Non siamo soli nelle battaglie contro il male del mondo

di Carlo Maria Martini, CORRIERE DELLA SERA di domenica 30 gennaio 2011

 

 Eminenza, vorrei capire che cosa significa che Gesù è morto per i miei peccati. In secondo luogo, vorrei capire bene cosa si intende oggi per peccato. Sono un cattolico praticante, e non mi sento affatto un cattolico della domenica, mi basta seguire il messaggio evangelico.        (Domenico Nido, Roma) 

Ho bisogno di capire. Il mondo di oggi mi disorienta, e non solo perché ho passato la boa dei sessant’anni e forse non sono più in sintonia con le novità. Mi sembra che tutto sia contro la ragione. Mi sembra che il senso del peccato si stia perdendo e che il male ci avvolga quasi senza che ce ne accorgiamo veramente. Non voglio essere troppo pessimista, sono un credente, ma come possiamo ritrovare la speranza?      (Alberto Rossi, Milano) 

Sono una persona che ha vissuto, credo, tutta la sua vita nell’osservanza del precetto cattolico. Ho le mie colpe, ma penso di essere un cristiano degno di questo nome. Ho una famiglia che mi vuole bene e ora che sono in pensione posso dire di aver avuto un lavoro che mi ha permesso dignità e la possibilità di sperare nonostante tutto. Mi chiedo spesso quale significato e quale valore si possa ancora oggi attribuire alla Croce e alla risurrezione e come questo concetto possa essere applicato anche nella nostra vita.      (Giovanni Lippi, Firenze) 

Mi accingo a rispondere alle domande fatte: perché Gesù Cristo si è lasciato crocifiggere? Non era nella potestà del Padre nei cieli di difenderlo? È così grande il male del peccato da richiedere di essere cancellato solo con la morte dell’unico figlio? Il terreno più adatto per giungere a qualche risposta non è lo studio scientifico, ma il sapere della fede. Esso suscita in noi quell’abbandono fiducioso e quel senso del limite che ci fanno stare a nostro agio anche di fronte alle oscurità. La riflessione inizia già nel Nuovo Testamento. Si veda la formula usata da San Paolo: Gesù «è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). Il cristianesimo non parla della Croce che per dare spazio alla risurrezione. È ciò che oggi si chiama «mistero pasquale» . I primi secoli del cristianesimo videro la morte di Gesù come il suo fallimento e proiettarono su di esso il Vangelo della risurrezione. Così si evidenziava che il peccato da redimere era la causa della crocifissione. Successivamente vennero presi in considerazione anche altri elementi, come la fedeltà eroica di Gesù e il suo amore obbediente per il Padre. Si vide anche che la Croce era stata per tutti un esempio di pazienza nella sofferenza. Oggi non pochi leggono la Croce come presente in qualche modo nella Trinità. La Croce è per il cristiano la certezza di essere stato perdonato e chiede che il grande amore di Gesù per noi trovi un ricambio nella offerta della nostra vita. Essa è per noi anche un invito a fare memoria di Gesù nella Eucaristia. Non v’è quindi alcuna ragione per trovare nella Croce un sostegno del minimalismo di chi si vuole accontentare di un concetto vago del cristianesimo. Essa ci porta alla comunione con Dio presente nella storia. Dalla Croce non deve scaturire un senso pessimistico della vita. Essa è invece fonte di letizia per l’uomo di ogni tempo. Si può capire dalla Croce anche il senso del peccato. Non ci induce a esprimere su di noi parole che sanno di falsa umiltà, ma aiuta a farci comprendere la malizia del mondo, a cui noi partecipiamo con i nostri peccati.

Eminenza, sono convinto che ciò che pregiudica l’azione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo è il fatto che agli occhi della gente essa appare confusa con la politica. Una Chiesa che si distingua nettamente dalla politica e viva al suo interno secondo rapporti che obbediscano esclusivamente alla logica evangelica sarebbe senz’altro più credibile e affascinante. Sarebbe davvero luce, sale e lievito nel mondo. (Antonio Meli, Messina)

 

Per quanto sia concretamente difficile, penso che lei abbia ragione. Ma la politica non è la sola causa della incapacità ad evangelizzare.

 

L’esclusione dall’Eucarestia dei divorziati risposati mi pare ineccepibile in via di principio ma con effetti abnormi all’atto pratico. Colpisce i credenti il raffronto con il perdono che la Chiesa accorda, ad esempio, all’omicida e di fatto nega al risposato. Si obietterà che l’omicidio non è rimediabile e non è possibile andare oltre il sincero pentimento per il peccato commesso. Ma questo a ben vedere vale anche per il risposato, a maggior ragione se ha figli solo dal secondo matrimonio. Se abbandonasse al suo destino la sua seconda famiglia, commetterebbe un atto anche più disumano del primo, ma otterrebbe la riammissione al sacramento. Forse l’equivoco, se di ciò si tratta, consiste nel considerare quello del risposato uno status reversibile, mentre invece nella gran parte dei casi non lo è, proprio come per l’omicida: l’errore non è rimediabile. Mi rendo conto che il precetto evangelico è perentorio, ma tutto sommato Gesù, di fronte a un caso concreto come quello della Samaritana, non intima alla donna di tornare dal primo marito; le dice solo di ravvedersi, di darsi insomma una calmata. La Chiesa fa benissimo ad essere rigorosa sulla materia perché si rischia di ridurre il sacramento del matrimonio a una burletta, ma a me pare che una via d’uscita coerente si possa intravedere. Forse bisognerebbe fare come nel Medioevo, quando i pubblici peccatori, esclusi dall’Eucarestia, ne venivano riammessi dopo un rigoroso percorso, spesso lungo diversi anni, di riflessione, di espiazione e di ravvedimento. (Antonio Belotti Almenno, San Salvatore – Bergamo)

 

Lei tocca un argomento molto complesso in modo semplice, intelligente e rispettoso dello status questionis attuale. Non posso che consentire con lei sulla fatica di molte coppie e sulla difficoltà nell’attuare le norme vigenti in materia. Concordo, il matrimonio non è una burla e va vissuto con fede nella misericordia di Dio.

 

Eminenza, dal 2000 al 2010 mi è accaduto: morte di mio padre (per tumore) ed esplosione dell’Alzheimer di mia madre; morte di mia madre (dopo anni di malattia) e nel frattempo numero due operazioni chirurgiche per mia figlia; tumore cerebrale per mia moglie, con tutte le complicazioni che ne sono derivate; precarie condizioni economiche sopravvenute anche e non solo per quanto sopra indicato. È chiaro che il Signore ci mette continuamente alla prova. Ma perché coloro che non lo seguono, in opere, parole, comportamenti (anzi lo offendono pesantemente arrecando sofferenze agli altri) sembrano essere scevri da ogni dolore?   (Lettera firmata)

 

Lei espone una serie di circostanze veramente molto dolorose. La sua domanda è ben espressa anche nel libro Salmi. Il giusto soffre e «gli empi ammassano ricchezze» . Nello stesso libro troverà anche la risposta che cerca: «Non ho mai visto il giusto abbandonato ne i suoi figli mendicare il pane» (Sal 37,25). Probabilmente la sintesi della risposta alla sua domanda sta in questo: nessuno è veramente scevro dal dolore e non c’è vita umana che non attraversi un qualche percorso in salita. L’apparenza purtroppo inganna.

 

Amatissimo Cardinale, parliamo di «viva Tradizione». Nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Verbum Domini del 30 settembre 2010 l’espressione «viva Tradizione» ricorre molto frequentemente. Finora, a quanto so, nessuna delle Associazioni teologiche ha mai messo l’argomento seriamente a tema in un convegno. Le pongo qui due domande limitatamente ad altrettanti esempi, che a mio avviso evidenziano le conseguenze di cattiva esegesi e di cattiva ermeneutica. 1) È «viva Tradizione» l’insegnamento del disprezzo per gli Ebrei, espresso anche nella nostra Liturgia, ripudiato finalmente dal Concilio Vaticano II? 2) È «viva Tradizione» – per giunta irriformabile come affermano alcuni teologi – ciò che di fatto è delirio di superiorità nei confronti della donna, per giustificare la sua esclusione dal ministero ordinato? Mi torna sempre in mente il Logion di Gesù, il quale in polemica intragiudaica risponde ai suoi interlocutori: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini… annullando così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,8.13). (Maria Luisa Rigato biblista teologa, Roma)

 

Auspico con lei che si faccia chiarezza con serietà e metodo sul significato di «viva Tradizione». Certamente nessuna forma di disprezzo può essere considerata come «tradizione» né, ancor meno, come «evangelica» . Il versetto di Marco da lei citato ne è il fondamento. Nei Vangeli l’immagine della donna emerge quanto mai prediletta rispetto a molte delle figure maschili. Il dato più schiacciante in questo senso è il presentarsi del Risorto ad una donna come prima ed assoluta testimone. È una donna che evangelizza gli evangelizzatori. La Chiesa in questo senso ha ancora molto da scoprire.

Non siamo soli nelle battaglie contro il male del mondoultima modifica: 2011-01-31T23:10:12+01:00da borgosotto
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