Il dialogo con la scienza non va fermato

di Carlo Maria Martini CORRIERE DELLA SERA di domenica 28 novembre 2010

Su fecondazione assistita e cellule staminali il problema è complesso, anche perché sono molte le possibilità offerte dalla scienza e tutta questa realtà è in continuo movimento. L’ipotesi di un orientamento di massa verso la riproduzione in provetta non mi convince. L’esperienza e l’ascolto dei laici ci insegneranno molte cose.  

Caro Cardinal Martini, sono trascorsi quasi cinquant’anni dal Concilio Vaticano II e molti coltivano oggi gli stessi timori che preoccupavano, allora, diversi vescovi e teologi, ovvero la possibilità che interpretazioni letterali della Scrittura possano condurre a impedire una più critica lettura storica e, di fatto, rifiutare alcuni progressi scientifici. A volte, da credente e da uomo interessato alla scienza, mi scoraggio. Altre volte mi conforto ricordando che proprio a uomini di Chiesa dobbiamo alcune delle più grandi rivoluzioni scientifiche. Nicolò Copernico era un presbitero della cattedrale di Frombork e Gregor Mendel un frate agostiniano del monastero di Brno e dobbiamo a loro l’intuizione che la Terra non sia al centro del nostro universo e l’introduzione della genetica nell’evoluzione darwiniana dell’uomo. Recentemente, si sono levate critiche dal mondo cattolico per l’attribuzione del Nobel per la medicina al professor Robert Edwards, inventore della fecondazione assistita. Le tecniche per fare nascere un bimbo in provetta servono a una coppia con problemi di sterilità per coronare il loro progetto di famiglia, ma permettono anche di individuare alcune malattie fin dai primi stadi dello sviluppo dell’embrione, prima del suo impianto nell’utero materno. Sono malattie molto gravi come alcuni tumori o la talassemia.

Pur sottolineando il concetto di bellezza e priorità di una gravidanza naturale, si potrebbe immaginare, per assurdo, che un giorno gli esseri umani si orienteranno in massa verso una riproduzione in provetta per avere la certezza di mettere al mondo figli sani. In questo caso, per ora ipotetico, l’atto sessuale potrebbe progressivamente essere del tutto separato dalla generazione, non essendo più necessario per la riproduzione umana. Quali orizzonti aprono questi ragionamenti? Prevale il timore, la paura, o la speranza? Quali conseguenze ne possono derivare e con quali prospettive sociali ed etiche? Rimane un secondo quesito al quale forse anche i Padri Conciliari del Vaticano II hanno preferito non dare risposta. Se la riproduzione può essere distinta dalla sessualità, qual è il senso proprio della sessualità umana? Ma su questi temi dobbiamo porci anche un’altra domanda. Alcune settimane fa, negli Stati Uniti, un istituto di ricerca ha avviato la prima sperimentazione sull’uomo con l’utilizzo di cellule staminali prelevate da embrioni. Gli scienziati sperano di riuscire a far camminare persone bloccate su una sedia a rotelle a causa di un trauma alla colonna vertebrale. Se uno di questi pazienti si alzerà dalla carrozzina e camminerà, come affronteremo questo evento dal punto di vista etico? È giusto utilizzare le cellule staminali embrionali per tentare di curare malattie come l’Alzheimer, il Parkinson o la paraplegia? Tali cellule andrebbero prelevate da embrioni esistenti, congelati nelle cliniche per l’infertilità e che non saranno mai utilizzati a scopo di riproduzione. Oppure l’unica via è quella di lasciare spegnere le preziose cellule nel freddo?   (lettera di Ignazio Marino)

 

I timori emersi nel Concilio Vaticano II, riguardanti il possibile rifiuto del metodo storico-critico, sono ormai superati. Sappiamo che esistono diversi metodi per fare l’esegesi della Scrittura, ma non potrà essere trascurato il metodo storico-critico. Oggi lo si riconosce, pur sapendo che esso ha dei limiti ma è necessario. Ci sarebbero altri timori oggi, ma di ciò sarebbe lungo il discorso. Basterebbe accennare alla tendenza al formalismo liturgico, con una sorta di vanità, che si esprime nella passione per le vesti e le cerimonie liturgiche, ma non ha lo stesso entusiasmo per l’offerta di sé stesso a Dio. La Sua lettera enuncia anche le critiche di un certo mondo cattolico per la fecondazione assistita. Il problema è molto complesso, anche perché sono molte le possibilità offerte dalla scienza e tutta questa realtà è in continuo movimento. Ma la ipotesi che Lei fa di un orientamento di massa verso la riproduzione in provetta non mi convince. Non penserei che si possa giungere in un domani a staccare del tutto l’atto sessuale dalla generazione. L’esperienza e l’ascolto dei laici ci insegneranno molte cose. Il ricercatore dovrà stare attento a non ledere il rispetto dovuto a ogni persona umana. Quanto al senso proprio della sessualità umana, esso sarà probabilmente in futuro soggetto di una attenta riflessione nella linea del Concilio Vaticano II. Anche questo Papa ci sorprende talora con le sue uscite stimolanti. Circa il possibile utilizzo delle cellule staminali, ricavate da embrioni, bisognerà risolvere il problema tenendo conto della dignità di ogni persona umana. A tutt’oggi si pensa che anche le cellule non provenienti da embrioni possano essere impiegate con buoni risultati. In tutte queste cose sarà necessario un impiego della ragione, senza farsi prendere da emozioni personali.

 

Mi chiamo Enrico, ho 25 anni e fino ad oggi ho vissuto una vita felice e serena. I miei splendidi genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla: ho avuto, e ho tuttora, la possibilità di studiare, di giocare a calcio, di stare con gli amici. Ho avuto tutto quello che un giovane può desiderare. Da mesi sono turbato, non riesco più a studiare perché mi ritengo troppo fortunato rispetto all’enormità di persone che nel mondo vivono senza niente, in condizioni disperate, mentre io sono nella mia comoda stanza che studio ingegneria. Vorrei fare qualcosa contro il peccato di questo mondo, ma la decisione di mollare tutto mi sembra poco rispettosa nei confronti dei miei che hanno fatto sacrifici per farmi studiare. La dimensione spirituale della mia vita è sviluppata, tendo a cogliere l’aspetto più profondo e misterioso della vita, concepisco l’esistenza come qualcosa di grande, forte, amico. Ma gli unici momenti di serenità in questo periodo arrivano quando partecipo alle attività con i bambini della squadra di calcio della mia frazione (un piccolo paese friulano immerso nella natura, un’altra grande fortuna). Sono bloccato, non riesco a prendere decisioni, mi manca il coraggio di decidere di cui lei tanto parla nelle conversazioni notturne a Gerusalemme. (Enrico Baroleni – Udine)

 

Non vi è dubbio che tu abbia molto di cui essere grato per i doni ricevuti. Questo mi sembra il primo compito. La tua attenzione e sensibilità sono molto belle. In ogni caso ti consiglierei di portare a compimento gli studi iniziati e successivamente capire come mettere a disposizione degli altri ciò che hai ricevuto e conquistato. Il turbamento da te manifestato davanti ai bisogni del mondo forse è indicativo di aperture nuove. Accompagno con la preghiera la tua ricerca.

 

Eminenza, mi rendo conto di essere molto severo con i predicatori solo mettendomi nei panni dei fedeli desiderosi di aderire sempre di più al Vangelo. Essi devono tener conto che, soprattutto i giovani, sono da considerare come bambini nella fede, sulla scia dell’apostolo che dice ai cristiani di Corinto: «Vi ho dato da bere latte, non cibo, perché non ne eravate capaci». Ritengo che occorra una certa circospezione ad accostare l’amore alla morte. Amare fino a dare la propria vita per gli altri è un’espressione forte. Essere come Gesù spaventa, ineluttabilmente. Come trasmettere allora ai giovani il senso, il valore del coinvolgimento nella loro vita di cristiani della croce di Cristo?     (Roberto Boggiani – Noceto / Parma)

 

Capisco quanto dice sui predicatori ma penso che lei non ne abbia frequentati troppi. Ci sono infatti predicatori molto incisivi e insieme comprensivi delle persone a cui parlano. Quanto ai giovani non sono convinto che abbiano un cuore mal disposto di fronte ai messaggi forti e non siano disponibili a scelte altrettanto decisive. Nella mia esperienza pastorale mi sono incontrato con tanti di questi giovani. Per essi il messaggio evangelico può proclamarsi tale e quale senza gli sconti cui lei fa riferimento. Essi colgono istintivamente la misteriosa relazione tra amore e morte. Chiunque può far riferimento alla propria esperienza personale ed interiore per cogliere la misteriosa relazione tra amore e morte, anche nei piccoli eventi quotidiani. La croce di Gesù è certo la prima, ma lui stesso non esita a dire: «Farete cose più grandi di me» (cfr. Gv 14,12).

 

Da cattolica convinta, ho una croce da sopportare: l’ateismo sbandierato da mia figlia, professoressa di lettere e ragazza intelligente e preparata. Cominciava dicendo: «Mamma, devo studiare e non posso venire alla Messa». Prima quasi la odiavo (scusi il verbo), ora mi sono riproposta le preghiere di intercessione e sono più tranquilla, pensando che il Signore ha i suoi tempi, che nessuno conosce. L’altro giorno, parlando con un sacerdote gli ha fatto questa domanda: «Se Dio esiste, perché ha permesso Auschwitz?». Il sacerdote ha risposto: «A volte me lo chiedo anche io». Lei, che cosa ne pensa?                   (Giuseppina Monzi – Amelia / Terni)

 

Il dolore causato dai campi di concentramento rimane un mistero sia per la teologia ebraica che per quella cattolica. Molti davanti alla stessa domanda posta da sua figlia sono entrati giustamente in crisi e lo conferma la risposta del sacerdote. Ma alla domanda posta da sua figlia è necessario anteporne un’altra: « Se l’uomo esiste, perché ha creato Auschwitz?». Io penso che molta della responsabilità che attribuiamo a Dio, sia dell’uomo.

 

Dopo una vita di sacrifici e rinunce, a 67 anni mi ritrovo in una solitudine immensa che per me è paragonabile a un vero e proprio calvario. Sono sempre stata acriticamente religiosa, fino ad una ventina di anni fa, quando, alla morte di mio padre, la mia fede di prima è andata incontro a una serie di ragionamenti che l’hanno resa debole e incerta. Eppure continuo a pregare e ad andare a messa, a chiedere al Signore una fede forte che mi dia consolazione; ma non mi sento ascoltata e sono infelice. Possibile che un Padre buono ci lasci a noi stessi, senza avere compassione della nostra insoddisfazione che ci rende la vita invivibile e senza luce? Non ho nessuno che mi aiuti. Ma allora la preghiera non ha alcuna efficacia?           (Vittoria Boe – Sassari)

 

La solitudine è veramente un dramma, non solo per lei purtroppo. La sua fede, dopo i ragionamenti, non è diventata debole ed incerta, ma morbida e malleabile e, senza che lei ne abbia coscienza, il Padre la plasma e le dà la forma che gli piace. Il Padre non ci lascia mai soli. Non tema: le sue preghiere sono ascoltate, non siamo lasciati a noi stessi, ma accompagnati con una discrezione divina ad ogni passo.

Il dialogo con la scienza non va fermatoultima modifica: 2010-11-30T17:48:16+01:00da borgosotto
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