Padovese, un martire sulle orme di Francesco

di Antonio Giuliano, 3.6.11, http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-padovese-un-martire-sulle-orme-di-francesco-2040.htm

Luigi Padovese«Ho visto il corpo senza vita di monsignor Padovese all’aeroporto. Era il corpo di un martire». A un anno di distanza, padre Raffaele Della Torre, ministro provinciale dei frati minori cappuccini della Lombardia, è ancora sgomento.

Il 3 giugno 2010
a Iskenderun in Turchia, Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, veniva accoltellato in casa dal suo autista, Murat Altun, un giovane turco di 28 anni. Nato a Milano nel 1947, Padovese, era approdato in Turchia nel 2004 dopo anni di appassionato insegnamento e una vocazione maturata nell’ordine dei francescani cappuccini. «È stato il mio confessore e direttore spirituale – racconta padre Della Torre – nonché mio caro amico. L’avevo rivisto poche settimane prima che venisse ucciso. Era consapevole delle difficoltà del dialogo con l’islam. Ma nella sua generosità era preoccupato più per la sua comunità che per se stesso».

Sembra ormai che anche la giustizia turca si sia convinta della sanità mentale dell’assassino. Nonostante il tentativo subdolo di farlo passare come uno squilibrato, come ha denunciato più volte nei mesi scorsi Ruggero Franceschini, l’arcivescovo di Smirne, secondo cui i mandanti dell’omicidio si nascondono tra gli ultranazionalisti e i fanatici religiosi. Padovese aveva affermato apertamente che la chiesa cattolica in Turchia (40 mila fedeli su circa 80 milioni di abitanti) non esiste perché non è riconosciuta come minoranza. Uno dei problemi più grandi per lui era l’impossibilità di aprire seminari e dare vita a un cristianesimo turco. Secondo Padovese l’islam intende la libertà religiosa come la possibilità che un cristiano diventi musulmano, ma non viceversa.

 

«Era preoccupato dalle conversioni forzate all’islam – ammette padre Della Torre -. Lui aveva capito che con i musulmani non ci sono troppe categorie: bisogna testimoniare, mettendoci la faccia, sapendo di rischiare. Anche san Francesco andò a incontrare il Sultano, ma non era certo un pacifista ante litteram: voleva annunciare Cristo, che è la risposta attesa dal cuore di ogni uomo. Padovese era innamorato di Gesù, sentiva dentro una fiducia che l’accompagnava, per questo aveva una grande capacità di relazionarsi. Era uno che amava stare con gli altri, si dilettava nel canto, cercava in tutti i modi di testimoniare a la bellezza di essere cristiani».

E le doti liriche di monsignor Padovese (non a caso accostato a Pavarotti dai suoi confratelli…) spiccano anche nel prezioso dvd con le ultime immagini, allegato al libricino Come chicco di grano (Edizioni Terra Santa, pp. 48, euro 8) con le testimonianze a cura di Giuseppe Caffulli che illustrano in modo chiaro anche la difficile situazione della Chiesa in Turchia, segnata dal 2006 in poi dal martirio di don Andrea Santoro e da altre aggressioni ai cristiani.

L’introduzione del libro è firmata da fra Alessandro Ferrari, ministro provinciale al tempo dell’omicidio di Padovese: «Per me era un fratello maggiore – spiega oggi fra Alessandro – nonostante sia stato mio docente di teologia patristica. Padre Luigi, come amava farsi chiamare, era un uomo di grande cultura, ma di una semplicità invidiabile. Si infervorava nell’insegnamento, ma ci raccomandava di studiare non per l’esame ma per la vita, per conoscere Colui che ci ha chiamato. Con monsignor Padovese era sempre assicurata la ricreazione: amava scherzare e ridere di se stesso».

Anche fra Alessandro non si dà ancora pace per quella fine cruenta (pare che sia stato anche sgozzato): «La domenica precedente era venuto in Italia a trovarmi. C’era anche il suo autista che non mi sembrava affatto un matto. Non mi sembra ancora vero, perché monsignor Padovese era una persona buonissima, sempre disponibile e dallo sguardo benevolo. Amava la Turchia perché è la terra in cui la Chiesa ha mosso i primi passi. L’ultima volta l’ho visto un po’ stanco, operava in un contesto ecclesiale povero di mezzi. Ma non si arrendeva».

Caparbio e di una cultura vastissima, come emerge anche dal monumentale libro appena uscito In caritate veritas (Edb, pp. 908, euro 59), a cura dei francescani Paolo Martinelli e Luca Bianchi, con una raccolta di numerosi contributi che rendono omaggio al vescovo ucciso. «Ti colpiva – spiega ancora fra Alessandro – per la sua mitezza. Ma era uno capace di far la voce grossa. Ricordo ancora quanto si sia battuto per la chiesa di Tarso, trasformata in un museo a pagamento. Era affascinato da san Paolo che considerava il fiero apostolo dell’identità cristiana. Andò così a parlare con le autorità turche e si scaldava anche con noi frati perché protestassimo. Aveva una grinta insospettabile. E penso davvero che, come dicono, abbiano voluto ucciderlo per punire i cattolici, del resto era anche presidente della conferenza episcopale turca. Il suo cruccio erano i cristiani discriminati e non era tipo da cedere ai compromessi. “Il vero dialogo – rammentava sempre – comporta che il cristiano sia animato dal desiderio di far conoscere e amare Gesù Cristo”. Era un fedele discepolo del metodo missionario che Francesco consigliava ai frati: “Che non facciano liti e dispute…e confessino d’essere cristiani”».

Per questo oggi la sua fine appare profetica. «Lui non lasciava trasparire timori – assicura fra Alessandro -. Anche se era rimasto sconvolto dall’uccisione di don Andrea Santoro nel 2006. Diceva sempre che nel vedere il suo cadavere aveva ravvisato una strana somiglianza con il Cristo nudo del Mantegna. Scrisse profeticamente in una lettera: “Non vado in Turchia da solo. È tutta la provincia lombarda dei frati che viene con me. E se anche il Signore dovesse chiedermi il dono della vita, io sono pronto”. Aveva capito che doveva stare più attento. Ma rifiutò la guardia del corpo, perché, mi spiegò, non volevano proteggerlo ma solo pedinarlo. Non aveva perso però la fiducia: “Se i cristiani – diceva – non fondano la loro esistenza sulla speranza, non avrebbe senso la nostra fede”. E non a caso amava ripetere le parole di don Andrea Santoro: “Gesù ci ha detto di non avere paura di nulla. Solo di una cosa bisogna avere paura: di non essere cristiani, di essere, come diceva Gesù, un sale senza sapore, una luce spenta o un lievito senza vita”».

Padovese, un martire sulle orme di Francescoultima modifica: 2011-06-03T14:35:40+02:00da borgosotto
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