Forme e profumi che parlano all’io (Enzo Bianchi)

La Stampa, 24 settembre 2011
Non si può parlare del pane senza fare riferimento al «da dove» esso è tratto, cioè dalla terra. Dalla terra, dalla adamà è tratto l’adam, l’umano, il terrestre (cf. Gen 2,7): noi siamo fatti di terra e alla terra torniamo (cf. Gen 3,19). La terra, nostra madre, chiede di essere custodita e lavorata, non lasciata vergine, perché in tal caso non potrebbe essere per noi madre; tutto questo però va fatto con rispetto, senza sfruttarla indebitamente né violentarla. Oggi il nostro rapporto con la terra si è fatto critico e tutti siamo consapevoli del rischio della catastrofe ecologica. In nome della crescita, del libero mercato, di un’insaziabile pretesa di arricchimento, di un consumo senza limiti, la terra madre è sempre più desolata e devastata. Come annunciava Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa, «il deserto avanza», continua ad avanzare anche tra di noi, nei nostri campi e tra le nostre colline che, dopo essere state offese dalla cementificazione, ora sono insidiate anche da distese di pannelli solari che, se collocati senza discernimento, scacciano le nostre colture, tolgono sovranità alimentare e spesso feriscono la bellezza del paesaggio, cioè della terra.

Agiamo nei confronti della terra come se ne fossimo i padroni assoluti, come se fossimo i soli ad aver diritti su di essa e nessun dovere nei suoi confronti; non ci rendiamo conto che la natura e l’ambiente non sono nostra proprietà né sono un luogo di risorse a nostra totale e arbitraria disposizione. La terra deve sì darci il pane, ma noi umani dobbiamo a nostra volta riconoscere che esistono diritti dell’ambiente, della natura, che le altre co-creature, gli altri co-inquilini della terra sono portatori di diritti come noi:natura, animali, piante, umani, siamo tutti co-inquilini e tutti soggetti di diritti che vanno tutelati e sinfonicamente affermati. Insomma, parafrasando il comandamento presente in Lv 19,18 e ripreso da Gesù (cf. Mc 12,31 e par.), mi verrebbe da dire che oggi si è fatto urgente il comandamento: «Ama la terra come ami te stesso», nel senso che amare se stessi e il prossimo richiede di amare questa terra sulla quale veniamo e in cui da inquilini viviamo per «settant’anni, ottanta se ci sono le forze» (Sal 90,10). Dunque per «trarre il pane dalla terra» (Sal 104,14) occorre assolutamente imboccare un’altra strada, vista la consapevolezza che oggi abbiamo della degradazione ecologica, dell’umiliazione della terra madre causata dall’abuso e dall’abbandono delle nostre campagne.
È in questa terra, terra madre più che mai, che le nostre granaglie sono seminate, entrando nel solco. Si tratta di sementi selezionate lungo le generazioni e i millenni, di granaglie che portano il segno di una sapienza acquisita, ricercata, sperimentata da umani diversi e in terre diverse: frumento, segale, farro, ecc. Ma anche a questo proposito si staglia all’orizzonte una pericolosa minaccia: su quest’opera anonima ma grandiosa dei contadini dell’umanità si pretendono oggi i diritti del brevetto, si pretende di privatizzare i semi che stanno alla base della catena alimentare; si vorrebbe delineare una storia futura in cui sementi, acqua e aria siano merci sottomesse alle logiche di mercato, non più patrimonio vitale per ogni persona e comunità della terra, ma proprietà in mano a multinazionali anonime, spietate nei confronti dei poveri della terra…
Una volta seminato, aiutato a crescere, maturato, ecco spuntare dalla terra il grano, che viene macinato e appare come farina, fior di frumento, midollo di frumento, grasso di frumento, tutte definizioni a esso collegate a partire dall’antichità. La farina, impastata con acqua, lasciata lievitare, passata nel fuoco appare infine come pane: una realtà precisa, effettiva, ma anche un simbolo, un linguaggio, cioè un sistema di segni concreti che permette di stabilire una sapienza pratica. La materialità dell’alimento sta in una rete di significati e di valori in cui si producono trasposizioni, metafore. Il pane è un alimento che ci nutre, che ci dà la vita, è un alimento solido che si impone innanzitutto ai nostri sensi. Basti pensare al profumo del pane appena sfornato che un tempo al mattino presto si sentiva nelle vie dei paesi, passando accanto al negozio del panettiere: il profumo precede il pane stesso, raggiunge le nostre narici, che lo riconoscono, e fin dal mattino trasmette loro un sentimento di vita. Ma anche la vista è coinvolta e noi vediamo il pane nelle sue diverse forme, create soprattutto in Italia: dalla grissia monferrina, alla biova emiliana, alla ciabatta, alla rosetta, alla scarpetta… Infinite forme dovute alla fantasia e alla tradizione locali, tutte capaci di far sì che il pane diventi una presenza, si imponga e chieda rispetto.
Nelle generazioni passate, le quali conoscevano la fame di pane e sovente non osavano sperare di mangiare se non pane, vi era addirittura una sorta di venerazione nei confronti di questo straordinario alimento. L’ho scritto e non posso non ricordarlo nuovamente: a casa mia verso le sette del mattino, prima che io andassi a scuola e mio padre a lavorare, mia madre tornava dal panettiere e deponeva sul tavolo della stanza di ingresso una grande forma di pane, la grissia. La collocava accanto a un fiasco di vino, a un orciolo di olio e a una saliera, il tutto ricoperto da una tovaglia da lei ricamata con la scritta «l’olio, il pane, il vino e il sale siano lezione e consolazione». Chi entrava in casa mia vedeva in questo tavolo posto al centro un invito a sedersi, a mangiare un boccone, a condividere il pane, a bere insieme un po’ di vino.
Tornando alla riflessione sui sensi, il pane al tatto appare duro o molle, fresco o vizzo. Il pane si spezza con un frantumarsi di briciole che dice la sua brevità e che, nel contempo, invita anche l’udito a discernerlo. Ma la massima epifania del pane ai nostri sensi si ha quando esso viene gustato, masticato, mangiato e così diventa noi stessi, perché noi assimiliamo ciò che mangiamo: «dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei» (1) . Il pane accompagna gli altri cibi – non a caso detti companatico – dall’inizio alla fine del pasto, è solitamente gradito a tutti, è un alimento quasi completo dal punto di vista dietetico.
Enzo Bianchi
(1) Alludo ovviamente alle celebre frase di Ludwig Feuerbach (1804-1872): «Man ist was man ißt», «Siamo ciò che mangiamo».
Forme e profumi che parlano all’io (Enzo Bianchi)ultima modifica: 2011-09-25T16:17:24+02:00da borgosotto
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