Tutte le strade portano al Calvario

di Ruggero Sangalli, 9.4.11, http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-tutte-le-stradeportano-al-calvario-1534.htm

Una persona molto logica e di eccezionale intelligenza, Blaise Pascal (1623-1662), interrogandosi sul cristianesimo ne sottolineò una peculiarità: la vicenda di Gesù è stata predetta (Pensieri cap. 6). Un conto infatti è la pretesa di ogni religione di affermarsi per quella “vera”; diverso è il prendere atto del verificarsi di ciò che era stato preannunziato, affidandosi a Dio in forza di questa evidenza.

In effetti,
se l’evento accredita quanto affermato dalle profezie – e ciò succede necessariamente dopo che queste si siano avverate – il rimanente ha la forza per essere creduto. Pascal sostiene che non bastavano le profezie, ma bisognava che esse fossero distribuite in tutti i luoghi e conservate in tutti i tempi, così da non essere ritenute compiute per effetto del caso (Pensieri, n°708). Un intero popolo ha avuto sedici secoli di profeti ed ha conservato gelosamente e coraggiosamente le proprie profezie con zelo, anche venuti meno i profeti e per molti secoli. Al dunque, c’è chi ha compreso e chi no.

Ancora Pascal: “Se il modo dell’avvento del Messia fosse stato predetto in maniera chiara non ci sarebbe stata oscurità nemmeno per i malvagi. Se il tempo fosse stato predetto in maniera oscura ci sarebbe stata oscurità anche per i buoni … perciò il tempo fu predetto in maniera chiara ed il modo per mezzo di figure… L’intelligenza dei beni promessi dipende dal cuore che chiama “bene” quel che ama; ma l’intelligenza della predizione dei tempi non dipende affatto dal cuore. Perciò la predizione chiara del tempo ed oscura dei beni trae in inganno soltanto i malvagi (Pensieri n°734).

La sostanziale differenza
del divino cristiano è che Dio conosce e conduce la storia. Colui che era atteso si è palesato in Gesù, secondo le Scritture. E’ un dato di fatto. Gesù stesso annuncia più volte la sua passione, morte e resurrezione. Anche i discepoli che lo seguivano non eviteranno di andare profondamente in crisi di fronte alla tragicità degli eventi. Ma, dopo, lungi dal celare o sminuire la propria incapacità di capire subito, per gli infiniti meriti di Gesù-Dio e non certo per i propri, questi uomini e donne, testimoni dei fatti, spenderanno la propria vita nell’annuncio del kerigma. Per San Luigi Maria Grignion de Montfort (il cui “totus tuus” ricordiamo volentieri nella devota memoria di Giovanni Paolo II), la vera sapienza è la croce, quella dove Gesù morì.

Dopo tanti riferimenti cronologici
, questa volta approfondiamo un po’ la geografia di Gerusalemme. L’aspetto topografico di questa straordinaria città permette ancora oggi di sapere come fosse al tempo di Gesù. Gerusalemme sorge su un’area collinare, incassata tra due valli più profonde: del Cedron (o di Giosafat) ad est e della Geenna nel perimetro a sud-ovest. Ad intersecare da nord a sud l’area tra le due valli citate c’era l’avvallamento del Tiropeion: le acque che vi scorrevano, specie dopo la pioggia, confluivano in un punto a sud del colle Ofel, sul quale sorgeva la città di Davide, riunendosi con l’acqua delle due valli maggiori. Quando il perimetro delle mura di Gerusalemme fu ampliato, sotto Erode Agrippa, nel 41 d.C., vennero incluse nella città le aree alle falde del Gareb, quelle del “monte” Calvario e quelle del colle di Bezetha, a nord del tempio. Gerusalemme diventava una città su sette colli, come Roma: dentro le mura c’erano già il monte Moria e l’Ofel ad est del Tiropeion ed il Sion e l’Acra ad ovest. Pur celati dagli sbancamenti e dai monumenti succedutisi nella storia, i geologi stimano la quota del Moria a 743 metri sul livello del mare; quella del Sion a 765 m slm; l’Ofel a 705 m slm; l’area dell’Antonia a 753 m slm; l’altura dove c’era il palazzo degli Asmonei a 750 m slm; il colle Bezetha a 774 m slm; il Gareb a 787 m slm; ed il Goath a 757 m slm, la quota della valle del Tyropeion, antistante il tempio, presso il Sinedrio, era a circa 700 m slm.

La collina del Gareb
è la Qal’at Ialud, presso la porta nuova, nella zona in cui sorse la torre di Psephinos, celebrata per la sua altezza (oltre 20 metri) e la straordinaria architettura. Il Gareb corrisponde al campo degli assiri, detto anche collina dei lebbrosi. Un luogo impuro, fuori le mura, che venne incluso nella città solo con le opere di Erode Agrippa. Ai tempi di Gesù era un luogo poco raccomandabile per i maniaci della purità, ed i vangeli non mancano di sottolinearlo. Il Gibeat Gareb è anche citato da Geremia (31,39) insieme al Gibeat Goath, il cui nome lascia intuire un’assonanza inconfondibile. Nella parte bassa del Gareb, quasi a ridosso delle mura di allora, a nemmeno 100 metri dalla porta di Efraim (attualmente situata nei sotterranei della chiesa ortodossa di Sant’Alexander, nel Muristan) c’era una cava di pietre. Una roccia particolarmente dura, non facilmente scavabile, residuava al centro degli scavi. Vista dalla città somigliava ad un cranio. La “calotta” misurava circa 60 metri quadrati, elevandosi ripidamente di circa 10 metri dal terreno circostante. A quei tempi lo scavo non era stata riempito della terra di cui si servì Adriano per ripianare tutta la zona, sotterrando il Calvario per farci il tempio di Afrodite.

Oggi la sommità del Calvario
si trova circa 5,5 metri sopra il piano della basilica del santo Sepolcro, ma ai tempi di Gesù il terreno attorno alla roccia scendeva di circa altri 5 metri, come rilevato dai geologi. Non trascuriamo che tutto (geologia, topografia, geografia, storia e Bibbia) converge a supporto della realtà dei fatti. Gesù si sacrificò per redimerci un venerdì 14 nisan, nel 33 d.C., poco fuori le mura, nell’area di una cava, su un colle molto ripido (goath può significarlo), piccola altura dedicato alle esecuzioni, colle dei lamenti e della morte. Impressiona la profezia di Geremia, nel bel mezzo dei versetti dedicati al Messia: in un luogo che era fuori, ma che sarà dentro Gerusalemme! L’area del Calvario fu liberata dal terreno che la ricopriva per iniziativa di Elena, madre di Costantino, nel 325 d.C. Era dal 135 d.C. che era stata spianata, costruendovi gli altari agli dèi pagani, in quella che Adriano ribattezzò Aelia Capitolina, in onore del sole, mettendo il tempio di Afrodite proprio sopra il Calvario. Dal 165 d.C. abbiamo notizie di pellegrinaggi ad opera di cristiani (Melitone di Sardi), che sapevano che il luogo del tempio di Afrodite corrisponde alla cima del Golgotha: l’idolatria dell’imperatore romano fermò il tempo e confermò il luogo per 190 anni. Non dovrebbe stupire che molti sapessero che cosa ci fosse sotto e se lo tramandassero con precisione. Elena scavò dove sapeva di dover scavare.

C’è tanta logica nella storicità cristiana. Appena oltrepassata la strada per Joppe, a circa 150 metri dal tracciato delle antiche mura, dove c’era la porta di Efraim, ai tempi della crocifissione di Gesù c’era un giardino che si prolungava alle pendici del colle Gareb: è il luogo del santo sepolcro ad una cinquantina di metri dalla cima del Calvario. Dalla porta di Efraim, entrando in città, da ovest verso est, la strada va in discesa, verso la valletta del Tiropeion, allora a 710 metri di quota (Gesù negli ultimi 300 metri della Via Crucis superò un dislivello di circa 50 metri: pendenza notevole nello stato in cui versava).

Tanta accuratezza
nella disamina di evidenze storiche e geografiche vuol essere semplicemente utile per rendersi consapevoli di ciò che è bene sapere, essendo successo (Gv 19,35-37) ad esclusivo beneficio dell’umanità intera, dolente sotto la schiavitù del peccato. In fondo basta rendersi conto che è l’uomo ad aver bisogno di Dio e non viceversa (Imitazione di Cristo cap. 4, XII , 3). E’ come se Gesù, una cosa sola con il Padre, ci dicesse: “Ma ti rendi conto? Io ti amo! Mi ami? Hai capito? Capisci il valore ed il senso della croce? La tua e quelle degli altri? Ti ho creato per la vita eterna, mentre il peccato ti fa morire. Ho vinto la morte: non ha l’ultima parola. Ti fidi di me?”

Dio non pretende firme in bianco… Si lascia cercare. Non ha lesinato strumenti: profezie realizzate, tracce, segni, miracoli, il modo di verificare attraverso la scienza … La contemplazione della croce è un esercizio della ragione: guardiamo il crocefisso, tutta la scena, tutta la vicenda: tutto l’Antico testamento conduce lì, tutta la vicenda storica del cristianesimo riparte da lì. La croce è la vera sapienza, il senso di tutto, dalla creazione alla fine dei tempi.

Tutte le strade portano al Calvarioultima modifica: 2011-04-11T18:53:01+02:00da borgosotto
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