Giovanni Paolo II

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Vai al sommarioUn cammino di beatificazione eccezionale, quello di Karol Wojtyla, scandito da veloci tappe. Un iter che non basta a spiegare il segreto di una santità che ha radici profonde e ancora misteriose.

di Aldino Cazzago, Elisabetta Lo Iacono, Armando Matteo, Aldo Maria Valli, Timothy Verdon, Mariapia Bonanate, Renato Buzzonetti, Giulia Cananzi, Filippo Anastasi, Alessandro Bettero

Il vento della santità
di Aldino Cazzago

Anche a sei anni di distanza, la scena è ancora viva nella memoria di tanti: venerdì 8 aprile 2005, al termine della messa esequiale, mentre il cardinale Ratzinger sta benedicendo la salma di Giovanni Paolo II, dalla folla radunata in piazza San Pietro si innalza per la seconda volta – era già successo al termine dell’omelia – il grido «Santo subito». Sei anni dopo, quel grido, quella «richiesta» – come scrisse il giornale inglese «The Independent» in quei giorni – ha trovato esaudimento, perché il 1° maggio prossimo il servo di Dio Giovanni Paolo II sarà proclamato beato.
 
Verso gli altari

Giovanni Paolo II ritratto in montagna, Valle d'Aosta, nel 1986, durante un breve periodo di vacanza. FOTO L'OSSERVATORE ROMANO
Giovanni Paolo II ritratto in montagna, Valle d’Aosta, nel 1986, durante un breve periodo di vacanza. FOTO L’OSSERVATORE ROMANO

Quali sono state le tappe dell’«inchiesta sulla vita, le virtù, e la fama di santità del servo di Dio papa Giovanni Paolo II»?
Il 13 maggio 2005, incontrando il clero della diocesi di Roma, Benedetto XVI annunciava di aver dispensato nel caso di Karol Wojtyla dalla norma che impone di attendere un periodo di cinque anni dalla morte per dar avvio al processo di una eventuale beatificazione. Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, al cospetto del Tribunale diocesano, il successivo 28 giugno si apriva ufficialmente l’«inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del servo di Dio Giovanni Paolo II». Interrogatori di testimoni verranno successivamente fatti anche dal Tribunale diocesano di Cracovia.
In questa fase dell’inchiesta, che ha comportato quasi due anni di lavori, sono state interrogate 114 persone: 35 cardinali, 20 arcivescovi e vescovi, 11 sacerdoti, 5 religiosi, 3 suore, 36 laici cattolici, 3 non cattolici e 1 ebreo. Le loro deposizioni occupano migliaia di pagine e sono servite per redigere i quattro volumi della Positio. Nel giugno 2009 nove consultori teologi della Congregazione delle cause dei santi, dopo attento esame della Positio, hanno espresso parere positivo in merito alla eroicità delle virtù del defunto Pontefice. La stessa Positio è stata successivamente sottoposta al giudizio dei cardinali e vescovi della Congregazione delle cause dei santi, i quali hanno dato a loro volta parere positivo.

Il 19 dicembre 2009 Benedetto XVI ha firmato il decreto che riconosce l’eroicità delle virtù di Giovanni Paolo II. Come ha scritto il teologo carmelitano François Marie Léthel, «il primo passo, fondamentale, decisivo e irreversibile verso la beatificazione» era stato fatto. Per la beatificazione vera e propria mancava solo il riconoscimento di un miracolo. La pratica per tale riconoscimento era stata avviata dalla Postulazione fin dal marzo 2006. Dopo attento e scrupoloso esame della documentazione presentata, la Consulta medica della Congregazione aveva riconosciuto l’inspiegabilità della guarigione dal morbo di Parkinson di suor Marie Simon Pierre Normand. Prendendo atto delle conclusioni mediche, i consultori teologi attribuivano la guarigione della religiosa all’intercessione del servo di Dio Giovanni Paolo II, che ella stessa aveva richiesto nella preghiera. L’11 gennaio scorso i cardinali e i vescovi della Congregazione delle cause dei santi, riuniti in sessione ordinaria, esprimevano unanime parere positivo sulla miracolosa guarigione di suor Marie Simon Pierre Normand, «in quanto compiuta da Dio con modo scientificamente inspiegabile, a seguito dell’intercessione del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, fiduciosamente invocato sia dalla stessa sanata sia da molti altri fedeli», come recita la nota informativa della stessa Congregazione del 14 gennaio scorso.
 
Le reazioni
 
Come era facilmente prevedibile, la notizia della beatificazione ha dato adito a diverse reazioni: dalle più entusiastiche alle più scettiche.
Chi era intimamente già persuaso della santità di Giovanni Paolo II ha trovato nella notizia una conferma della propria convinzione. Il poeta polacco Marek Skwarnicki, amico del defunto Pontefice fin dal 1958, ha affermato: «La decisione di Benedetto XVI di proclamare beato il suo predecessore non è semplicemente un atto formale, è un evento spirituale che coinvolge la Chiesa ed entra nelle viscere del mio essere credente». Il suo ex segretario e oggi cardinale di Cracovia, Stanisław Dziwisz, ha ripetuto quanto aveva ribadito un infinito numero di volte: «Sono sempre stato convinto della santità di Karol Wojtyla». Il cardinale Jozef Tomko, che incontrò Karol Wojtyla nel 1969 quando questi era un giovane arcivescovo di Cracovia, e che dal 1979 lavorò al suo fianco, ha detto che Karol Wojtyla «è rimasto per oltre un quarto di secolo sul piedistallo del mondo, mettendo al centro della scena la fede e non se stesso».
Nel settimanale inglese «The Tablet» l’americano George Weigel, uno dei più autorevoli biografi del Pontefice polacco, ha scritto che a Giovanni Paolo II, in aggiunta al miracolo che la Congregazione ha attribuito alla sua intercessione, bisogna riconoscerne uno di ancora più grande: aver saputo rendere «irresistibile e interessante il cattolicesimo» proprio agli occhi di un mondo che pensava di non aver più «bisogno di Dio, di Cristo e della Chiesa». «Egli – proseguiva Weigel – ha fatto ciò senza diluire le domande del Vangelo, ma predicando la pienezza della verità del cristianesimo e infine dando corpo a questa predicazione con la sua stessa vita nella sofferenza e nella morte».

Le motivazioni dei contrari hanno spaziato dall’accusa a Giovanni Paolo II di aver deviato dalle verità di fede e della morale (accusa sollevata dai lefevriani) a quella di chi ha visto in questa beatificazione una scelta di politica ecclesiastica che le gerarchie vaticane e, in primis, Benedetto XVI, hanno fatto con lo scopo di creare una sorta di «autogiustificazione del papato», visto che da quasi centocinquant’anni a questa parte quasi tutti i Pontefici sono stati dichiarati santi. Ovviamente questi autori hanno concluso il loro parere sulla beatificazione in modo rassicurante per i sostenitori di Karol Wojtyla: «Nella beatificazione del Papa, naturalmente, non c’è niente di male».
 
Il segreto  della santità
 
Forse dobbiamo confessarlo senza paura: anche dopo le più accurate ricerche e indagini, il segreto di ogni vita santa, e quindi anche di quella di Giovanni Paolo II, a noi uomini resterà in gran parte sconosciuto. Solo Dio, che è il Santo per eccellenza, conosce il segreto della santità.
Schemi sociologici, interpretazioni psicologiche e analisi filosofiche della vita e dell’opera di Giovanni Paolo II, per quanto raffinate, non sono sufficienti a spiegare la sua santità. Il primo a esserne consapevole era il Pontefice stesso se – come ha scritto il postulatore Sławomir Oder – un giorno così ha detto: «Cercano di capirmi dal di fuori. Ma io posso essere compreso soltanto dal di dentro». «Dal di dentro» significa secondo una prospettiva che non è azzardato qualificare come «mistica» e che, con ogni probabilità, deve non poco alla tradizione mistica carmelitana, che egli ha conosciuto fin da giovane universitario. Molti di coloro che l’hanno frequentato hanno più volte parlato del costante clima di preghiera in cui egli ha quotidianamente immerso la sua esistenza. Nell’ottobre 2005, il cardinale Stanisław Dziwisz ha detto che in Giovanni Paolo II «una profondità mistica si alleava con la semplicità quasi di un bambino». Sono parole che indirettamente confermano quanto il Pontefice stesso aveva detto nel 1985 durante il suo viaggio in Perù, in risposta a chi si era complimentato con lui per il suo ottimo spagnolo: «Certo, hombre! Ho dovuto imparare lo spagnolo perché ho sempre avuto un grande interesse per il misticismo. Io sono un mistico. E la mia tesi di dottorato in sacra teologia fu basata sulle opere di santa Teresa d’Avila e san Giovanni della Croce, i due più grandi mistici che ha avuto la Chiesa cattolica».
Nell’aprile del 1990, a sei mesi dalla caduta del Muro di Berlino, Giovanni Paolo II fece una breve e storica visita in Cecoslovacchia, una nazione da poco tornata alla libertà. Intervistata dalla locale televisione, una donna anziana disse che «avrebbe fatto lo stesso lungo cammino anche soltanto per sentire il vento che avesse sfiorato il Papa». Forse era proprio il vento della santità, il vento che «soffia dove vuole».   
 
 
L’intervista.   Memorie di un postulatore
di Elisabetta Lo Iacono
 
Perché proprio la guarigione di una suora dal Parkinson è stato il primo miracolo riconosciuto di Giovanni Paolo II? E cosa manca per poterlo dichiarare santo? Risponde mons. Oder, postulatore della causa di beatificazione.
 
Msa. Monsignor Sławomir Oder, la guarigione di suor Marie Simon Pierre Normand permetterà a Giovanni Paolo II di essere elevato agli onori degli altari. Tra le tante segnalazioni ricevute, perché ha scelto proprio questa?
Oder. La segnalazione arrivò il mese successivo all’apertura del processo di beatificazione, quindi nel luglio del 2005, attraverso il cardinale vicario al quale la madre generale dell’istituto aveva indirizzato la lettera. A colpirmi furono tre cose: in primo luogo, la sobrietà del linguaggio, la mancanza totale di protagonismo e il pieno riconoscimento della gloria di Dio. Poi, il fatto che si trattava della stessa malattia che aveva portato alla morte Giovanni Paolo II. Infine, tale grazia restituiva al suo servizio una suora che si è sempre dedicata alla vita nascente e sappiamo quanto importante fosse questo tema per papa Wojtyla. Questi elementi, insieme, furono una sorta di «presentimento» ma, non essendo esperto in materia, chiesi all’istituto delle suore la documentazione relativa al caso per un parere medico. Quel parere favorevole fece aprire il processo.

Quando ha incontrato per la prima volta questa suora e quali emozioni ha provato?
Sono andato a incontrarla prima dell’apertura del processo, per rendermi conto di quello che stava succedendo. Ho trovato un luogo molto significativo: la comunità di suore, la liturgia, il clima di preghiera e di servizio. Da parte mia c’era l’emozione di avvicinarmi a una manifestazione della potenza di Dio, dall’altra parte notavo una persona con tanta fede, tanto entusiasmo e anche tanta umiltà. È stata un’esperienza forte.

Che cosa cambierà, a livello di devozione popolare, con la beatificazione?
Sino a ora è possibile solo la devozione personale, privata. Con la beatificazione, e con l’inserimento di Giovanni Paolo II nell’albo dei beati della Chiesa, diventerà possibile il culto pubblico, a livello di diocesi, comunità parrocchiali, istituti religiosi. Wojtyla sarà iscritto nel calendario dei santi e si potrà celebrare la messa votiva.

Con la beatificazione è prevedibile un notevole incremento di messaggi e di testimonianze…
Da quando è stata resa nota la data della beatificazione abbiamo notato un immediato aumento di messaggi, lettere e richieste. La nostra attenzione, dopo la beatificazione, sarà orientata a vigilare su qualche caso di grazia ottenuta che potrebbe essere un punto di partenza per la verifica di un nuovo miracolo, condizione sine qua non per procedere alla canonizzazione.

Miracolo che però deve avvenire dopo la beatificazione…
Teoricamente la grazia dovrebbe avvenire dalla beatificazione in poi, quindi in data successiva al 1° maggio. Tuttavia, se dovesse esserci un miracolo nel tempo compreso tra questa e l’annuncio della beatificazione, si potrebbe ottenere la dispensa del Santo Padre. In ogni modo non possono essere prese in considerazione le grazie ricevute prima della pubblicazione del decreto del riconoscimento del miracolo.

I santi sono protettori di alcune categorie professionali. Cosa ci possiamo aspettare per Giovanni Paolo II?
È molto difficile rispondere, perché papa Wojtyla è una persona così ricca da comprendere molti tratti particolari: una forte inclinazione alla preghiera, un grande impegno per i diritti dei bambini, un amore speciale per i giovani, una preoccupazione per la promozione della famiglia come fondamento della società. Troviamo in lui anche il difensore dei diritti fondamentali dell’uomo. Nel tempo, con lo sviluppo della devozione, la Congregazione del culto divino potrà esprimersi più compiutamente.
 
  
Giovanni Paolo II e…
I giovani
di Armando Matteo
 
L’intenso e straordinario rapporto di Giovanni Paolo II con i giovani potrebbe essere riassunto in un detto polacco che egli citò al termine dell’indimenticabile veglia della Giornata mondiale della gioventù di Roma nell’anno santo del 2000: «Chi sta con i giovani rimane giovane». E l’intera esistenza di Giovanni Paolo II è stata «uno stare con i giovani». Dagli anni del suo ministero in Polonia sino agli ultimi istanti prima della morte, il Pontefice è stato sempre circondato dall’amicizia e dall’affetto dei giovani. E questo perché essi hanno percepito in lui proprio quel «restare giovane» nel senso più vero del termine, che sosteneva e cementificava la speciale affinità di questo Papa con il loro mondo. «Restare giovane», grazie all’assiduo contatto con i giovani, ha significato per Giovanni Paolo II capacità di sorpresa, apertura agli altri, desiderio di andare incontro al nuovo che si affaccia sulla storia senza paura, ma con il coraggio di iniziare qualcosa di inedito. Ha significato soprattutto l’invenzione di un modo speciale di incontrare e di parlare ai giovani.

Non a caso la prima cosa che viene in mente quando si accosta la figura di Giovanni Paolo II ai giovani sono le Giornate mondiali della gioventù, che da metà degli anni Ottanta ormai scandiscono il cammino dell’intera Chiesa insieme ai giovani. Quella delle Gmg è stata e rimane un’invenzione molto efficace, sostenuta dalla volontà di mettere al centro dell’attenzione dell’intera comunità ecclesiale proprio la cura delle nuove generazioni, con un messaggio che oggi, in tempi in cui la società ama più la giovinezza che i giovani, ha anche un salutare valore profetico. I giovani esistono e si debbono garantire le loro prerogative.
Ma delle Gmg rimangono soprattutto nella mente e nel cuore lo stile dell’incontro e il linguaggio che il grande Papa usava nel rivolgersi ai suoi amici più giovani. I discorsi e le omelie di tali occasioni sono davvero memorabili. In essi Giovanni Paolo II ha dato un esempio compiuto di come comunicare una fede giovane e di come riscoprire la gioia dell’annuncio. Grazie a una profonda ispirazione biblica, non ha temuto di rompere le barriere del sacro e di testimoniare una prossimità più diretta ai suoi interlocutori, invitandoli sempre a fissare il volto di quel Gesù che non sbaglia mai colpo nello stigmatizzare ciò che appesantisce l’esperienza umana e nell’indicare ciò che invece la alleggerisce e la destina alla sua originaria bellezza. Invitandoli, in una parola, ad aprire a Gesù le porte del proprio cuore.
 
I santi e i beati
di Aldo Maria Valli
 
Con 482 santi (e 1.338 beati) proclamati durante quasi ventisette anni di pontificato, Giovanni Paolo II ha battuto tutti i record. Se consideriamo pontificati altrettanto lunghi, vediamo che Pio IX proclamò cinquantadue santi nell’arco di trentadue anni e Leone XIII diciotto in venticinque anni.
Non è stata una scelta arbitraria di Karol Wojtyla, ma un’applicazione del Concilio Vaticano II (1962-1965). Infatti, se in precedenza i santi erano considerati alla stregua di figure eroiche, distanti e quasi irraggiungibili, con il Concilio la santità è stata presentata in quanto ideale di vita per tutti i fedeli, laici e consacrati (non a caso Paolo VI, il papa che portò a termine il Concilio, in quindici anni proclamò ottantaquattro santi, grazie anche a una semplificazione della procedu­ra canonica). Proprio sulla scorta di quanto insegnato dal Concilio, Giovanni Paolo II era convinto che la diffusione del messaggio evangelico potesse avvenire più efficacemente attraverso la testimonianza di figure esemplari scelte anche in epoche recenti e in tutti i settori della società, e proprio per questo nel 1983 stabilì che possono bastare cinque anni dalla morte del candidato per aprire la fase diocesana del processo (salvo procedure ancora più rapide, in caso di una fama di santità particolarmente evidente e conclamata, come è successo per madre Teresa e, ora, per lo stesso Karol Wojtyla).

Fra i laici proclamati beati e santi da Giovanni Paolo II spiccano lo studente Pier Giorgio Frassati, morto, ad appena ventiquattro anni, nel 1925 e beatificato nel 1990; il medico Giuseppe Moscati (1880-1927); il medico e madre di famiglia Gianna Beretta Molla, morta, a quarant’anni, nel 1962 e proclamata santa nel 2004; i coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento e beatificati, proprio in quanto sposi, nel 2001.
Impossibile elencare tutti i santi proclamati da Giovanni Paolo II. Tra i nomi più significativi ricordiamo Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Riccardo Pampuri, don Giovanni Calabria, Maria Faustina Kowalska, Giuseppina Bakhita, padre Pio, Giuseppe Tovini, Federico Ozanam, Josemaría Escrivá de Balaguer, don Luigi Orione, padre Daniele Comboni.
Tipiche del pontificato di Wojtyla sono inoltre le beatificazioni e canonizzazioni di martiri, spesso innalzati agli onori degli altari in gruppo, come nel caso dei 120 martiri della Cina proclamati santi durante il Giubileo, nonostante le proteste del governo di Pechino, e dei 233 martiri della guerra civile spagnola beatificati nel marzo 2001.

Gli artisti
di Timothy Verdon
 
Paolo VI aveva detto: «La Chiesa ha bisogno di santi… ma essa ha bisogno anche di artisti bravi e capaci; gli uni e gli altri, santi e artisti, sono testimoni dello spirito vivente in Cristo». Ecco, in Karol Wojtyla, eletto nel 1978, Dio ha dato alla sua Chiesa un Pontefice che era al contempo santo e artista: poeta, drammaturgo e – almeno nei suoi anni universitari – perfino attore. Il suo sarà poi un pontificato segnato da novità artistiche, soprattutto nel campo del restauro: l’ultimazione dei lavori di ripristino degli affreschi della Sistina e l’inizio del restauro sia degli affreschi del Pinturicchio nell’Appartamento Borgia, sia degli affreschi e degli stucchi della Cappella Paolina. Viene realizzata anche una nuova cappella nel Palazzo Apostolico, ricavata da una sala al secondo piano nobile del Palazzo di Gregorio XIII: la Redemptoris Mater, le cui quattro pareti sono mosaicate su disegno di padre Marko Ivan Rupnik e del russo Alexander Kornooukhov in base al programma iconografico suggerito dal padre (poi cardinale) Tomas Spidlik.

Più della sua Cappella, però, sarà la Lettera stilata dal Papa scrittore alla vigilia del Giubileo del 2000 a costituire un contributo fondamentale al millenario rapporto tra il vicario di Cristo e gli artisti. Paolo VI aveva affermato, a nome dell’intera Chiesa, che l’artista «compie un ministero para-sacerdotale accanto al nostro», ma Giovanni Paolo II andrà oltre quest’affermazione. La differenza qualificante consiste in una identificazione con l’artista. Papa Montini scriveva da amatore e collezionista qual era; Karol Woytila scrive invece da artista. La sua (come osservò il cardinale Poupard, presentando il testo alla stampa) è «una lettera scritta con intimità e verità di accenti, sincerità di stato d’animo, partecipazione…di “collega”…». Giovanni Paolo II, Papa ma anche poeta, drammaturgo e attore, «entra così nell’animo stesso dell’artista − continuava Poupard −: lo esplora, perché lo conosce, artista lui stesso». Ma lo dice meglio Giovanni Paolo II stesso quando, nel primo paragrafo, ammette di sentirsi «legato» agli artisti «da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo e hanno segnato indelebilmente la mia vita».

Le donne
di Mariapia Bonanate

Tutte le volte che dico a Giovanni Paolo II «grazie perché esisti», prima in terra e ora in quel cielo che convive con la terra, glielo dico soprattutto come donna. Per quella commozione che mai più se n’è andata dal mio cuore, da quando si è rivolto al mondo femminile, sia con la Mulierisdignitatem, ma soprattutto con quella rivoluzionaria e meravigliosa Lettera alle donne del 1995 che, per milioni di donne, è un filo d’oro che ci unisce alla Sua Persona. Mai nessun Pontefice prima di allora si era rivolto «all’altra parte del cielo» in modo così affettuoso e partecipe, dolce e nello stesso tempo profetico e autorevole. Mai nessun successore di Pietro era entrato così intimamente nella nostra storia individuale, rivolgendosi a ciascuna donna in particolare, per cercare di capire le nostre ragioni e difendere la nostra dignità, i nostri diritti, alla luce della parola di Dio. Per valorizzare quel genio e quel talento femminile a servizio degli altri nella normalità del quotidiano di cui «la società è in larga parte debitrice». Per avere scritto: «È specialmente nel suo donarsi agli altri, nella vita di tutti i giorni, che la donna coglie la vocazione profonda della propria vita, lei che forse, ancor più dell’uomo vede l’uomo, perché lo vede con il cuore».

Ma anche per avere, sempre in quella Lettera, chiesto scusa alle donne per gli enormi condizionamenti, soprusi ed emarginazioni che hanno reso difficile il loro cammino nei secoli, compresi quelli provocati da «non pochi figli della Chiesa». E poi il suo augurio che la comunità dei credenti, ma anche dei non credenti – partendo dall’atteggiamento di Cristo nei confronti delle donne, fatto di apertura, di rispetto, di accoglienza, di tenerezza – riconoscano l’importanza fondamentale dell’esperienza in Dio della donna.
L’ha indicata Gesù stesso, che affidando a una donna, a Maria di Magdala, il suo messaggio più importante, quello della risurrezione, l’ha posta al centro del progetto di salvezza dell’umanità. Ha indicato nella sua intimità con il Cristo dell’amore e della speranza, della misericordia e della condivisione, dell’ascolto e donazione gratuita, la strada da percorrere per rimanere fedeli al messaggio evangelico, contro le tentazioni del potere e di una religione che si esaurisce nel culto e non diventa relazione amorosa nei confronti dell’altro, nutrita dalla sapienza del cuore e dalla carità dell’intelligenza.
Grazie a te, Giovanni Paolo II, per essere stato, ed essere sempre di più vicino alle donne, per avere chiesto la loro collaborazione per umanizzare il mondo e riconquistare la presenza di Cristo vivo fra la gente.

La malattia
a cura di Giulia Cananzi
 

Vicino a chi soffre. Un momento della visita pastorale in Lombardia, giugno 1992. FOTO: L'OSSERVATORE ROMANO
Vicino a chi soffre. Un momento della visita pastorale in Lombardia, giugno 1992. FOTO: L’OSSERVATORE ROMANO

«Giovanni Paolo II mi scelse come suo medico personale appena due mesi dopo la sua elezione, il 29 dicembre del 1978, una data che mi cambiò la vita. In quei lunghi anni, poco meno di 27, avemmo molte occasioni per parlare dei suoi disturbi e delle sue sofferenze. Il Papa li affrontava con una fondamentale serenità, che egli riusciva a recuperare velocemente anche nei momenti più difficili. Credo che la sua forza venisse dalla capacità di sublimare quanto gli stava accadendo in una prospettiva soprannaturale dell’esistenza, caratteristica tipica del suo atteggiamento contemplativo.

Una capacità ancora più visibile negli ultimi giorni della sua vita. Ricordo quando lo convinsi a sottoporsi alla tracheostomia, uno dei momenti più duri che passammo insieme. Le crisi respiratorie erano ormai gravissime e l’operazione non era più rinviabile. Gli spiegai che l’intervento avrebbe migliorato la respirazione ma la sua parola e il suo canto sarebbero stati compromessi gravemente. Mentre parlavo mi sentivo un “maramaldo” che si accaniva su una vittima inerme e ancor oggi, quando emergono i ricordi di quelle difficili ore, si rinnova in me un senso di sgomento lacerante, come quello di un uomo che batte i chiodi sulla croce del Papa.

Il Papa chiese, quasi fanciullescamente, di rinviare l’intervento all’estate, ma, sotto la mia insistenza, volle qualche minuto per riflettere. Alla fine accettò, affidandosi al medico, come aveva sempre fatto. È difficile per ogni medico spiegare al proprio paziente le conseguenze di un intervento come quello: per quanto il paziente si sforzi di accettarle, per lui è una scoperta brutale quella di sperimentare un’improvvisa e devastante menomazione del proprio corpo. Ricorderò per sempre il momento in cui il Santo Padre tornò dalla camera operatoria. Chiese un foglio e scrisse di suo pugno, con grafia incerta, una frase in polacco: “Cosa mi hanno fatto! Ma: “Totus tuus”. Nel momento della croce, il grido di dolore e di sconforto e poi, subito dopo, l’affidamento totale alla divina volontà.
Nella vita Giovanni Paolo II fu un uomo che ebbe molte sofferenze fisiche. Il gravissimo attentato, la neoplasia al colon, le numerose operazioni chirurgiche, la lunga e invalidante malattia. Molti hanno sottolineato la sovraesposizione mediatica della sua sofferenza, ma credo che ciò fosse un fenomeno prevedibile in un tempo in cui trionfano i mezzi di comunicazione di massa. Questo però non deve oscurare il fatto che mostrarsi nella sua fragilità fu una scelta deliberata del Santo Padre. Il suo fu il rifiuto di nascondersi, la decisione consapevole di accettarsi e farsi accettare nella semplicità di una condizione umana sempre più povera. La sua era una rinuncia a tutto, una spoliazione radicale, che già annunciava la morte e sperava nella risurrezione».
Renato Buzzonetti
medico personale
di Giovanni Paolo II

(a cura di Giulia Cananzi)
 
 
 
 
Pellegrino nel mondo
 di Filippo Anastasi
 
Papa Wojtyla fece del viaggio un mezzo pastorale potente. 104 itinerari, nei cinque continenti, per testimoniare l’abbraccio della Chiesa e per spostare verso l’uomo le lancette della Storia.
 

Viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Africa (1985). FOTO: L'OSSERVATORE ROMANO
Viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in Africa (1985). FOTO: L’OSSERVATORE ROMANO

Quello di papa Wojtyla è stato un pellegrinaggio planetario: quasi tre volte e mezzo la distanza dalla terra alla luna, quasi tre anni trascorsi in giro per il mondo, lontano dal Vaticano, in centoquattro viaggi. Viaggi molto diversi tra loro, che hanno inciso come pietre miliari nella storia dell’uomo, nelle coscienze dei credenti e dei non credenti, sulla via dell’umanità verso la pace. Viaggi che hanno aperto talvolta spiragli, talvolta finestre, talvolta hanno spalancato portoni sul mondo. «Aprite le porte a Cristo» aveva detto Giovanni Paolo II nel corso della messa di inizio pontificato, frase ripetuta durante la sua prima visita in una Polonia paralizzata dal regime comunista. La storia ci dice che, dopo qualche anno, non solo nella sua patria si sono aperte le porte, ma sono caduti anche i muri che quelle porte tenevano serrate.

Per comprendere meglio perché papa Wojtyla sia stato, come lo ha chiamato qualcuno, un «globetrotter della pace con la Chiesa in spalla», bisogna ricordare quello che disse il 25 gennaio del 1979, prima di imbarcarsi per il suo primo viaggio. Andava in America Latina, non per caso, perché voleva ripercorrere idealmente le orme di Cristoforo Colombo. Il primo territorio toccato sarebbe stato Guanahani, l’isola della Repubblica Dominicana che il navigatore genovese aveva battezzato San Salvador. Poi avrebbe proseguito per il Messico e le Bahamas.

Dunque, prima di salire sull’aereo, disse: «Il Papa va come messaggero del Vangelo per milioni di fratelli e sorelle che credono in Cristo, perché li vuole conoscere, li vuole abbracciare, vuole dire a tutti i bambini, giovani, uomini, donne, operai, contadini, professionisti, che Dio li ama, che la Chiesa li ama».
Da allora compì centoquattro viaggi, «perché – come confidò al suo portavoce Joaquín Navarro-Valls – non tutti possono venire a Roma». Viaggi tutti diversi con i quali ha scavato nella corteccia dura dell’uomo.

Da giornalista, ho avuto il privilegio di accompagnare questo Papa in una cinquantina di viaggi. Un’esperienza che rivivo nel libro In viaggio con un santo, di imminente uscita per le Edizioni Messaggero Padova. Un libro curioso, ricco di aneddoti, dove racconto i viaggi ma anche i numerosi episodi personali, al seguito di un Papa speciale. Molti anche i «dietro le quinte» dei voli papali, per sapere, per esempio, che il Pontefice è l’unico Capo di Stato che non ha un aereo personale, ma di volta in volta viene allestito per le sue esigenze un vettore della compagnia di bandiera del luogo di partenza. L’Alitalia è, logicamente, il vettore privilegiato, ma quando il viaggio è a più tappe possono cambiare le compagnie e dunque gli aerei.
La mia esperienza mi ha fatto dividere in capitoli questi pellegrinaggi internazionali. Ci sono i viaggi dell’entusiasmo sconfinato, come quelli in Polonia, in Africa, in America Latina, a Parigi, a Toronto, o nella vicina Tor Vergata. Ci sono i viaggi che hanno inciso fortemente nella politica, come quello a Beirut, in Albania, o a New York al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite. O come quello a Cuba, per esempio: lì, quel 21 gennaio del 1998, passa la Storia. Per la prima volta un Papa va in un Paese comunista, incontra un leader come Fidel Castro e dice, senza fronzoli: «Che Cuba possa aprirsi al mondo con tutte le sue magnifiche possibilità e possa il mondo aprirsi a Cuba». Un atto quasi rivoluzionario. Così, dopo decenni di ateismo di stato, i cubani possono tornare in chiesa e i più giovani chiedono ai nonni una preghiera e una benedizione. La piazza della Rivoluzione è stracolma per la Messa del Papa. Fidel Castro è in prima fila. Da una parte una gigantografia del Cristo, dall’altra quella di Che Guevara, mentre la folla intona un coro: «Libertà, libertà». Ricordi indimenticabili, semi di futuro gettati da papa Wojtyla sul cammino della Storia.
Ci sono, poi, i viaggi che hanno provato a riunificare i cristiani d’Occidente e d’Oriente, perché «la Chiesa – diceva Giovanni Paolo II – deve respirare con due polmoni». C’è il viaggio tanto preparato che non si è mai fatto, quello in Russia per abbracciare il patriarca ortodosso, Alessio II.

C’è il pellegrinaggio in Terra Santa, che porta dapprima Giovanni Paolo II sul Monte Nebo a stupirsi, come Mosé, alla vista dall’alto della terra promessa e poi a Bethlehem, dove scende malfermo la scaletta che porta alla Grotta della Natività. Oppure a Gerusalemme, dove, dopo aver posato nel muro del pianto il suo biglietto di perdono, si fa portare in piena notte al Santo Sepolcro, per pregare in solitudine.
Ci sono viaggi che hanno avuto anche il suono sordo della sconfitta, come quando, al monastero di Santa Caterina nel Sinai, venne lasciato fuori dalla porta dai monaci ortodossi che avrebbero dovuto pregare con lui. C’è lo stupore di Fatima, quando fece rivelare al suo Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, il terzo segreto che lo vedeva protagonista.
C’è l’alta tensione di Sarajevo e il suo grido implorante: «Mai più la guerra». In quel campo sportivo della capitale bosniaca, che fino a qualche giorno prima è stato una fossa comune di migliaia di cadaveri, il Pontefice chiede pace e piange. Intorno a lui migliaia e migliaia di tombe cristiane e musulmane ed ebree, in una città martoriata, dove ogni fazzoletto di terra, anche quello intorno alle rotaie dei tram, è occupato da croci e cippi.
Insomma, un caleidoscopio di situazioni e di storie, una diversa dall’altra.
Ci sono viaggi che ho chiamato «della solitudine» come quello in Kazakhstan, o quello in Armenia, o in Tunisia. Oppure, quello a Nuova Delhi: pochissime persone ad aspettarlo e pochissimo entusiasmo. Eppure, il senso profondo della storia dei viaggi di papa Wojtyla è dato anche da queste tappe, dove il silenzio diventa Parola. 
 
«In viaggio con un santo»
 
Il pianto del Papa
 
Nuova Delhi, ottobre 1999.
Per un infelice errore di calcolo il soggiorno di Giovanni Paolo II a Nuova Delhi, la capitale dell’India, coincise con il capodanno indù, forse la più importante festa religiosa induista.
A Nuova Delhi non c’è una comunità cristiana numerosa, come in altre città dell’India, e quei pochi erano in parte andati via per evitare la festività indù. Il Papa si trovò in cattedrale quasi da solo. Fino a pochi minuti prima l’ingresso della chiesa era chiuso da una grande cancellata di ferro battuto. Si aprì solo all’arrivo della vettura del Santo Padre. C’eravamo noi giornalisti, il seguito, e una sparuta rappresentanza di suorine di Calcutta, che erano riuscite ad arrivare tra molte peripezie. Ma le suore di Madre Teresa non mancano mai , quando il Papa arriva in qualsiasi parte del mondo. Figuriamoci se potevano mancare a Nuova Delhi!
Senza le grandi folle Giovanni Paolo II ha girato tranquillamente. Quasi da solo è andato a rendere omaggio alla tomba del Mahatma Gandhi, nel giardino della villetta spartana – ora lo chiamano il Mausoleo di Gandhi – dove ha abitato fino alla morte, nel 1948.

Viaggio della solitudine, ma il Santo Padre ha potuto vedere, in quell’occasione, cose che altrimenti non avrebbe mai visto: la miseria e la povertà più estrema. Non c’erano gli abituali cordoni di folla plaudente a bloccargli lo sguardo, quando passava in auto. Ha potuto vedere il popolo dei marciapiedi. Ha visto con i suoi occhi la gente che moriva di fame al lato delle strade, che cucinava, accendendo improvvisati falò con il proprio sterco, unico combustibile per chi è povero, che beveva l’acqua dei rigagnoli di scolo.
Il Papa tutto questo ha potuto vederlo, con i suoi occhi, e Navarro-Valls raccontò di averlo visto piangere. Questa fu l’India che la Provvidenza volle che vedesse il Papa. Se ci fossero state grandi folle a bloccargli lo sguardo, non avrebbe potuto vedere la realtà di chi non solo è povero, ma è degradato dalla povertà, diminuito nella sua condizione di uomo.
(Filippo Anastasi, In viaggio
con un santo, Emp 2011
)
 
 
 
Nel segno di Antonio
 di Alessandro Bettero
 
A Padova, con un anno di ritardo, a causa dell’attentato, Giovanni Paolo II viene a onorare il 750° della morte del Santo. Una visita con lo sguardo puntato sui poveri, amati da Antonio, pregna di aneliti di pace. Il ricordo dei frati, le parole dei testimoni.
 
«O felix Padua, gaude». È con queste parole che in un soleggiato 12 settembre 1982 papa Giovanni Paolo II, imitando il suo predecessore Pio XII, saluta «le glorie dell’origine pre-romana della città» fondata, secondo Tito Livio, dal mitico Antenore, e la invita a rallegrarsi per «il titolo nobilissimo di custodire, col suo sepolcro glorioso, la memoria viva e palpitante di sant’Antonio». Pur apparendo stanco e provato, papa Wojtyla adempie così alla promessa, fatta due anni prima, di venire a Padova per onorare la Tomba del Santo in occasione delle celebrazioni del 750° della morte; viaggio poi slittato a causa dell’attentato subito il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro.

In quel 1982 Padova assiste, quasi rassegnata, agli ultimi colpi di coda degli anni di piombo, funestati dal terrorismo rosso e nero che proprio qui aveva messo radici all’ombra dell’ambiente universitario e studentesco, scrivendo pagine cruente e sanguinose. Ma è anche una città in cui va plasmandosi, in modo lampante e inarrestabile, quel fenomeno industriale e sociale che, almeno per i vent’anni seguenti, vedrà migliaia di piccoli e medi imprenditori costruire il cosiddetto «miracolo del Nordest». Quegli anni sono segnati anche dalle scorribande della famigerata Mala del Brenta, capeggiata dal boss Felice Maniero, di cui farà le spese, qualche tempo dopo, anche il mento del Santo. Indice che la crescente ricchezza economica comincia a solleticare gli appetiti più morbosi, e con essa anche le nuove priorità che si affacciano all’orizzonte: il consumismo e l’egoismo. «Valori» difficilmente declinabili con la tradizione familiare e popolare del cattolicesimo veneto, improntato a un vissuto di obbedienza e frugalità, estraneo a qualsiasi rigurgito revanscista, e che solo più tardi sfocerà nella clamorosa protesta politica della Lega.

Giovanni Paolo II affacciato al balcone della Scoletta del Santo, parla ai fedeli radunati nel sagrato della Basilica Antoniana.
Giovanni Paolo II affacciato al balcone della Scoletta del Santo, parla ai fedeli radunati nel sagrato della Basilica Antoniana.

Insomma, la Padova di allora appare ancora come il paradigma di un Veneto laborioso e solidale. E quasi a voler celebrare il proprio indissolubile legame con il Santo, la città listata a festa ricambia l’appello di Giovanni Paolo II con un’ostensione speciale delle spoglie mortali di frate Antonio, deposte nell’urna di vetro sopra l’altare maggiore. Nella sua omelia durante la messa in Basilica, quasi con un atto di personale devozione al Taumaturgo, il Papa non lesina a riconoscere Antonio – «predicatore instancabile, dottore evangelico e difensore dei deboli» – come l’uomo in cui «la santità ha raggiunto vette di eccezionale altezza, imponendosi a tutti con la forza degli esempi, e conferendo al suo culto la massima espansione nel mondo».
Le strabilianti cifre della devozione antoniana e le continue testimonianze della pietà popolare confermano, attraverso le parole del Pontefice, che «i credenti, soprattutto i più umili e indifesi, considerano e sentono Antonio come il loro Santo: pronto sempre, e potente intercessore in loro favore».
Dopo il bagno di folla, Giovanni Paolo II, accompagnato dall’allora delegato pontificio monsignor Antonio Mauro, dal superiore generale dei frati minori conventuali padre Antonio Vitale Bommarco, dal provinciale padre Alessio Squarise, ritrova nei luoghi antoniani il più puro afflato francescano, raccogliendosi in preghiera davanti alle spoglie del Santo, ammirandone il reliquiario del XV secolo, incontrando confraternite e religiosi, visitando i chiostri della Basilica, recitando l’Angelus e benedicendo la folla dalla loggetta della Scuola del Santo. «A noi frati – rammenta l’allora custode della Basilica, fra Claudio Gottardello – il Papa raccomandò il ruolo del nostro santuario, vero fulcro della riconciliazione dell’uomo con Cristo».

«La presenza del Papa a tavola con noi, in refettorio, fu una cosa sorprendente – ricorda padre Luciano Marini, allora direttore del “Messaggero di sant’Antonio” –. Giovanni Paolo II mangiò pochissimo perché era molto stanco. Ma volle ugualmente incontrare i frati e i collaboratori della rivista antoniana. Rimase ammirato, in particolare, dalla Cappella di Altichiero da Zevio e dalle opere di Donatello. Ci ricordò che la devozione a sant’Antonio era presente nella sua famiglia fin da quando era ragazzo. Fu colpito, all’offertorio, dalla presenza di una bimba polacca residente nel padovano, che recava, con altri coetanei, alcuni doni. Si intrattenne con lei a scambiare qualche battuta in polacco. E poi le sorrise».
Claudio Parolin e il cugino Giovanni Dossevich hanno appena 6 anni all’epoca. E portano un cesto di fiori. «Il Papa ci disse di collocarli davanti all’urna con le spoglie del Santo – rammenta Giovanni –. Ci avevano spiegato che Giovanni Paolo II ci avrebbe porto la mano con l’anello da baciare. Invece ci accarezzò e ci diede un bacio sulla testa». «È stato un faro per più di una generazione di giovani – aggiunge Claudio, che oggi è un salesiano –. E guardiamo ancora a lui per la nostra azione pastorale». «Penso di frequente alla fortuna che ho avuto di essere benedetto dal Papa – conclude Giovanni –. E lo invoco spesso affinché doni serenità al mondo».

Il viaggio a Padova è anche l’occasione per Wojtyla di fare tappa all’Opera della Provvidenza Sant’Antonio di Sarmeola, che ospita quasi un migliaio di giovani e adulti con gravi disabilità, e poi al Palazzo della Ragione per l’incontro con le autorità civili; in Duomo con il vescovo Filippo Franceschi; e nella chiesa dove visse il beato Leopoldo Mandic (canonizzato l’anno dopo, nel 1983): «L’umile e silenzioso cappuccino che, nella riservatezza, fu per decenni ministro della confessione, infondendo col sacramento del perdono pace e serenità a innumerevoli persone di ogni età e condizione».
E, ancora, l’abbraccio con i 25 mila giovani del Triveneto riuniti allo stadio Appiani, prima di una messa in Prato della Valle di fronte a una folla oceanica di oltre 200 mila persone. «Siate costruttori di Pace» è l’esortazione del Pontefice rivolta ai cristiani e al mondo – all’epoca ancora diviso in blocchi contrapposti dalla guerra fredda nonostante i primi timidi tentativi di avviare un processo di disarmo – ma anche alla sua Polonia, lontana dalla libertà e dalla democrazia.

Il Pontefice sollecita i giovani a ritrovare i valori del Vangelo senza lasciarsi sopraffare dall’edonismo e dal consumismo, senza cadere nelle maglie della violenza e della droga. Quel giorno ad accogliere il Papa in Prato della Valle c’è anche Riccardo Demel, docente universitario e maestro del vetro. «Le nostre vite parallele si sono inseguite per molti decenni – ricorda oggi il novantenne Demel –: prima in Polonia, in due cittadine a nove chilometri di distanza: Wojtyla a Wadowice e io ad Andrychow; poi nello stesso campo di addestramento militare, e con le amicizie condivise. Infine, entrambi in Italia. Io sono arrivato con l’Armata polacca al seguito degli angloamericani, Wojtyla con l’abito talare e, più tardi, con la mitria». Riccardo e Karol si incrociano per la prima e unica volta solo a Padova. Davanti ai loro occhi si materializzano di nuovo, per pochi attimi, i ricordi della giovinezza, delle privazioni, della guerra, le aspettative di una rinascita e l’orizzonte della libertà. «Giovanni Paolo II – ricorda Demel – ha benedetto me, la mia famiglia e il bozzetto della Madonna di Czestochowa, poi divenuta la prima delle cinque vetrate musive della cripta del Duomo». E quella benedizione aleggia ancora oggi su Riccardo e i suoi cari come il lieve sigillo della grazia.

Al palazzo del «Bo», il Papa si rivolge ai docenti universitari rammentando loro che «l’obiettivo dell’educazione deve essere sempre quello di rendere l’uomo più maturo, facendo di lui una persona che porti alla perfetta e completa realizzazione tutte le proprie possibilità e attitudini». Giovanni Paolo II conferma il suo fortissimo ascendente sul mondo cattolico e sulla comunità civile, grazie alla sua accattivante e arguta intelligenza.

E prima di partire da Padova lascia, attraverso le sue parole, quella che oggi può essere riletta come l’eredità spirituale di quel viaggio: «Predicazione e Penitenza: un grande binomio» che «dalla pratica luminosa di Antonio anche a voi si ripropone, essendo pienamente valido e urgente per i nostri giorni, pur tanto dissimili dai suoi». Un messaggio senza tempo quello di Karol Wojtyla, uomo, Papa e beato: un ineludibile appello a non avere paura, a spalancare il proprio cuore a Cristo, e a proseguire con coraggio, determinazione e speranza sul cammino della fede.   
  

Giovanni Paolo IIultima modifica: 2011-04-01T15:54:25+02:00da borgosotto
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