SEGUO IL RUMORE DEI PASSI

carlo molaridi don Angelo Casati, da “Esodo” n°3 di luglio-settembre 2011

Sono lettore innamorato dei vangeli, non sono un esegeta, scavo nelle parole. Mi emoziono quando incontro e posso portare alla luce l’oro che le abita. Trovo tracce di Gesù sotto polvere di sabbie, che il tempo e la nostra opacità vi hanno in ampia misura depositato. Quando leggo sento il rumore dei passi, sono leggeri, senza fanfare, senza esibizioni, senza autocelebrazioni che ne rompano l’incanto. L’incanto della realtà, la realtà della sua persona, del suo vangelo, della sua via. La sua via, via dello Spirito, tanto diversa da tante vie dello spirito che abbiamo disinvoltamente chiamate cristiane, di Cristo. Seguo il rumore dei passi che portano a una casa. “Dove abiti?”. “Venite e vedrete”. I due, iniziatori del movimento, si videro aprire una casa. Lui non abitava sinagoghe, né abitava palazzi. Entrarono, erano tutt’occhi per vedere, erano le quattro del pomeriggio: quella luce sulle cose di casa e sul suo volto niente e nessuno di lì in poi l’avrebbe più cancellata, impigliata per sempre nel più profondo dei loro occhi. Qui mi ha portato il rumore dei suoi passi. E mi pento di essermi a lungo illuso di sapere di lui leggendo dissertazioni teologiche, illuso che lo avrei potuto conoscere senza abitare la sua casa.

Giorni fa un’amica mi ha scritto di occhi: “Da parecchio tempo ti osservo, spio qua e là tra i tuoi modi di fare…”. Uno, chi è, lo conosci nella sua casa, molto più che nei luoghi cosiddetti sacri. La casa è più umana, nella casa si può smarrire una moneta e passare ore a cercarla e chiamare le donne del vicinato a far festa quando, dopo tanto frugare, è uscita dalla penombra agli occhi. Nella casa succedono gli inciampi, succedono anche le nostre fragilità, le nostre debolezze, succede di smarrire una moneta. Nelle chiese no, tutto procede senza scarti, dall’inizio alla fine, tutto deve filar liscio, roba da mostri sacri. Lui lontano anni luce dal posare come un mostro sacro. E senza un grumo di simpatia, un grumo che è un grumo, verso i mostri sacri. Chi veramente fosse e dove spingessero i suoi pensieri lo videro fin da quei suoi inizi. Perché, già, i saggi dicono che dalle luci dell’alba si intravede il giorno. Cominciò a strabiliare dall’inizio. Non so se quel giorno, là lungo le acque del fiume Giordano, vi fosse, per caso attratto dalla curiosità, qualcuno di quelli che muoiono dal desiderio di organizzare gli ingressi ufficiali, loro ci sanno fare. Nel caso avrebbero storto il naso, increduli ai propri occhi. Iniziava dal basso, non da un minimo di importanza, ma dalla fragilità degli umani. Si era messo in una strana compagnia e senza un rigo di distanza. Nell’acqua dei peccatori. E per di più non era una finta. Non faceva finta, come quelli che all’inizio della messa chiedono perdono, bontà loro! No, di cose per finta lui non ne aveva mai fatte, chiedeva di essere immerso con loro, senza corsie preferenziali. Il Battista, suo cugino, trovò disdicevole la compagnia e voleva impedirglielo, ma lui in risposta a dirgli: “Lascia fare, ora: così infatti conviene che si compia ogni giustizia”. Sconcertante! Ancora più sconcertante se pensiamo che queste sono le prime parole esplicite di Gesù nel vangelo di Matteo. Ebbene, le prime sue parole mettono a fuoco una concezione rivoluzionaria di giustizia. Dico rivoluzionaria perché qui si ribaltano le nostre visioni, le nostre comuni, ovvie, condivise nozioni di giusto e di non giusto, di giustizia e di non giustizia, è una sovversione del nostro comune modo di pensare, di sentire. Perché? Ma perché per noi giusto sarebbe marcare la distinzione, tra Dio e chi non è Dio, e giusta sarebbe la distanza tra chi ha peccato e chi non ha peccato. “Tu – sembra dire il Battista – non solo confondi i ruoli, ma porti ulteriore confusione, perché non metti una separazione dove è giusto metterla, tra giusti e non giusti. Con la tua scelta di stare con tutti a ricevere il battesimo, e pure pregando, sinceramente pregando! Porti confusione nelle menti e nei cuori”. E Gesù non arretra, non arretra mai sui gesti che diventano fessura da cui spiare il vero volto di Dio, da cui spiare il suo disegno, il disegno della nuova giustizia. Che è la misericordia. Che è la compassione per la fragilità umana in cui siamo immersi e da cui possiamo risalire, purché uno sia stato nelle acque con noi. Lo sentivano compagno delle acque, che sembrarono quel giorno prendere ai loro occhi un altro colore, tant’è che qualcuno disse di aver visto i cieli aprirsi e pure una voce dall’alto che diceva gradimento su quella disdicevole compagnia. Una compagnia che durò poi una vita, tant’è che i puri non gliela avrebbero mai perdonata, “Mangione e beone”, per loro, “amico dei pubblicani e dei peccatori”. Loro, monumenti di perfezione! Primo ingresso, il secondo sarebbe stato nella sinagoga di Nazaret: “Venne a Nazaret e secondo il suo solito entrò di sabato nella sinagoga si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia”. Aprì il rotolo e non si fermò, come avrebbe dovuto, alla lettura del brano del giorno. Andò – e come si permetteva! – a cercare qualcosa di diverso, cercò il passo del profeta Isaia, dove si parla di un Messia chino sulle debolezze degli umani, uno che ha come sogno la condivisione della carne dell’uomo, la loro povera misura, il loro pianto e il loro riso, i loro giorni, la loro fatica e i loro sogni, una tenda, telo di vento e non una reggia, mura immobili a segnare distanze. E lesse. Il timbro rimase nell’aria, era di voce forte, ma a un tempo tenera: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). Si fece un brivido di silenzio nell’aria. Aveva chiuso con un taglio la citazione del profeta. Scandaloso taglio per gli uomini dell’ortodossia. Aveva puntualmente omesso le parole che minacciavano castigo. Il testo proclamava “l’anno di grazia del Signore”, ma aggiungeva: “il giorno di vendetta del nostro Dio”. Cancellato! La liberazione era completa. Liberati anche dalla vendetta. E da quelli che annunciano e minacciano vendetta, la vendetta di Dio. Prese come sua passione, passione di una vita, le parole del rotolo di Isaia: “Porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta. Proclamerà il diritto con fermezza. Ti ho chiamato per la giustizia, come alleanza del popolo, come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri”. Per fedeltà alla profezia non abitò le esternazioni delle piazze, passò fasciando canne incrinate, dando un brivido di olio agli stoppini dalla fiamma smorta. Lui che aveva appreso, nella bottega del cielo, da suo Padre vasaio, l’arte di ricomporre argilla, lontano ogni disprezzo per un minimo scarto. Proprio come stava scritto: “Ora se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto” (Ger 18,4-5). Passò una vita a raccattare scarti, quelli che si sentivano tali o quelli che si portavano addosso, a ferita d’occhi, lo sguardo spietato dei censori senza cuore né anima. Raccoglieva scarti, uomini come Matteo o come Zaccheo, donne come Maria di Magdala o la donna del pozzo di Sicar. Aveva negli occhi la perfezione di suo Padre, ma dava alla perfezione del Padre un nome, il nome della misericordia. L’aveva negli occhi e la insegnava: “Siate misericordiosi – diceva – come il Padre vostro che è nei cieli!”. Passò giorni e notti con discepoli. Raccattandoli impenitente dai loro sbandamenti. Raccontando loro le vette del regno, ma mai incenerendoli per tradimento, per essersi lasciati sedurre da vita di pianure. Mi succede, a volte, di chiedermi se qualcuno spiò ombra di tristezza nei suoi occhi per la loro dura cervice, anche loro, come noi, così lenti a capire. Ogni volta che gli capitò di raccontare ai discepoli con emozione che un amore come il suo avrebbe avuto come sbocco naturale, ormai vicino, la morte di croce, li sorprese, a distanza di secondi, a discutere di posti e di primati. Non li lasciò. Non li lasciò per durezza di cervice. Non li lasciò per delusione, neppure l’ultima delle sue sere, quando nella grande sala addobbata al piano superiore raccontò, nell’ultima cena con i suoi, che la sua vita ardeva inconsumabile in quel pane spezzato, in quella coppa di vino versato, sintesi eloquente di una vita e di una morte come la sua. Com’erano, mi chiedo, i suoi occhi? Che cosa passò nei suoi occhi quando, per tutta risposta, quelli si misero a discutere di chi fosse tra loro il più grande? Ricordò loro il suo comandamento, ma non mostrò loro la porta. Andò con loro al giardino. Non li lasciò per delusione neppure l’ultimo giorno, quando da risorto diede loro appuntamento sul monte: li trovò, ultima ora, tra i dubitanti: “Ma essi – è scritto – dubitavano”. Scommise sulla fragilità, scommise sulla debolezza, scommise sulla loro pochezza, affidò, agli undici dubitanti, la buona notizia del regno. E forse, a ben pensare, a nessuno meglio che a loro poteva essere affidata la notizia buona che Dio raccatta gli scarti e li fa portatori di buone notizie. Notizia sorprendente, questa ultima nel vangelo di Matteo. A fronte di uomini religiosi che si sono ampiamente esercitati lungo i secoli nell’arte, dopo tutto facile, ma altrettanto impietosa, di sradicatori. Contravvenendo, contravvenzione ignorata, alla parabola del grano e della zizzania. Che metteva in guardia uomini e donne di ogni tempo da ogni forma di impazienza, da ogni forma di intolleranza. Dalla furia degli sradicatori. “La zizzania”, si dice, “è da sradicare”. Con questo pretesto hanno sradicato anche Gesù. Sradicato con il pretesto che era un bestemmiatore, un indemoniato, un amico di pubblicani e prostitute, era zizzania. Da sradicare. C’è sempre qualcuno che sa dov’è la zizzania ed esige lo sradicamento. E, dobbiamo confessarlo, anche noi, che custodiamo questo invito inequivocabile di Gesù, spesso non gli siamo stati lungo i secoli, forse nemmeno oggi, fedeli. Ci siamo lasciati travolgere da zelo improvvido, funesto, diventando giudici implacabili, intransigenti, non rispettosi né delle coscienze né dei tempi. I tempi di Dio. Che non sono i nostri. La storia è costellata di questa infedeltà all’invito: “Lasciate che crescano insieme”. Penso alle crociate, alla lotta violenta agli eretici o a quelli ritenuti tali, alla caccia alle streghe, alla spogliazione delle culture diverse. C’è sempre qualcuno che sa dov’è la zizzania e ne invoca a gran voce lo sradicamento. Magari pensando di rendere così gloria a Dio. In realtà offendendola. Non è forse scritto nel libro della Sapienza: “Tu, Signore, padrone della forza, giudichi con mitezza. Ci governi con molta indulgenza. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini. Inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza” (Sap 12,19)? Riconoscibili i figli? Sì, dai loro occhi “colmi di dolce speranza”. Riconoscibile una comunità? Sì, da che cosa? Dagli occhi colmi di dolce speranza. Indicava orizzonti, come i pastori di Palestina che non stazionano nelle retrovie ma camminano davanti al gregge. Lui li aveva anche visti misurare il passo e farlo lento come lo fa Dio, secondo i profeti. Un Dio pastore che misura il passo su chi fa più fatica, sulla pecora malata, stanca, incinta. Come leggiamo nel rotolo del profeta Ezechiele, là dove Dio, parlando di sé, dice: “Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia (Ez 34,15-16). Rallentava i passi, spiava il rumore degli stanchi, faceva il suo passo su quello degli ultimi, misurava stanchezze su volti, vedeva schiene piegate dalla fatica, e visi segnati da tristezze. Lo sguardo all’umana debolezza succede, dobbiamo riconoscerlo, quando si condividono i giorni e le notti, quando non ci si tiene a “dovuta” distanza, quando si parla solo dopo essere stati nelle case di uomini e donne, e non per visite ufficiali e fugaci, solo dopo aver condiviso l’allegria e il pianto. Forse anche per questo mancano oggi sguardi come il suo all’umana debolezza. Diceva Don Primo Mazzolari: “Noi sappiamo quanto peso può reggere una bestia da soma, o l’arcata di un ponte, ma quasi mai chiediamo quale peso possano reggere le spalle di un uomo o di una donna”. Indicava orizzonti. Ancor prima che con le parole, li indicava con la vita Poi si dimostrava esperto dei tempi delle crescite, anche della crescita del seme nella terra. Invitava a dilatare negli occhi l’attesa, per veglia fiduciosa, ai bordi dei campi seminati. A essere custodi di attese anche nei giorni dell’inverno quando tutto sembra senza vita sotto la crosta dura e fredda del campo Insegnava la pazienza del contadino del vangelo: “Il regno di Dio – diceva – come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura” (Mc 4,26-29). Conosceva i tempi delle crescite, lontano anni luce dai maestri dello spirito che le sollecitano a tal punto da pretendere crescite, forzando con le mani piccoli teneri germogli. Lui al gonfiarsi del terreno già sentiva salire dentro l’emozione, si incantava e si lasciava cullare dai sogni per i germogli. Aveva aperto una domanda nel cuore della donna samaritana, una semplice domanda, ed era come se non avesse più fame né sete. I discepoli erano fermi al cibo, li invitò ad alzare gli occhi, a sognare. Lui correva in avanti. E, in anticipo d quattro mesi, vedeva campi biondeggiare per la mietitura. Avrebbe qualcosa da dire, io penso, a questa generazione sedotta dal mito ubriacante dell’efficienza e della qualità: se sei al massimo delle prestazioni conti, se sei al massimo dell’eccellenza conti; se non lo sei, non conti: la vita deve essere bella, perfetta, intelligente, ricca di successo, la vita conta se è così, se appare. Un mito che sforna a getto continuo, giorno e notte, donne e uomini frustrati che non reggono il passo, non sono “all’altezza”, e si vivono come fossero il nulla. Avremmo dovuto, come chiesa, per fedeltà resistere e contestare alla radice questo impoverimento della vita, della vita nella sua interezza, della vita con le luci e con le ombre, con i ritmi con cui accade. Non doveva forse insegnarci anche questo l’incarnazione di un Dio, che ha abitato il frammento, ha dimorato la nostra povertà e debolezza? Lui che quando camminò per le nostre strade fece una cosa dopo l’altra, e mai due insieme, lui che stava nelle misure degli umani con rispetto per le loro lentezze, con sguardo di tenera compassione per la debolezza e la fragilità che incrociava. E si negava fretta di sorpasso: si fermava, si chinava e rialzava. Era un invito a non snaturare la vita: ha una sua lentezza. Se la neghi perdi il colore, perdi il sapore, il colore e il sapore della vita vera, quella autentica. Un invito a fuggire l’inganno dell’illimitato, che ti fa stare in quello che succede senza esserci, perché i tuoi occhi sognano altro. Sono già altrove. Non sono alla pagina della vita che stai leggendo, al volto che stai incontrando, all’emozione che ti sta sfiorando. A volte, forse esagerando, mi succede di pensare che questa sia la radicalità del vangelo, la radicalità dell’incarnazione. La radicalità sta in questo modo di stare al mondo di Gesù. Che ci sia chiesta, me lo chiedo, la radicalità di diventare più umani secondo l’immagine dell’umano che lui ci ha lasciato? Le sue contestazioni più forti, quasi violente per urto d’amore, non furono forse contro coloro che, in nome della religione, ponevano carichi di “perfezione” sulle spalle delle gente, salvo poi non fare quello che ampiamente avevano declamato? “Sulla cattedra di Mosè – diceva alla folla e ai discepoli – si sono installati scribi e farisei… legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,2.4) È notizia buona, e dunque vangelo, per me, per me che me ne vado carico d’anni, il fatto che lui sia un Dio che raccoglie i pezzi. Mi sorprende e mi commuove.
Perdo pezzi
e tu li raccogli
alle spalle, Signore,
tu Dio dell’orfano e della vedova,
tu Dio dei frammenti, tu hai compassione del non
intero,
dei pezzi di pane avanzati,
tu che non vuoi
che si perda nessuno.
Perdo pezzi di voce e di occhi,
di memoria e di cuore. Dietro
alle spalle tu ti chini e raccogli.

SEGUO IL RUMORE DEI PASSIultima modifica: 2011-10-03T09:53:22+02:00da borgosotto
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