Senza amore si muore

Chi ama non muore, perché si dona! E vive nell’altro. O meglio, vive in Dio, per sempre. Senza amore si muore. Una società senza amore è impensabile. Una Chiesa senza amore è assurda; anzi diabolica; il diavolo è il principio di ogni divisione.

Alla fine, è bene incentrare ogni attenzione sul Vangelo. Sappiamo tutti che è in gioco la stessa vita eterna. “Maestro, che debbo fare?”.

Senza Vangelo non avrebbe senso che stessimo a leggere nessuna pagina della Bibbia: tranne che per motivi di bellezza letteraria: perché per essere bella è bella. Ma questo non basta. Il Vangelo è la nostra sola regola di fede: quel Vangelo che san Francesco proponeva ai suoi frati come unica norma “sine glossa”. Anche se poi le cose sono andate molto di­versamente, povero Francesco! E il Vangelo lo sta­tuto fondante tanto la vita di ogni cristiano, come quella di ogni comunità. Ed è il Vangelo a riassorbi­re tutta la Scrittura. Di questo, dalle parole che ora vogliamo meditare, ne avremo una conferma. La co­sa più grande è l’unità e la continuità di Dio dalla Genesi all’Apocalisse, l’unità e la continuità del messaggio. E Cristo, com’è pienezza della divinità, così è il riassunto di tutta la rivelazione: “Cosa sta scritto nella Legge?”.

 

La risposta che è stata data a questa domanda già mi fa pensare, come dicevo, alle tante regole e costituzioni degli ordini religiosi e monastici. Cose mera­vigliose certo, sapienza dei secoli, inventiva dello Spirito Santo e creatività sempre inesausta della Chiesa. Ma la risposta è sempre una, la quale attra­versa tutta la storia santa: “Amerai il Signore Dio tuo con tutta la forza…”. Mi viene in mente la mia regola monastica, quella di sant’Agostino, che co­minciava così: “Prima di tutto e sopra ogni cosa si ami Iddio e poi il prossimo: questo è l’essenziale a noi comandato”. Ricordo come il mio superiore ge­nerale (che brutta parola!) mi richiamò una volta un punto molto avanzato delle costituzioni, punto che allora io non riuscivo ad osservare – forse il 79 o l’80, non so -; allora con tutta apprensione gli dis­si: “Ma come? lei, padre, mi vuole già al punto 79, quando io mi sento ancora fermo al primo? A quell’ ‘ante omnia, fratres carissimi, diligatur Deus deinde proximus!…’ (prima di tutto, fratelli carissi­mi, si ami Iddio e poi il prossimo)”. Sì, ero fermo a quel comma! Ed è il comma che ancora mi sbarra la strada; è qui che ho i miei dubbi, sia per me che per la mia comunità: per la famiglia, per la società… Perché da qui dipende ogni legge e profezia, dipen­de tutta la storia: e dipende la salvezza eterna. Reli­gione di un solo comando e non dei diecimila precet­ti; fede liberatrice; Chiesa come paese della fraterni­tà e dell’amore; perciò figura del regno che deve ve­nire. Altrimenti è figura di niente. Ed è sempre l’u­nico e medesimo comandamento.

Anche il Dio dell’Antico Testamento è amore. “Andate a vedere cosa vuol dire ‘io voglio amore e non sacrificio‘. Solo nella misura in cui questo si fa anima della storia, ci sarà vera liberazione dell’uomo;e si farà giustizia; e ci sarà pace, e armonia e bellezza di vivere. Solo nella misura in cui questo si avveri, ecco che la storia si realizza secondo l’uni­co piano di salvezza; e l’umanità cresce e avrà un progresso e tutti avranno il gusto del bene. Perché non c’è altro, non c’è altro da fare.

Questo è detto dal Vangelo del samaritano, prima di aprirsi sulla parabola. Così, in fatto di proposte e di programma, ora si raggiunge il culmine e si propo­ne la sintesi. Tutto è contenuto in questo Vangelo.

Il racconto è uno dei più piccoli di tutta la lettera­tura del mondo, appena undici righe, forse quindici, conforme le edizioni; quindici righe in cui è raccolta la possibile soluzione della storia, il dramma dell’uo­mo singolo come quello della società. Ed è qui che è riassunta, come dicevo, tutta la Bibbia; e la futura storia della Chiesa; e la mia e la tua storia.

Da questo comando nessuno può dirsi dispensato o interdetto mai. Ricordo un incontro con il cardi­nale Montini, allora vescovo di Milano. Io ero appe­na stato allontanato da Nomadelfia: mille e trecento fra bambini e i pochi adulti da assistere, allora, in quelle condizioni! L’ordine era di abbandonare tut­to e di non interessarci più noi sacerdoti; anzi, ordi­ne di non incontrarci neppure e di partire per l’este­ro… Ma quei bambini dovevano pur mangiare e so­prattutto essere amati com’erano amati. Continuare dunque o no? Era la questione che sottoposi allora al vescovo Montini. La sua risposta – la ricorderò sempre – mi venne chiara, decisa, fermissima, ap­punto evangelica: «Non c’è nessuna legge al mondo che possa proibire la carità». Un ricordo che mi ha consolato in quei duri e lunghi anni, e perciò gli con­servo ancora gratitudine. Non c’è altro, non c’è al­tro da fare.

È anche per queste esperienze e per questa con­vinzione che ho esposto le cose che ho scritto circa l’unica umanità possibile. Ecco come tutto ritorna.

Dunque: un dottore della legge si alzò per mettere Gesù alla prova. Non tutti e non sempre abbiamo il cuore puro per accostarci, come si deve, a Cristo. Non sempre le intenzioni di chi gli sta vicino sono giuste: Dio ce ne liberi! Ma la verità si fa strada co­munque.

E gli chiese: “Maestro, cosa devo fare per la vita eterna?”. “Cosa sta scritto nella Legge? cosa vi leg­gi?”. Era un avvocato e il codice lo doveva sapere, perciò rispose quello che rispose: “Amerai Dio e il prossimo con tutta la tua anima…”. Sant’Agostino, l’autore della mia regola monastica, diceva che «qui c’è tutto l’uomo”. Tutto dipende da questo. Ripetia­mo all’infinito: non ci sono né altri progetti d’uma­nità, né altre leggi salvatrici. Senza amore si muore. Una società senza amore è impensabile. Una Chiesa senza amore è assurda; anzi diabolica; il diavolo è il principio di ogni divisione. Mentre la Chiesa deve essere «il sacramento dell’unità e della pace di tutto l’universo». Neppure una qualsiasi famiglia è pensa­bile. Qui si riassume la sorte del mondo e il destino di ognuno. Infatti Gesù rispose: “Hai detto bene, fa’ questo e vivrai”. Fa’ questo, solo questo! non al­tro; non c’è bisogno di altro! E vivrai: cioè avrai rea­lizzato la tua vita nel tempo e avrai la vita eterna che è Dio. Solo l’amore vince la morte. Chi ama non muore, perché si dona! E vive nell’altro. O meglio, vive in Dio, per sempre.

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse: “E chi è il mio prossimo?”. Perché giustificarsi? Aveva forse bisogno di scuse, di attenuanti? forse in quanto sape­va ma non praticava? Già, è grande e grave e intrec­ciata la problematica!… “Il prossimo”: parola diffi­cile! Prossimo, più prossimo, meno prossimo; prossi­mo nel sangue o nello spirito!… E poi… “lo amerai come te stesso”. Allora è giusto che prima cominci da me! Proprio così “charitas incipit ab egone” (la carità comincia da me stesso): prima io e poi gli altri. E se non ne avanza per gli altri? Quando mai c’è una fine per l’egoismo? Se prima viene l’io e poi il tu, è chiaro che prima vince l’egoismo e poi l’altruismo. Eppure è scientifico che non ce n’è mai d’avanzo per l’egoista. Non esiste neppure per l’America un’economia del superfluo. “Ego, egonis, egoni, egonem, egone”: si è declinato l’indeclinabile e si è posto l’ego in tutti i casi. Perciò il dottore volendosi giustificare – e ne aveva ben donde! – disse: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù, sempre accondiscen­dente nonostante tutto, rispose: “Un uomo scen­deva…”.

Notiamo subito i personaggi della parabola: un uomo, una banda (una società di ladri come direbbe Santi Romano, un classico del diritto); un prete, un levita, un samaritano, un oste che incassa… Forse ci siamo tutti.

 

 

Sulla medesima strada

 

Prima un uomo. “Un uomo scendeva da Gerusa­lemme a Gerico”. Chi era? anzi, chi è? Non ha no­me, non c’è una carta d’identità (tanto meno il sa­maritano gli chiederà documenti). Non un segno per sapere chi fosse, anzi chi sia. Poteva essere, o me­glio, può essere un ebreo o un arabo; un giovane o un vecchio, un povero o un ricco (sì, anche un ricco, dal momento che è finalmente derubato anche lui), un onesto, un disonesto (sì, anche un disonesto, dal momento che è carico di ferite); può essere un bian­co, un nero, un europeo, un americano; un maoista, un bolscevico, un anarchico; può essere un cattolico, un protestante, un musulmano… Può essere perfino un contestatore; un brigante anche lui; un assassi­no… Infatti è sempre un rischio fermarsi non ad aiutare ma perfino a guardare. Oggi poi!

Ma si sa almeno chi è significato. E’ un uomo in viaggio, un uomo in cammino; ed è sulla strada che va da Gerusalemme a Gerico; non da Gerico a Ge­rusalemme; non c’è nulla di inutile nei Vangeli; e at­tenti a tutti i particolari, che sono particolari sottoli­neati da Cristo. Se andava a Gerusalemme, si pote­va pensare a un pellegrino, a un uomo “che saliva al tempio per pregare”. Invece può essere un pelle­grino di ritorno, già dimesso dalla Chiesa; o addirit­tura uno che volta le spalle alla religione, almeno a quella religione. Potrebbe essere un operaio che an­dava a cercar lavoro nella piana ubertosa di Gerico, non trovandolo nella capitale santa. Perché è certo che il Vangelo segna almeno una rivoluzione di ca­rattere religioso, come vedremo anche da questa pa­rabola.

È un uomo che “incappò in una banda di brigan­ti”; ed ora è spogliato e percosso; e poi è lasciato solo, mezzo morto, carico di ferite, ai margini della strada.

Ma non si sa il nome e il cognome, ma in compenso si hanno molti particolari; un incalzare di note, una più grave dell’altra: spogliato, percosso, abbandona­to, emarginato (ecco da dove deriva questa parola: dal margine della strada al margine della vita). È il Vangelo a dire “mezzo morto”, non mezzo vivo; un Vangelo che tende al peggio, questa volta; pessimismo o semplicemente realismo evangelico?

Strano che qui sia il povero malcapitato a non avere nome; invece nella parabola dell’epulone è il ricco che non ha nome; anzi, là il ricco non è detto neppure uomo; infatti è scritto “dives quidam”, un certo ricco. Il ricco non è neppure un uomo secondo il Vangelo? Certo non è un uomo perché ricco! Men­tre subito è scritto che c’era anche un povero di no­me Lazzaro. Là, nella parabola del ricco, il povero ha un nome: davanti a Dio il povero ha un nome, si chiama Lazzaro; mentre non sappiamo chi sia il ric­co. Cosa conta il ricco davanti a Dio? Avrà mai un nome? E però un ricco di cui si sanno tante cose; si sa «che vestiva di porpora e bisso»; si sa “che ban­chettava ogni giorno”, mentre al suo portone… Ap­punto, si sa che abitava nel palazzo, ecc… E dun­que, qui è il povero che non ha nome per gli uomini, là il ricco non ha il nome per Iddio. Ma, chi sarà questo povero?

Non c’è dubbio circa chi significhi questo uomo: un qualsiasi uomo, spogliato, percosso, umiliato, emarginato. Anche se fosse un delinquente; almeno dal momento che uno è caricato di ferite; fosse an­che Caino. Dio è anche dalla parte di Caino dal mo­mento che Caino può essere braccato: “Guai a chi uccide Caino! Costui sarà ucciso sette volte…”.

Un uomo: quest’oceano di uomini spogliati, per­cossi, umiliati, sfruttati, offesi, morenti, abbando­nati ai margini della cosiddetta civiltà, ai margini delle grandi arterie della vita, dell’organizzazione, dell’industria, del commercio; abbandonati al limi­tare del deserto; o ricacciati indietro come cavallette nella giungla. Un uomo, molti uomini; centinaia di milioni di indiani, milioni di africani, di asiatici, di cinesi. Sacche di umanità per ogni continente: sac­che di disoccupati, ingrumati fino nelle piazze cen­trali del sistema. E andrà ancora peggio. Tutti cadu­ti in mano ai briganti? E chi può essere questa socie­tà di briganti? Quando uno vive in un sistema dove l’uomo non conta niente, perché conta il profitto avanti tutto; conta l’efficienza, la potenza, il dena­ro, quest’ultimo cosa deve dire? Quando uno pensa a quante di queste ricchezze, che fondano il nostro orgoglio e il nostro strapotere, provengono dal paese dei poveri e dal loro sfruttamento; e noi diventia­mo sempre più ricchi e loro sempre più poveri – come sostiene la Populorum progressio – quest’uo­mo cosa deve rispondere? Pensiamo alla provenien­za della maggior parte dell’oro del mondo e dei dia­manti e di tanta parte dell’energia; pensiamo ai capi­tali dell’America Latina che sono per due terzi in mani straniere; pensiamo alla vicenda del Cile, del Nicaragua, della Cambogia, dell’Indonesia… Altro che un uomo mezzo morto, ai margini della civiltà: Potranno mai rialzarsi e continuare il loro cammino queste turbe immense di infelici? Ed ora c’è un ter­zo mondo, e poi ci sarà un quarto mondo, e poi ci sarà un quinto mondo… Le inutili lotte che dovran­no sostenere e il sangue che dovranno versare, per avere almeno il diritto a una dignità, per essere ap­punto uomini anche loro!

Pensiamo al Sud Africa, all’Asia… pensiamo alle multinazionali…

Invece dice il Signore: “Guai a voi che aggiunge­te casa a casa, vigna a vigna, come se foste voi soli a vivere e fosse vostra la terra!”. Un santo dice che, quando uno si arricchisce, lo fa sulla vita di cento poveri. “Guai a voi che divorate il mio povero come se fosse un boccone di pane!”. Credo che non ci sia una sola affermazione del Signore, dove il ricco non sia trattato da ladro. Può essere benedetta la ric­chezza che è di tutti, perché è di Dio; ma il ricco, specialmente del Vangelo, è per definizione un ma­ledetto: “Beati voi poveri, maledetti voi ricchi”. Per Cristo il ricco è più che un ladro: è un idolatra. E per il profeta significa uno che succhia il sangue della povera gente, servendosi perfino della morale e della religione. Secondo la Rerum Novarum l’operaio non è forse, un comperato o un venduto? il solo elemento dice l’enciclica, che esce dalla fabbrica defraudato dalla dignità, quando perfino la materia esce nobilitata. Per sant’Ambrogio,un ricco è sempre o iniquo o erede di iniqui.

E va bene: è il sistema. E con questo? Che almeno si possa dire che il Vangelo non ha niente a che fare con il sistema. “Padre ti prego: che essi siano nel sistema, ma che non siano del sistema”. Poi sarà quel che sarà. Almeno una scelta di campo se non altro.

“Per caso, un sacerdote scendeva per quella me­desima strada…”. E chi è questo sacerdote? È suffi­ciente dire che è un prete? Ma io conosco tanti preti che si sono fermati. Questo sia detto come premes­sa. Tuttavia c’è uno indicato senza ambiguità, con riferimento preciso alla sua condizione: un prete! E parliamone pure senza complessi: tanto più che c’è di tutto tra i molti di una qualsiasi professione. Ma perché Cristo ti fa passare per primo un prete?

Intanto, notiamo quel “per caso”. Come se Cri­sto credesse al caso: quando invece qui erompe già la rivelazione sugli intrecci misteriosi dei destini umani: come se tutto sia legato; e come siano osser­vati da Qualcuno tutti i particolari delle mosse degli uomini: come appunto nulla avvenga per caso; e quanto non sia un caso che anche il prete “scende­va”. Nessuno può dirsi estraneo alle sorti dell’uo­mo; nessuno può dire: “Io non c’entro”. Siamo tut­ti sulla medesima strada, nella medesima storia; e non c’è dubbio che ci salveremo e ci perderemo tutti insieme.

Il primo dunque a passare di lì è un sacerdote: perché? Lo avesse messo per ultimo, o non lo avesse neppure nominato! Un prete, e per primo! È natura­le. Se non si mette in  testa a tutti un prete a salvare l’uomo; un prete che si fermi dove c’è un uomo in pericolo, qualcuno che è spogliato, oppresso, umiliato; se non si ferma un prete davanti ad un uomo carico di ferite e depredato perfino della sua dignità, chiunque egli sia, chi deve fermarsi per primo? Se una religione o meglio una fede (e quale fede!) non si propone per prima cosa la salvezza dell’uomo, una salvezza che sia concreta, tempestiva, operante perfino dentro la cronaca più nera; se una religione non ha come scelta la partecipazione umana – Cristo che si fa uomo – e questa non sia una scelta primaria, partecipazione alla sorte dell’uomo più emarginato e colpito, che religione e fede saranno mai? Un prete cosa ha di più importante da fare? Fossero anche dei pontificali, dei congressi eucari­stici: cose santissime! Dio sa che non mentisco. Ma se sono avulsi dalla storia quotidiana dell’uomo di oppressione, a che servono? Fossero anche le dolci quaranta ore di silenzio e di orazione da­vanti al Dio che si dona, quando non fossero insie­me una condivisione delle quaranta ore dell’operaio in fabbrica, o delle molte ore di fame delle masse in­diane, cosa potrebbero significare e come potrebbe­ro essere credute? «Smettete di presentare offerte inutili… Perché quando stendete le mani io volto altrove la faccia; anche se moltiplicate le preghiere, io non vi ascolto…» Is 1,11ss.

Questo è il problema: cosa rappresenta una reli­gione, cosa vuol dire credere; cosa ha di più impor­tante un prete… Infatti dove andava quel prete sulla strada di Gerico? Che programma più urgente ave­va? Se pure aveva un programma…

Da notare che “quando lo vide”, quando vide quell’uomo, “passò oltre dall’altra parte”. Perché? Lo ha riconosciuto forse? e quindi lo avrà giudicato? Comunque  ha creduto bene di andarsene e lo ha anche scansato. E dove se n’è andato? “Oltre!”. Cosa c’è più oltre. L’inutilità di una religione, in due righe! Una religione che non si ferma davanti all’uo­mo è una religione inutile. Come devono essere suonate quelle parole nelle orecchie dei preti di quel tempo!Infatti fra poco sarà quella religione inutile a decidere di ammazzarlo.

 

 

Il nuovo decalogo

 

Un uomo… una società di ladri…un prete. Ma il prete era passato oltre; l’aveva persino scansato. Ma si può scansare la sorte di quell’uomo? Quando siamo tutti intrecciati, e non per caso, tutti su una me­desima strada: non ci sono evasioni, e ogni cosa si paga.

Nella medesima direzione: non ci sono tante sto­rie:c’è una storia sola. E non è che non si sappia «lo vide». Tutti sanno! Si sa benissimo come sono le cose. Lo sa il prete… Anzi, se non ne ha coscienza il prete per primo, chi la può avere? La sorte dell’uo­mo è un fatto religioso prima che politico. Dimmi cosa credi e ti dirò cosa farai!

Il prete, pur avendolo visto, cioè pur sapendo, ri­trattosi dall’altra parte, passò oltre. Certo, qui vuol dire che si è formata un’altra mentalità, un’altra cul­tura; un modo diverso di concepire il prete da quello che dovrebbe essere dal racconto di Gesù. Ma la­sciamolo andare.

“Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre”. Per il levita il Signore è più sbrigativo: meno di due righe. E non è detto che andasse nella stessa direzione: «,Giunto in quel luogo”, potrebbe significare tanto lo scendere che il salire verso Gerusalemme. Infatti certa gente non si sa mai in che direzione vada. Ma chi è questa gente?Chi è questo Levita?

Anche lui pare capitato la per caso,  e invece non è a caso. E il secondo che passa sulla scena; il palco è sempre la medesima strada. Nel Vangelo è tanto spesso richiamata la strada che sembra tutto accada o debba risolversi su una strada, o almeno all’aperto: sulla strada il cieco di Gerico; sulla strada l’incontro con la samaritana; sulla strada i discepoli di Emmaus; sulla piazza l’evento di Pentecoste, ecc… Qui, sulla strada, il giudizio su chi cammina sulla via di Dio e chi no.

Ma chi è questo levita? È certo un uomo dell’or­dine, qualcuno della classe dirigente. Nella società teocratica del tempo, il levita era l’addetto al tem­pio; la tribù, quella di Levi, forniva le nuove reclute per il servizio al tempio: quindi un rappresentante del governo?

Anche per noi bastino due parole e non perdiamo tempo. Spesso anche noi non sappiamo dove vada un governo, né sappiamo che rapporti intrattenga con la gente che veramente ha bisogno. E poi, è già detto tutto su questi nostri governi, detto e risapu­to; e non c’è rimedio, non si vede da molto nessun segno di resipiscenza, di decisione d’intervento nel senso giusto. Si vede che va bene così, per molti, perché non si prevede una possibilità di ricambio. A parlare, si parla a vuoto e si rischia molto per nulla.

Il Vangelo dice che anche il levita “vide”: anche lui sa, come il prete, come tutti. Non sapessero, sa­rebbero scusati. Invece sanno! Anzi, si fanno tanti studi, tanti convegni, tante richieste!… Lo stato «studia» sempre, lo stato fa sempre progetti: leggi, leggine, inquisisce, progetta e intanto l’ammalato muore. E così anche il levita passa oltre. Come rea­gire all’inutilità di uno stato?

“Invece un samaritano, che era in viaggio…”. Qui bisogna che andiamo adagio; qui pare che perfi­no il testo cambi stile. Infatti non dice che scendeva o che saliva, ma dice che gli «passava accanto”; e  lo dice al gerundio; come per significare un compor­tamento sempre in atto, quasi una persistente dispo­nibilità.

Proprio un samaritano: questo Cristo che non fi­nisce di provocare! Almeno avesse fatto passare di là un galileo (“anche tu sei un galileo”), o una della Decapoli, sarebbe già stato uno scandalo; invece ti va a prendere ancora un samaritano! “Abbiamo det­to noi che sei un samaritano, e che hai un demonio addosso!”. E Lui che ti riempie il Vangelo di sama­ritani. Si sa benissimo che i samaritani erano per gli ebrei razzisti, quello che gli ebrei erano per gli hitle­riani: gente da campo di concentramento. E lui in­vece che va a confidare proprio a una samaritana che egli è il messia: “Donna, se tu sapessi il dono di Dio!”. E tra i dieci lebbrosi guariti ti fa tornare indietro a ringraziare solo uno, “e questi era un sa­maritano”. È da ammazzare. E facile dire oggi que­ste cose (cioè non è facile neanche oggi), ma al­lora!.

E per di più in bocca a Cristo, a colui “che dove­va venire”. Ora è proprio l’Unto di Dio, che ti pre­senta questo eretico e scomunicato quale un essere di cui non ci sarà 1’eguale sulla terra, tranne lui stes­so, disceso dai cieli per fasciare tutte le ferite del mondo, e versarci sopra l’olio e il vino dei suoi sa­cramenti. Un samaritano, un lontano, un maledetto. uno che è fuori dalla vera religione!

Ed ecco che appena costui “lo vide ne ebbe com­passione”. Alcune versioni dicono «si mosse a pie­tà», ma è lo stesso: sono tutti a due termini di una carica infinita, bellissimi; due parole che stanno nel cuore di tutta la storia della salvezza; parole che fon­dano la stessa umanità. Non c’è umanità senza com­passione e senza pietà. Per dire i rapporti fra uomo e Dio non abbiamo di meglio che il termine di pietà. Uomo pio è colui che porta tutta la creazione a Dio, mentre l’empio è colui che la distacca e la profana. E però tu hai un modo per verificare questi rapporti con Dio, se senti pietà verso l’uomo. Non c’è altro criterio di certezza. Tu non puoi dire di amare Dio che non vedi, e non ami il prossimo che vedi… Il termine è unico, come unico è il culto: un Dio ado­rato nell’uomo. Non c’è altra religione che ti salvi diversamente. Perciò questo samaritano sarà sempre uno scandalo, un tormento, un rimprovero per tutte le religioni inutili sulla terra. E Gesù che va a dire queste cose mentre è in viaggio verso Gerusa­lemme…

Ed ecco che “gli si avvicinò”. Altre versioni dico­no che “si curvò su di lui”… Ma è lo stesso. Certa­mente è disceso da cavallo. È uno che “scende”. Sì, bisogna scendere almeno dai palazzi, farsi vicini, curvarsi, andare incontro, sentire compassione; lasciarsi muovere o portare, o trasportare dalla pietà. Altrimenti non è pietà. Potrebbe essere una terra piena di templi, ma sarebbe sempre un mondo senza pietà.

 

 

Bisogna discendere!…

 

«Gli fasciò le ferite, gli versò dell’olio e del vino”:. impossibile non pensare ai sacramenti. Splen­didi sacramenti che mi ristorano dal male che a volte è la stessa esistenza; mi rimarginano le ferite più se­grete e più profonde. E fra essi, il più dolce di tutti è questo: il sacramento dell’amore e della “compas­sione”, della pietà e dell’amicizia, il sacramento che ci rende umani…

“E lo caricò sopra il suo giumento”. Non lo cari­ca sopra il giumento di un altro, cioè non lo scarica su altri. Questi poveri “scaricati” sui giumenti di tutte le “opere pie” della terra; e che a volte devono fare il giro del mondo per trovare un po’ di confor­to, o un asilo amabile; e non si sa se sia più grande lo sforzo di chi “aiuta” o di chi è aiutato, lo sforzo del povero che deve “sopportare”. Invece lui lo prende sulle sue braccia, lo carica sul suo giumento, lo porta nella sua locanda dove alberga lui, non in una “dependence”!… E si prende cura di lui. Cioè è lui che si prende cura e, finché può, lo assiste lui. Solo “il giorno dopo”, quando lui non può non an­dare, lo affida ad altri, e però sotto la sua personale responsabilità.

Abbiamo capito che uno solo è questo samaritano apparso sulla terra. C’è quasi da scoraggiarsi, se non pensassimo che appunto abbiamo a che fare con un… samaritano: questo Dio che ama per primo, che ama sempre!… “Non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma Dio ha amato noi”. Credo che sia una verità tutta e solo cristiana. È Dio che si curva sull’uomo. E lo ama così com’è. E può essere un de­linquente. E non gli chiede neppure i documenti. ­Cosicché può essere anche un suo nemico. L’amore non fa mai inchieste sui poveri. Invece noi quante inchieste prima di aprire il pugno in un gesto di stentata elemosina, quando non è ostentata! E sem­pre inchieste sulla miseria, mai che si facciano inchieste sulle ricchezze dei ricchi. Capisco, sono ine­vitabili: sono così pochi i mezzi della carità! E quello dei bisogni non è neppure un mare, ma è un oceano. E poi questi poveri, che te ne inventano tante da su­perare tutte le fantasie. No, non si può fare a meno delle inchieste. E poi: “Padre, un po’ di prudenza: il vizio…”. Che Dio ci perdoni! Prima di noi lo sa Cristo quanto sia difficile amare: un’impresa che è solo da Dio!

 

Da notare, alla fine, il seguirsi di tutti i verbi, l’incalzare dei gesti e del loro numero:

1) lo vide;

2) si mosse a pietà;

3) si curvò su di lui;

4) gli fasciò le ferite;

5) gli versò olio e vino;

6) lo caricò sul suo giumento;

 7) lo portò nell’albergo;

8) si prese cura di lui;

9) pagò per lui;

10) ritornò indietro a pagare.

 

È il nuovo decalogo? “E stato detto: non uccide­re, ma io vi dico…”.

Così la terra non sarà distrutta…

E dunque: non c’è che tornare al samaritano. Un uomo capitato in una banda di ladri: come ce ne so­no tanti, da sempre, il sistema stesso li alimenta; un prete che passa sulla medesima strada; poi un levita, uno della classe dirigente, un responsabile… Vedono e vanno oltre: nel nulla, secondo il Vangelo.

Invece un samaritano… Arrivati al decalogo del­l’amore, non abbiamo certo finito di commentarlo, neppure di scoprirlo. L’amore è un mistero più gran­de della vita e della morte. La parola di Dio è senza fine. Passeranno i cieli e la terra ma questa parola… Anche fra migliaia d’anni gli uomini avranno biso­gno di questa parola, altrimenti moriranno.

“Si prese cura di lui”. Come Dio si è sempre pre­so cura di me, di te, dell’uomo, dell’ultimo di tutti ­gli uomini. Uno che sta per morire, che è carico di ferite (in quanti modi quest’uomo è carico di feri­te!); che è solo, che è scartato. Chiunque egli sia, è sempre l’ultimo di tutti, quello che ferma Dio sulla sua strada; l’ultimo che per Dio diventa il più im­portante; il soggetto del suo amore e delle sue opera­zioni divine; le sole operazioni che segnano la com­parsa dell’umano e lo caratterizzano. Ecco che gli ul­timi saranno i primi. Non c’è nulla che valga per Id­dio quanto un uomo. Tutto il contrario che per noi. Cioè per questo sistema.

 

«Il giorno seguente…». Va bene: è lui che paga: e torna indietro a pagare. “Crucifixus etiam pro no­bis» (crocifisso anche per noi). È la legge della sosti­tuzione: lui che si sostituisce a noi. E continua. Il conto è sempre pagato da chi più ama. Rispetto al­l’uomo, è Dio che paga per sempre. Un Dio che è sempre in perdita.

 

Mentre sono tanti che ci guadagnano, proprio sull’amore. Non c’è nulla che “renda” quanto le opere di carità, in tutti i sensi. Anche la santità “rende molto: un’economia che è sempre attiva. Così “estrasse due denari e li diede all’albergatore”. Ec­co l’oste che incassa. Ma chi è questo oste, questo locandiere? Due denari erano tanti! Sulla cifra si possono fare due considerazioni: una che il ferito era veramente grave, ciò è detto all’inizio del rac­conto; l’altra, che sicuramente anche l’oste deve aver tenuto su il conto, il preventivo. Infatti la cari­tà costa! Quasi quasi per certi amministratori della carità e dell’assistenza e della previdenza e delle as­sicurazioni, non ce n’è mai abbastanza.

Due denari: «e ciò che spenderai di più te lo ri­fonderò al mio ritorno». Dove si vede che hanno di­scusso; e che l’oste voleva di più, forse. Ma perché non hanno fatto metà e metà? Perché questo apostolo dell’ospitalità non si è offerto, pure lui, a fare qualcosa? Non è un dovere di tutti l’amore? E’ un dovere di tutti, ma non tutti hanno il dono di amare: mentre coloro che hanno quello di incassare sul­l’amore sono una moltitudine.

Un giorno – ormai sono parecchi anni – con don Gnocchi abbiamo fatto una statistica e una ve­rifica sulle forme e sugli istituti di assistenza di qual­siasi tipo. Ebbene il risultato circa la distribuzione degli incassi era questo: che l’80% andava all’istitu­to o all’iniziativa che fosse, e solo il 20% andava agli interessati, cioè ai poveri o agli assistiti. Così al­meno avveniva una volta, tanti anni fa!

Quanti sono gli osti, quelli delle colonie marine o montane (non è anche un colonialismo, dei più raffi­nati? si fa per dire!), quanti sono coloro che si erano arricchiti sulle opere di una qualsiasi beneficenza?… Non per questo il samaritano abbandona il suo pro­getto. Quando uno ama, ritorna anche indietro a pa­gare. Non è che vinca l’oste. È lui che vince.

“E quello che hai raccolto di chi sarà?”. Perché non c’è nulla che bruci come i beni rubati ai poveri.

Infatti un bel mondo questo nel quale viviamo! Che forse non sia anche per questo che brucia? Questi «ordini» che si chiamavano mendicanti… Appunto, che Dio ci perdoni tutti!

Ma sono tanti, tanti, anche preti, che si sono fer­mati; e forse anche dei leviti, anche qualche politi­co, forse; tanti, tanti che hanno dato pure la vita… Perciò il mondo continua e va avanti.

“Chi di questi tre”… Lasciamo stare l’oste, i pa­rassiti li avrete sempre con voi. Solo che è detto dal Vangelo che quanti operano nella carità – ecco di nuovo l’oste! – non sempre sono annoverati da Cri­sto come “operatori dell’amore”. Infatti non ha detto: chi di questi quattro, il prete, il levita, il sa­maritano, l’oste; no, l’oste Cristo non lo nomina più. Ha detto: “chi di questi primi tre…”.

 

Va bene. Qui c’è una svolta imprevista, un finale in sospeso. All’inizio pareva che il prossimo fosse quell’uomo. Infatti il dottore della legge per giustificarsi chiedeva: “Chi è il mio prossimo?”. E Gesù rispose: “Un uomo scendeva…”. Nulla di più naturale che quello fosse il prossimo. Ora invece è Gesù che domanda rovesciando le parti: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è  incappato nei ladroni?”.

Non lui prossimo a me, ma io prossimo a lui: sono io che devo farmi prossimo a colui che è in disgrazia quanti sono nell’abbandono. Sono io che devo scendere da cavallo, farmi vicino, curvarmi. Sono io, tu, la Chiesa, chiunque. È Dio che scende dai cieli e si fa prossimo all’uomo; Dio che serba per sè quale preda la sua divinità: che non ha paura di compromettersi, di sporcarsi. Siamo noi che dobbiamo andare verso l’uomo che è nel bisogno e fer­marci!

 

Fermati, anche se hai fretta, anche se hai un tuo programma urgente. Non c’è nessun programma più urgente di questo: nessun fine più grande.

Il prete non pare che avesse un programma, pote­va andare anche in vacanza, dicevamo; il levita non pare che avesse un programma. Il prete non può avere altro programma; e così il levita. Sia per la re­ligione che per lo stato non ci possono essere altri programmi. Mentre il samaritano è evidente che avesse un programma: aveva un lungo viaggio da compiere; aveva con sé denaro e provviste. Aveva anche fretta. Dunque un programma l’aveva. Ha da­to al povero ciò che gli serviva nel suo viaggio: tanto che ha tirato fuori due denari; e, discutendo con l’o­ste, disse che il resto glielo avrebbe dato al suo ritor­no. Doveva andare subito, ma ciò non gli impedì di spendere un giorno per quel povero. Ha interrotto il viaggio, ha versato il suo olio e il suo vino, ha spe­so il suo denaro, ha “perduto” il suo tempo. Certo, è tempo e denaro veramente perduto per queste no­stre banche. È così alla luce di chi accumula tesori per sé, non per chi arricchisce davanti a Dio.

Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Altre versioni dicono così: “Chi gli usò miseri­cordia”. Altro termine da recuperare al vocabolario cristiano: “compassione, pietà, misericordia…”. I competenti dicono che misericordia indichi propria­mente “amore che trabocca”, come l’acqua da un vaso colmo. “Misericordia di progenie in progenie su coloro che lo temono”: come se fosse un’inonda­zione, un fiume che va di balza in balza e invade i secoli. Questa sarebbe la vera immagine dell’amore di Dio che si riversa sugli uomini. Pienezza del dono di sé, amore che straripa. Non già briciole che cado­no dalla mensa del ricco. Non vorrei che la parola “misericordia” – che è della stessa radice di “eley­son”, cioè ancora misericordia – abbia avuto una legittima origine da questo  ”traboccare”, male ap­plicato ad un portafoglio gonfio: donde il dare al po­vero solo ciò che “trabocca», appunto gli spiccioli che di solito danno fastidio a chi li possiede. Imma­ginarsi se non danno umiliazione al povero!

Così abbiamo rovinato una delle parole più belle del mondo e reso falso il gesto più divino.

Ciò sia detto per coloro che pensano sia finito il tempo della carità, e ti assalgono con la loro forsen­nata esigenza di giustizia. D’accordo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia”; fame e sete, fino alla sofferenza, fino alla consunzione. E però la pri­ma giustizia è questa: amare. Altrimenti tu non salvi l’uomo ma lo distruggi. La giustizia da sola è impos­sibile. Perciò più vuoi la giustizia più dovresti cerca­re l’amore. Perciò “Gesù gli disse: va’ e anche tu fa’ lo stesso”. Perché non c’è altro da fare. Diversa­mente l’uomo non si salva. Né tu né lui. E il povero dovrà morire; e tu sarai inutile. Quando non rischi di essere perfino dannoso: pur sognando di cambiare il mondo e di fare la più grande rivoluzione.

All’inizio Gesù gli aveva detto: “Fa’ questo e vi­vrai”. Solo questo. Vivrai e farai vivere. Chissà quanti lo stanno facendo nel mondo, per fortuna E magari non lo sanno. Sono appunto i samaritani che si fermano… Perciò la creazione continua. E la terra non sarà distrutta. Speriamo.

 

Il testo e’ tratto da: David Maria Turoldo, Amare, Edizioni San Paolo,Cinisello Balsamo(Milano), 1986, pp. 105-126.

Senza amore si muoreultima modifica: 2010-08-14T16:01:37+02:00da borgosotto
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