepoli.

 

Non le celebrazioni spettacolari,

non i raduni entusiastici, non le assemblee festose,

ma l’amore che sapremo donarci

nel tessuto della vita quotidiana,

con semplicità ed umiltà,

con gioia e con impegno,

con libertà e con coraggio,

con tenerezza e con misericordia.

 

Questo amore costituisce

“la prova del nove”:

non le patenti di ortodossia,

non la conformità della dottrina,

non le dichiarazioni di fede o di adesione morale.

È questo l’amore che tu ci hai manifestato,

è di questo amore che vivono i discepoli.

Amen.



Omelia: V di Pasqua (C)ultima modifica: 2010-04-30T11:42:15+02:00da borgosotto
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