Per una grammatica del perdono

di Gianfranco Ravasi, L’Osservatore Romano 21.4.11

Un atto che trascende la semplice etica razionale 

«Dio vi perdoni, io non posso»: così avrebbe dichiarato Elisabetta I (1533-1603) alla contessa di Nottingham, stando almeno alla History of England under the House of Tudor (1754-62) del filosofo e storico David Hume. Un concetto che sarebbe stato formalizzato in un assioma nel suo Saggio sulla critica (1711) dal poeta inglese Alexander Pope: «Errare è umano, perdonare è divino». Certo, un’altra Elisabetta, regina di Francia (1545-1568), aveva applicato a se stessa l’impegno, facendo incidere sul suo anello il motto: «Oblio delle offese. Perdono delle ingiurie». Una ben attestata concezione, tuttavia, assegna a Dio il compito primario di perdonare, riconoscendo così che si tratta di un atto trascendente la semplice etica razionale. Potremmo a lungo percorrere le vie teologiche e cristologiche del perdono, giacché questa realtà è nel cuore stesso del messaggio cristiano. Si configura, così, una vera e propria etica cristiana del perdono che ha una sua codificazione attraverso una simbologia che vorremmo evocare in maniera essenziale. È una morale che ha una sua declinazione anche fuori del perimetro strettamente teologico.

Che la misura dell’autenticità del perdonare sia nel dimenticare fa parte di una convinzione popolare, espressa mediante proverbi e aneddoti anche ironici come questo attribuito allo scrittore statunitense Mark Twain: «Perché continui a parlare dei miei errori passati? – chiese il marito -. Ero convinto che tu ormai avessi perdonato e dimenticato! La moglie replicò: “Ho, sì, perdonato e dimenticato. Ma voglio essere sicura che tu non dimentichi che ho perdonato e dimenticato!”». Il verbo ebraico slh, il termine più comune per designare il perdono, suppone proprio un cancellare il ricordo del male ricevuto. La memoria, liberata dalla reminiscenza del male, non è più un grembo gravido dell’offesa patita così da partorire la vendetta. L’invocazione del fedele peccatore è tutta in questa dialettica del ricordo: «I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare! Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore!» (Salmi, 25, 7). E la risposta divina è: «Io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati!» (Isaia, 25, 7). Certo, l’atto del perdono è complesso e nell’esercizio non di rado – come osservava il drammaturgo spagnolo Jacinto Benavente y Martínez (1866-1954) – «presuppone sì un po’ di oblio, ma anche un po’ di disprezzo». È per questo che nei suoi Aforismi sulla saggezza del vivere (1851) un pessimista Schopenhauer criticava la cancellazione della memoria: «Perdonare e dimenticare vuol dire gettare dalla finestra una preziosa esperienza già fatta». Il teologo latino-americano Virgilio Elizondo ribaltava l’argomentazione: «La vera virtù consiste nel perdonare proprio ricordando, perché perdonare significa essere liberati dall’ira interiore (…) che consuma ogni fibra del mio essere». In verità, anche questo percorso mira a una liberazione da quei germi che, coltivati con un ricordo ossessivo, possono crescere in odio e vendetta. Passiamo alla psicologia del perdono. Non intendiamo perlustrare qui i sentieri con cui la moderna psicologia esamina quel groviglio di esperienze che s’annodano attorno a colpa, odio, desiderio di vendetta e loro eventuale superamento. Vorremmo solo mostrare la molteplicità simbolica che lo stesso perdono trascendente divino assume per potersi esprimere, confermando così l’intreccio tra teologia e antropologia. Brilla in questa luce la stessa denominazione di JHWH come rahûm, termine che evoca il fremito delle viscere materne e paterne e che genera tenerezza e protezione nei confronti della propria creatura. La stessa radice verbale rhm è in apertura a ogni sura del Corano ed esalta il Dio clemente e misericordioso, prima ancora che giusto. Stupendo è il ritratto del Dio che è amore del Salmista: «Quanto dista l’oriente dall’occidente, così egli allontana da noi le nostre colpe. Come un padre è tenero verso i suoi figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono» (Salmi, 103, 12-13). C’è una sorta di medicina della tenerezza che rinvigorisce il perdono. È una virtù che sta sempre più svaporando ai nostri giorni anche nel rapporto d’amore che si affida sbrigativamente al consumo sessuale, perdendo tutta la ricchezza dei sentimenti, la creatività delle passioni, la progressività della scoperta, l’avventura esaltante dell’innamoramento. La tenerezza compassionevole non è debolezza. Folgorante è Laurence Sterne nella sua Vita e opinioni di Tristram Shandy (1759-1767): «Solo i coraggiosi sanno perdonare. Un vigliacco non perdona mai, non è nella sua natura». Perdonare può essere un atto che conserva in sé una forza che non contraddice la generosità e la dolcezza dell’atteggiamento di fondo. Il profeta Michea usava un’immagine espressiva e icastica: «Dio tornerà ad avere tenera pietà per noi: calpesterà le nostre colpe e getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati» (7, 19). Ecco, allora, l’appello profetico a lasciarsi abbracciare dalla tenerezza divina: «L’empio abbandoni la sua via e l’iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che prova tenerezza per lui, al nostro Dio che largamente perdona» (Isaia, 55, 7). Il perdono è visto, poi, in connessione con un’altra simbolica psicologica, quella che unisce in sé un peso soffocante e una liberazione-sgravio. È suggestiva una coppia verbale biblica adottata per indicare il perdonare. Da un lato, c’è il verbo ebraico nasa’ che denota un sollevare per rimuovere. La colpa è un peso paralizzante che attanaglia il respiro dell’anima, deprime il cuore e blocca la libertà della coscienza. Dio è il primo soggetto di questo nasa-tollere liberatorio. C’è, però, anche il Servo sofferente cantato da Isaia (53, 12) che «addossa su di sé il peccato di molti» per espiarlo, e soprattutto c’è il Cristo presentato dal Battista come «colui che “porta”» su di sé il peccato del mondo «togliendolo via» (Giovanni, 1, 29). D’altro lato, il concetto di perdono come liberazione è reso anche col verbo neotestamentario usato proprio nel senso di perdonare, il greco aphìemi: indica un lasciar andare e quindi un liberare, tant’è vero che la sua accezione primaria era quella della liberazione dei prigionieri. Perdonare è, dunque, liberare una persona da un incubo che le stringe lo spirito, e per riflesso è liberare anche chi perdona dalla morsa dell’odio. Osservava Andrej Siniavskij (1925-1997), autore del dissenso sovietico: «Basta perdonare perché l’anima sia allegra, come se un nodo che nessuno sforzo riusciva a disfare si fosse sciolto». È noto l’asserto del teologo e predicatore francese Jean-Baptiste-Henri Lacordaire: «Volete essere felici per un attimo? Vendicatevi! Volete esserlo per sempre? Perdonate!». Sulla scia della precedente riflessione si può introdurre una simbologia molto originale nel definire gli effetti che il perdono genera: il Signore «risana i contriti di cuore e fascia le loro ferite» (Salmi, 147, 3). Perdonare è come cauterizzare una ferita: perdonandoti, il Signore «guarisce tutte le tue infermità» (Salmi, 103, 3). È interessante che Geremia usi il sintagma «guarire le ribellioni» (3, 22). Tale concezione nasce dall’antropologia biblica di sua natura unitaria: ogni fenomeno spirituale ha una risonanza anche somatica, considerata la compattezza dell’essere umano. Certo, nell’antichità biblica si potevano creare anche corti circuiti che confondevano religione e medicina, colpa e malattia, come accadeva nella ben nota teoria della retribuzione secondo cui la sofferenza fisica si trasformava in segnale etico. Emblematico, anche per la sua paradossalità, è il caso del cieco nato e della relativa domanda dei discepoli: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Giovanni, 9, 2). Ovviamente, Gesù rifiuta questa connessione, ma non esclude nel suo agire nei confronti dei sofferenti l’intreccio profondo tra psiche e corpo. La sua opera terapeutica non è rivolta solo alla dimensione somatica, ma a tutta la persona. Per questo, talora, la guarigione si accompagna al perdono dei peccati. Attraverso questa via terapeutica, potremmo raggiungere una prospettiva psicologica ulteriore: perdonare può avere una ridondanza quasi fisica nel perdonato. Egli ritorna a essere ammesso nella comunità, dotato di una serenità che è anche energia. Aveva ragione il teologo Christian Duquoc quando sosteneva che «il perdono è un gesto della vita quotidiana, è un elemento essenziale dei rapporti sociali». Andando oltre, potremmo affermare che il perdono crea una nuova umanità. Ciò è simbolicamente rappresentato nella cristofania pasquale giovannea in cui il Risorto alita sui suoi discepoli, evocando lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque nella creazione (Genesi, 1, 2). Questa nuova creazione è effettuata mediante il perdono dei peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Giovanni, 20, 23). Il perdonare fa parte di un atto creativo e creatore che trasfigura l’intero essere, dando origine a una nuova umanità, più sana, libera e pacificata. Se volessimo ricorrere alla simbolica numerica potremmo delineare una specie di matematica della giustizia, dell’amore e del perdono. È ovvio che l’equazione della giustizia è l’1 a 1, occhio per occhio, così come quella della violenza cieca e distruttiva è il 7 a 77: «Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamek settantasette» (Genesi, 4, 24). In antitesi, si pone l’equazione del perdono così come è formulata da Gesù che, per contrasto, la illustrerà poi con la parabola del servo spietato (Matteo, 18, 23-35). Essa presuppone un 7 a 70 x 7: «Pietro domandò: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (18, 21-22). Già per l’illimitata ampiezza del perdono divino rispetto al confine circoscritto della giustizia l’equazione era 7 a 1000 (Esodo, 34, 7). Perdonare fa parte di quella particolare economia dell’amore che non calcola ma dona, moltiplicando così i suoi effetti. Essa è descritta nella mini parabola che Luca incastona nell’episodio della peccatrice che incontra Gesù nella casa di Simone il fariseo (Luca, 7, 41-43). Il perdono spezza la catena rigida del dare-avere, introducendo la logica della donazione libera e generosa. Si crea un nuovo regime nei rapporti umani: nella parabola ciò che hai in cambio al condono-perdono è l’amore, che è molto di più dei 500 o 50 denari. È, questa, una logica che applichiamo spontaneamente (ed egoisticamente) a noi stessi, come ammoniva in una delle morali delle sue favole La Fontaine: «Perdoniamo tutto a noi stessi e nulla agli altri». Ammiccando all’immagine evangelica della trave e della pagliuzza (Matteo, 7, 3-5), san Francesco di Sales concludeva: «Di solito coloro che perdonano troppo a se stessi, sono più rigorosi con gli altri». Si dovrebbe, invece, essere coerenti e adottare per tutti l’identica economia di perdono. Proprio perché tutti appartengono alla stessa creaturalità adamica e alla relativa fragilità, è necessario che si ribadisca la legge della reciprocità. Essa brilla nel Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Un’invocazione che è accompagnata da un commento di probabile genesi redazionale matteana: «Se infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche voi, ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Matteo, 6, 12. 14-15). Questa legge è ribadita più volte nell’epistolario paolino. Perdonàti da Dio e dagli altri, perdoniamoci a vicenda: è questo l’impegno morale cristiano che ha, però, ancora una volta una radice naturale, profondamente umana. Alla spirale della violenza che infetta la società si deve opporre la spirale del perdono, come è attestato (per proporre un esempio contemporaneo) dalla corrispondenza tra un ex terrorista delle Brigate rosse italiane e il gesuita padre Adolfo Bachelet, fratello di una delle vittime. «Mi sono accorto che una volta innescata la spirale del perdono, dell’amore, del bene gratuito, nessuno la ferma più: diventa un contagio, una luce che si comunica da uno sguardo all’altro, una reazione a catena. Questo è il miracolo, di cui oggi sono testimone, in carcere». Si tratta, dunque, di elaborare una educazione al perdono che, pur non elidendo le esigenze della giustizia, le supera dando origine a una civiltà diversa che vede in azione non solo le regole dell’economia parallelistica del diritto, ma anche quella eccedente del perdono.

Per una grammatica del perdonoultima modifica: 2011-04-22T09:41:31+02:00da borgosotto
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