Benedetto Calati e l’eremo dei Gentili

anniversario

Moriva 10 anni fa il monaco camaldolese testimone profetico del Concilio, noto per gli studi biblici ma anche per gli incontri con i non credenti a Montegiove.

DI FILIPPO RIZZI Avvenire 23.11.10

A mato e rifiutato, testimone profetico del Concilio, riformatore della vita re­ligiosa nel suo Ordine religioso, i be­nedettini camaldolesi, ma soprattutto un mo­naco amante della Parola di Dio. Sono tanti gli aggettivi, definizioni che hanno costellato la vita, il Novecento del monaco Benedetto Cala­ti (1914-2000) che il 21 novembre di dieci anni fa si spegneva a Camaldoli all’età di 86 anni.

Una figura, quella di Calati, rimasta nella me­moria di molti per il suo dialogo con i non cre­denti, le altre religioni, il mondo ebraico ma anche ricordato per la sua passione per la lec­tio divina e per aver traghettato, da priore ge­nerale dei camaldolesi per 18 anni (1969-87), i suoi monaci nella difficile temperie del post-Concilio. «Sono passati dieci anni dalla sua morte – rammenta lo storico e presidente del­la Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi – ma sembra sia trascorsa una vita. Da allora il mondo si è tanto scomposto che verrebbe da chiedersi cosa penserebbe oggi don Calati? Io credo che anche oggi richiamerebbe tutti al primato della Parola di Dio come lampada del nostro tempo e dei nostri passi».

Don Benedetto Calati (al secolo Luigi) lascerà anche, seppur brevemente, la sua impronta nel mondo accademico come docente di Spi­ritualità monastica al Pontificio ateneo di Sant’Anselmo e di ermeneutica patristica al Pontificio Istituto Biblico.

Stella polare della sua vita sarà san Gregorio Magno e il documento conciliare Dei Verbum.

Non farà mancare la sua voce a quanti si rivol­sero a lui, in ogni epoca, nel monastero di Ca­maldoli ad Arezzo come in quello romano di San Gregorio al Celio: dall’allora monsignor sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Bat­tista Montini, ai dirigenti della Fuci, a Luigi Gedda ma anche ai comunisti cristiani di Feli­ce Balbo; manterrà un colloquio, mai interrot­to, con Giuseppe Lazzati, Raniero La Valle, Giuseppe Dossetti e il padre della riforma car­ceraria in Italia Mario Gozzini; del tutto parti­colare e di grande affinità spirituale sarà l’ami­cizia con il poeta servita David Maria Turoldo e lo scolopio Ernesto Balducci.

Ma sarà soprattutto il vento del Concilio Vati­cano II e il pontificato di Giovanni XXIII a cambiare la vita e la visione del mondo di don Calati. «E’ proprio così – rivela il discepolo, il monaco camaldolese e biblista don Innocen­zo Gargano – per lui quell’evento ha rappre­sentato ‘una vera e propria Pentecoste’. Da quella data ha rinnovato liturgicamente Ca­maldoli, il modo anche di accogliere i laici nel nostro monastero e di predicazione. I suoi punti di riferimento nella teologia furono due domenicani: il teologo della Casa Pontificia Mariano Cordovani ai tempi di Pio XII e uno dei padri della Nouvelle Théologie, il francese Yves Marie Congar: si è fatto prendere per ma­no da questi due maestri per com­prendere, in due fasi diverse, il mon­do e la Chiesa prima e dopo il Con­cilio Vaticano II». Documenti conciliari come la Lu­men Gentium, Nostra Aetate, Gau­dium et spes e successivamente l’en­ciclica di Paolo VI Ecclesiam suam diventeranno la bussola di riferi­mento di questo monaco dai tratti eccezionali. «Ricordo come rimase lusingato dalla collaborazione, pro­prio durante gli anni del Concilio, nel 1964, – rivela don Gargano – per un suo commento settimanale al Vangelo per l’Avvenire d’Italia di Bo­logna. Rappresentò per lui un’occa­sione privilegiata per spiegare la chiave profetica ed ermeneutica del Concilio, voluto da papa Roncalli».

Torna alla mente di Andrea Riccardi l’amicizia mai interrotta con la Co­munità di Sant’Egidio, anche in tempi difficili, la passione per Bibbia e la frase che ricorreva spesso nel vocabolario di questo monaco, di origini pu­gliesi, ed attribuita a San Gregorio Magno di­vina eloquia crescunt cum legente («la Parola di Dio cresce con chi la legge»): «Il suo grande lascito è stato quello di amare visceralmente la Bibbia, di contestualizzarla con le proble­matiche dell’oggi. Non è un caso che abbia letto il documento conciliare Dei Verbum co­me un ritorno ai suoi amati Padri della Chie­sa. Per me è stato un grande uomo di preghie­ra, ma anche un monaco capace di una profe­zia radicale, insofferente alle sovrastrutture della Chiesa. Egli detestava tutto ciò che è ri­dondante, barocco all’interno della struttura ecclesiastica. Certamente anche da anziano non ha smesso, quasi con impeto adolescen­ziale, di lottare e di sognare nel suo stile di monaco mo­dernissimo ma allo stesso tempo medievale».

Un capitolo a sé della vita di don Calati sarà l’incontro all’eremo di Montegiove nelle Mar­che con esponenti dell’intelligentia comuni­sta in Italia, tra questi la storica firma de Il Manifesto Rossana Rossanda, Mario Tronti, Filippo Gentiloni e l’ex presidente della Ca­mera, Pietro Ingrao (che alla sua morte ebbe a dire: «Mi ha liberato dalle mie sicurezze e a­perto al dubbio. Ora mi affido al mistero»).

Di quei lunghi dialoghi all’eremo di Monte­giove ne conserva ancora oggi un ricordo vivi­do e riconoscente Rossana Rossanda : «Io stessa sulle colonne del mio giornale descrissi don Calati come un ‘monaco senza indulgen­ze, un monaco raro che amavamo e ci amava, noi che non speriamo nell’eternità’. Ero felice di andarlo a trovare ogni estate all’eremo e qualche volta a Roma a San Gregorio. Quello che più mi ha colpito di lui è stato il suo parla­re appassionato, il senso acuto che aveva dell’ingiustizia sociale e il garbo con cui la­sciava aperta la sua cella per chi volesse an­darlo ad incontrare…». La Rossanda rievoca dal suo album dei ricor­di, le grandi discussioni con padre Calati sul­l’amato Réne Girard o su André Chouraqui, la passione per la musica sacra ma anche l’ictus che colpì nel 1994 l’anziano religio­so. «Rammento che pur essendo stato colpito nel corpo volle tornare a Montegiove – rivela la giornalista – mi confidò di avere paura della mor­te. Fu l’ultima volta che ci parlam­mo. In quel frangente non fui capa­ce di dirgli: ‘Ora benedicimi’. Il suo grande lascito è stato quello della sua amicizia, capacità di ascolto e di avermi esortato a leggere la Bibbia ‘sine glossa’, senza commenti. Cre­do che anche per questo ci siamo voluti bene da subito».

Un’eredità, quella di don Calati, an­cora viva tra i suoi confratelli camal­dolesi e nelle sue ultime parole:«An­diamo in pace».«Quello che ci ha la­sciato in eredità – è la riflessione fi­nale di don Innocenzo Gargano – è stata la sua testimonianza ma anche il suo credere fermamente nel pri­mato della Parola di Dio, che per lui era un primato dell’Amore, della persona all’interno di una comunità monastica. La sua più grande virtù?

Parlare con il cuore, cercare sempre di sintonizzarsi con il cuore dell’Al­tro ».

Benedetto Calati e l’eremo dei Gentiliultima modifica: 2010-11-23T21:02:22+01:00da borgosotto
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