Testimonianze per la pace

L’OSSERVATORE ROMANO, 28.10.11

Nella basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi l’incontro con i membri delle diverse religioni e con i non credenti

 

L’incontro è stato introdotto dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Del suo saluto in lingua inglese diamo il testo in una nostra traduzione italiana. 

Nell’ottobre del 1986 su invito del beato Giovanni Paolo II, capi e rappresentanti di Chiese cristiane, comunità ecclesiali e religioni del mondo, si riunirono qui ad Assisi, la città di san Francesco, per digiunare e pregare per la pace. Essi vennero coscienti che la «pace», come dichiarò il Papa in quella occasione, «ha bisogno di essere costruita sulla giustizia, la verità, la libertà e l’amore», e che «le religioni hanno la necessaria funzione di aiuto per disporre i cuori umani così che la vera pace possa essere favorita e preservata» (Giovanni Paolo II, Discorso ad un gruppo di rappresentanti delle religioni non cristiane presenti ad Assisi, 29 ottobre 1986). Venticinque anni dopo questo storico incontro, ho il piacere di darvi un caloroso benvenuto ad Assisi, dove siamo convenuti su invito di Papa Benedetto XVI per celebrare la memoria di quel momento di fratellanza e preghiera e per disporci nuovamente come «pellegrini della verità e pellegrini della pace». Siamo qui con la consapevolezza di una chiamata comune a vivere insieme in pace, quale profonda aspirazione che risuona incessantemente nei nostri cuori. L’infaticabile ricerca del conseguimento di questo desiderio ci rende compagni di viaggio. Provenienti da diverse tradizioni religiose e da diverse parti del mondo rinnoviamo e rafforziamo una ricerca della verità in cui ciascuno di noi, secondo la propria tradizione, si impegna incessantemente.

Siamo venuti qui anche per testimoniare la grande forza della religione per il bene, per la costruzione della pace, per la riconciliazione di coloro che sono in conflitto, per riportare l’uomo in armonia con il creato. I venticinque anni del nostro sforzo comune per la pace hanno ampiamente dimostrato il nostro senso di fraternità e di solidarietà a servizio del mondo e della famiglia umana. Ma questi anni sono stati anche pieni di sfide sul senso dell’uomo e della storia. Siamo entrati in un secolo di ideologie fondate su concezioni riduttive della persona umana e su visioni distorte del rapporto con l’ambiente naturale. La forte competizione dei popoli per le risorse, i problemi climatici, minacciano di distruggere, col tessuto sociale delle relazioni umane, lo stesso ordine della creazione che Francesco di Assisi lodò nel suo Cantico delle creature. Per lui l’universo non è tanto una collezione di cose da lavorare e consumare bensì una «comunità di vita» in cui entrare profondamente, umilmente e creativamente. Grazie ai mezzi elettronici e alla globalizzazione, viviamo in un tempo di benessere, conoscenza e prossimità senza precedenti. E, tuttavia, non c’è forse maggior insicurezza, ineguaglianza e privazione? Spesso siamo divisi da intolleranze, ostilità e violenze. L’esempio del Poverello di Assisi sollecita a guardarci l’un l’altro con rispetto, amore, indipendentemente dall’origine e dal credo. L’esperienza di questi venticinque anni possa invitarci, ancor più intensamente e con un grande senso di urgenza, a ri-impegnarci oggi, con la dote della ragione e i doni della fede, a diventare sempre più pellegrini della verità e rendere il nostro mondo un luogo di sempre più grande pace! Su tutti noi, quindi, possano piovere abbondantemente ricche benedizioni di verità e di pace.

 

I rappresentanti delle diverse religioni e un gruppo di non credenti si sono riuniti con Benedetto XVI giovedì 27 ottobre ad Assisi per la giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo, a venticinque anni dallo storico incontro convocato da Giovanni Paolo II nella città di san Francesco. Di seguito pubblichiamo una nostra traduzione italiana delle dieci testimonianze di pace presentate nel corso della mattinata nella basilica di Santa Maria degli Angeli. Quella di Kyai Haji Hasyim Muzadi, che all’ultimo momento non ha potuto essere presente, è stata letta da un suo rappresentante.

 

Il conflitto nasce dall’indifferenza – Sua Santità Bartolomeo I Patriarca Ecumenico

 

Santità, Eminenze, Eccellenze, Rappresentanti delle diverse religioni del mondo, Signori e signore, cari amici, ogni dialogo autentico porta in sé i germi di una metamorfosi da realizzare. La natura di tale trasformazione costituisce una conversione che ci fa uscire dai nostri particolarismi per considerare l’altro come soggetto di relazione e non più come oggetto d’indifferenza. Perché, è dall’indifferenza che nasce l’odio, è dall’indifferenza che nasce il conflitto, è dall’indifferenza che nasce la violenza. Contro questi mali, solo il dialogo è una soluzione percorribile e a lungo termine. In quanto capi religiosi, il nostro ruolo è soprattutto quello di promuoverlo e di mostrare attraverso il nostro esempio quotidiano che noi non viviamo unicamente gli uni contro gli altri, o gli uni accanto agli altri, ma piuttosto gli uni insieme agli altri, in uno spirito di pace, di solidarietà e di fraternità. Ma per raggiungere tale scopo, il dialogo richiede un completo rovesciamento del nostro modo di essere al mondo. Sentiamo bene le voci di coloro che esaltano il protezionismo, poiché la mondializzazione porta nella propria scia una corrente relativista che genera, per opposizione, dei ripiegamenti comunitaristi e identitari, dentro ai quali si nasconde l’inimicizia. È per questo che il nostro impegno non deve limitarsi unicamente a un lavoro all’esterno delle nostre comunità, ma è opportuno che capisca anche le logiche ad intra. La nostra responsabilità risulta essere allora tanto più grande e l’organizzazione di questo incontro per la pace ad Assisi assume tutta la sua importanza. Non si tratta, come alcuni insinuano, di fare del dialogo interreligioso, un dialogo ecumenico, in una prospettiva sincretista. Al contrario, la visione che noi lodiamo nel dialogo interreligioso possiede un senso tutto particolare, che deriva dalla capacità stessa delle religioni di impegnarsi nel campo della società per promuovervi la pace. Questo è lo spirito di Assisi, questa è anche la via sulla quale il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli si è impegnato da molti anni. Ancora oggi, venticinque anni dopo il primo incontro convocato dal beato Giovanni Paolo II proprio qui ad Assisi, dieci anni dopo i drammatici eventi dell’11 settembre e nel momento in cui le «primavere arabe» non hanno messo fine alle tensioni intercomunitarie, il posto delle religioni tra i fermenti in atto nel mondo resta ambiguo. Noi continuiamo, in effetti, a temere l’accresciuta marginalizzazione delle comunità cristiane del Medio Oriente. Dobbiamo opporci alla deformazione del messaggio delle religioni e dei loro simboli da parte degli autori di violenza. Sviluppare il religioso mediante il religioso stesso, questa è l’esigenza necessaria per promuovere la dimensione umanitaria di una figura del divino che si vuole misericordioso, giusto e caritatevole. È per questo che i responsabili delle religioni devono farsi carico del processo di ristabilimento della pace. Poiché il solo modo di levarci contro la strumentalizzazione bellicista delle religioni è di condannare fermamente la guerra e i conflitti, e di porci come mediatori di pace e di riconciliazione. Santità, questi sono alcuni elementi che intendiamo portare alla riflessione generale nel quadro di questo nuovo incontro di Assisi, al convergere in favore di una riconciliazione globale dell’uomo con Dio, dell’uomo con se stesso, ma anche dell’uomo con l’ambiente. Poiché l’altruismo non può limitarsi alle sole relazioni all’interno dell’umanità. Chi dice «essere in relazione», fa riferimento anche all’esperienza estesa dell’alterità, fino alla natura stessa in quanto creazione di Dio. Il nostro dialogo è dunque riconciliazione. Tutti noi ci riconosciamo in questa espressione delle Beatitudini: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5, 9). Questa responsabilità non è semplicemente verbale, essa attende da noi che siamo fedeli alla nostra fede, fedeli al disegno di Dio sul mondo, rispondendo a ciò che egli chiede. Che noi possiamo essere i segni di questo impegno! Solo allora la pace di cui siamo alla ricerca, questo tesoro tanto caro da acquistare e purtroppo tanto facile da perdere, risplenderà nel mondo.

Preghiamo Dio Nostro Signore che accordi al mondo la sua grazia e che ci ispiri ad essere pellegrini di verità e di pace.

 

Un’unica radice sotto tutti i rami – Sua Grazia Dottor Rowan Douglas Williams Arcivescovo di Canterbury

 

Vostra Santità, Santità, Beatitudini, Fratelli e sorelle in Cristo, cari amici. È un grande onore essere con voi a celebrare l’anniversario della prima giornata di preghiera per la pace tenutasi in questo luogo sotto la guida del beato Giovanni Paolo II. Il defunto Pontefice credeva fermamente che la cura degli esseri umani per la giustizia e la stabilità nella nostra epoca richiedeva una testimonianza comune da parte delle persone religiose, escludendo ogni compromesso circa le proprie particolari convinzioni e tradizioni. Gli anni trascorsi da quel primo raduno hanno confermato questa convinzione nel modo più deciso possibile. Le sfide del nostro tempo sono tali che nessun gruppo religioso può pretendere di avere tutte le risorse pratiche di cui ha bisogno per affrontarle, anche se siamo convinti di avere tutto ciò di cui necessitiamo nel campo spirituale e dottrinale. Di tal maniera, noi non siamo qui per affermare un minimo comune denominatore di ciò che crediamo, ma per levare la voce dal profondo delle nostre tradizioni, in tutta la loro singolarità, in modo che la famiglia umana possa essere più pienamente consapevole di quanta sapienza vi sia da attingere nella lotta contro la follia di un mondo ancora ossessionato da paura e sospetti, ancora innamorato dell’idea di una sicurezza basata su di una ostilità difensiva, e ancora in grado di tollerare o ignorare le enormi perdite di vite tra i più poveri a causa di guerre e malattie. Tutti questi fallimenti dello spirito hanno la loro radice in larga misura nell’incapacità di riconoscere gli estranei come persone che condividono con noi l’unica e medesima natura, l’unica e medesima dignità della persona. Una pace duratura inizia là dove noi vediamo il nostro prossimo come un altro noi stessi – e dunque iniziamo a comprendere perché e come dobbiamo amare il prossimo come noi stessi. Per i cristiani, il cuore di tutto ciò è la convinzione che in Gesù di Nazareth Dio stesso si identifica con la natura umana, e quindi con ogni singola persona umana. Ogni volto, ora, appare in maniera diversa, per il fatto che Dio ha preso un volto umano. Nel nostro prossimo riconosciamo non solo qualcuno che ha in sé l’immagine di Dio in virtù della creazione, ma qualcuno che ha in sé anche la possibilità di portare la somiglianza di Gesù Cristo in virtù della nuova creazione. E se così è, non possiamo più, in ultima analisi, essere degli estranei. Ciò che interessa la vita di qualunque persona o comunità, interessa la vita di tutti. Tutti gli uomini religiosi hanno in comune la convinzione che noi, in ultima analisi, non siamo estranei gli uni agli altri. E se non siamo estranei, dobbiamo prima o poi trovare il modo di concretizzare tale reciproco riconoscimento in relazioni di amicizia vere e durature. Siamo qui oggi per dichiarare la nostra volontà – o piuttosto la nostra appassionata determinazione – a persuadere il nostro mondo che gli esseri umani non devono essere degli estranei, e che il riconoscimento è tanto possibile quanto necessario a motivo della nostra universale relazione con Dio. Termino citando alcuni versi di un grande poeta cristiano della mia terra del Galles, Waldo Williams, maestro, uomo di profonda preghiera ed attivista per la pace nella sua vita adulta. Egli ha scritto un poema intitolato «Cos’è l’uomo?», e questi sono i versi iniziali:

Cosa significa essere vivi?

Dimorare in una grande sala

tra strette mura

Cosa significa riconoscere?

Trovare un’unica radice

al di sotto di tutti i rami.

Cosa significa avere fede?

Rimanere quieti al focolare

finché siamo pronti a ricevere

il nostro ospite.

Cosa significa perdonare?

Trovare una via tra le spine

per stare accanto

al nostro vecchio nemico.

Possa Dio aiutarci a rispondere a queste domande in questa maniera, con le nostre parole e con la nostra testimonianza.

 

Per una nuova visione del mondo – Sua Eminenza Norvan Zakarian Primate della diocesi della Chiesa apostolica armena di Francia Delegato per l’Europa Occidentale del Catolicossato di tutti gli Armeni

 

A nome del Capo spirituale della Chiesa Armena, Sua Santità Karekin II, Catholicos di tutti gli Armeni, siamo lieti di esprimere la nostra più viva gratitudine per questa eccellente iniziativa di invitare i differenti capi religiosi ad Assisi, in questa giornata del 27 ottobre, 25 anni dopo lo storico primo appello per la pace del beato Giovanni Paolo II, per riflettere nuovamente sull’importanza cruciale del dialogo e della preghiera per la pace e per la giustizia nel mondo. Così la promozione della pace nel mondo costituisce parte integrante della missione secondo la quale la Chiesa continua l’opera redentrice del Cristo sulla terra. La Chiesa eleva gli uomini al di sopra della loro semplice condizione umana, per condurli verso l’assoluto. Essa li allontana dall’odio e dagli egoismi per radunarli insieme nel seno di una comunità aperta e generosa. Di fatto, la Chiesa è in Cristo e può costituire un «sacramento», vale a dire un segno e strumento di pace nel mondo e per il mondo. La promozione di un’autentica pace rappresenta un’espressione della fede cristiana nell’amore che Dio nutre per ciascun essere umano. Dalla fede liberatrice nell’amore di Dio deriva una nuova visione del mondo, e un nuovo modo di rapportarsi all’altro, che si tratti di un individuo o di un intero popolo. Si tratta di una fede che cambia e rinnova la vita, ispirata dalla pace che il Cristo ha lasciato ai suoi discepoli. Sotto il potente impulso di questa fede, la Chiesa desidera promuovere l’unità dei cristiani e al tempo stesso una collaborazione fruttuosa con i credenti delle altre religioni e, più al di là, con tutti gli uomini in generale. Le differenze religiose non possono e non devono costituire una causa di conflitto. Piuttosto, la ricerca comune della pace da parte di tutti i credenti è un profondo fattore di unità tra i popoli. La Chiesa esorta gli individui, i popoli, le nazioni e gli Stati a condividere la sua preoccupazione per ristabilire e consolidare la pace, insistendo particolarmente sul ruolo centrale del diritto delle genti. Il perdono reciproco non deve sopprimere le esigenze della giustizia né, meno ancora, impedire il cammino che conduce alla verità; al contrario, giustizia e verità rappresentano le condizioni concrete per la riconciliazione. Le iniziative tendenti ad istituire organismi giudiziari internazionali si rivelano opportune. Organismi simili, traendo profitto dal principio della giurisdizione universale e sostenuti da procedure adeguate, rispettose dei diritti degli accusati e delle vittime, possono stabilire la verità sui crimini perpetrati durante i conflitti armati e particolarmente sul crimine più grave di tutti: il genocidio. Tuttavia, è necessario andare al di là dell’identificazione dei comportamenti criminali, causati sia da azione che da omissione, e al di là delle decisioni circa le necessarie misure di riparazione, per pervenire al ristabilimento di relazioni di accoglienza reciproca tra popoli divisi, nel segno della riconciliazione. È infine necessario promuovere il rispetto del diritto alla pace, al fine di favorire la costruzione di una società all’interno della quale i rapporti di forza siano rimpiazzati da rapporti di collaborazione in vista del bene comune. Allora, con un cuore solo e una voce sola, possiamo dire con il salmista: «Misericordia e verità si sono incontrate; giustizia e pace si sono abbracciate. La verità si è levata dalla terra, e la giustizia si è affacciata dal cielo» (Salmo 84).

 

Gerusalemme è una sfida per tutti – Reverendo Dottor Olav Fykse Tveit Segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese

 

Santità, Eminenze, Eccellenze, distinti leaders religiosi, San Francesco ci offre l’ispirazione su come la fede in Dio, il dialogo aperto e l’incontro sincero possano portare a contributi significativi per una pace giusta. Il mondo ha bisogno di costruttori di pace a partire dalla fede. Le comunità di fede, come le 349 Chiese del Consiglio ecumenico delle Chiese, hanno bisogno di giovani «portatori di cambiamento» del mondo. Francesco era un giovane quando si arrese a Dio. La sua passione per la bontà della creazione e l’esempio di radicale audacia per la pace mostrano l’importanza della fede e il coraggio dei giovani. Ciò che Francesco ha compiuto da giovane, nei suoi vent’anni, è per noi un richiamo salutare all’importanza del ruolo che i giovani devono e possono svolgere sia nelle comunità di fede sia nel più ampio contesto sociale. Senza questo, non saremmo qui oggi. Anche oggi, la pace nel mondo richiede le idee e il contributo dei giovani. Un grande ostacolo a una pace giusta è oggi rappresentato dall’alto livello di disoccupazione tra i giovani in tutto il mondo. Si ha la sensazione che stiamo mettendo in gioco il benessere e la felicità di una generazione. Abbiamo bisogno della visione e del coraggio dei giovani per i cambiamenti necessari. Vediamo come i giovani guidino oggi i processi di democratizzazione e di pace in molti Paesi. Anche quando essi diventano vittime della violenza e del terrore, com’è accaduto nel mio Paese, la Norvegia, quest’anno. Dobbiamo riconoscere che non siamo sempre stati capaci nel dare il giusto tributo e nel sostenere l’apporto che i giovani possono offrire nelle nostre comunità. Noi anziani qui presenti abbiamo bisogno di lavorare insieme per la pace tra generazioni e di dare ai giovani in tutto il mondo una reale speranza per il futuro. Il mondo ha bisogno di incontri tra i capi delle comunità religiose. Nel mezzo di una guerra di cui Gerusalemme era la meta finale, Francesco venne per condividere esperienze di fede con il sultano in Egitto. Come molti crociati, egli venne per convertire l’altro. Si trovò invece cambiato, convertito, lui stesso. Siamo qui per lasciare che la conversione di Francesco ci parli e per fare sì che la conversazione tra di noi divenga una sorgente di giustizia e di pace. C’è da guadagnare di più mediante il rispetto per l’altro. Una pace sostenibile richiede che vi sia uno spazio, uno spazio sicuro e senza pericoli, non solo per me, ma anche per l’altro. I cristiani devono ricordarsi che la croce non è per le crociate, ma è un segno di come l’amore di Dio abbracci tutti, anche l’altro. Per il Consiglio ecumenico delle Chiese un preciso impegno per i prossimi anni sarà quello di lavorare per una pace giusta a Gerusalemme e per tutti i popoli che vivono in Gerusalemme e attorno a quella città che ha Shalom – Salaam nel suo nome. È la città che per il suo nome è chiamata ad essere una visione di pace, ma che nel corso della storia è divenuta così spesso un luogo di conflitto. Mentre visitavo il Pakistan qualche giorno fa, mi sono reso conto di come altri popoli stiano soffrendo a motivo di scontri tra interessi diversi, come conseguenza del fatto che i conflitti attorno a Gerusalemme non sono ancora risolti. Questa città, santa per ebrei, cristiani e musulmani, è un simbolo visibile del nostro anelito, dei nostri migliori e più alti desideri, del nostro amore per la bellezza e del nostro desiderio di servire Dio. Ma è anche un potente richiamo a come le cose migliori possano anche volgersi al peggio. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno trovato così difficile amare senza cercare al tempo stesso di possedere in maniera esclusiva.

Preghiamo, come leaders religiosi, per la giustizia e la pace per Gerusalemme e per tutti coloro che là vivono. In un modo misterioso, Gerusalemme non si limita a svelarci queste realtà circa la condizione umana, ci sfida anche a confrontarci con esse. I cristiani credono che ogni essere umano sia creato a immagine di Dio, affermando di conseguenza l’inalienabile dignità umana di ogni persona e l’unità dell’umanità. Siamo chiamati a partecipare al ri-stabilimento della pace per Gerusalemme per ri-creare e riparare il mondo di Dio. Siamo responsabili davanti a Dio e gli uni davanti agli altri della pace nel nostro tempo e di ciò che diciamo o che non diciamo per raggiungerla. Seguiamo insieme l’esempio di san Francesco e di altri, giovani e vecchi, uomini e donne, per suscitare fra noi il coraggio di costruire una pace giusta.

 

L’arca di Noè e la visione di Isaia – Rabbi David Rosen, KSG, CBE Direttore internazionale per gli affari interreligiosi, AJC

 

Un pellegrinaggio è, per definizione, molto più che un viaggio. Le parole ebraiche per pellegrinaggio sono aliyah la’regel, espressione che significa «salita a piedi». Il concetto biblico di ascesa aveva un significato al tempo stesso letterale e spirituale. Letterale, poiché si salivano i monti della Giudea sino a Gerusalemme, al santo Tempio. In ogni caso, il simbolismo fisico cercava di instillare nella coscienza del pellegrino una consapevolezza interiore di ascesa spirituale, di essere sempre più vicino a Dio e, di conseguenza, un accordo con il volere divino e con i comandamenti. Questo concetto di pellegrinaggio, di ascesa, è centrale alla visione profetica dello stabilimento del Regno dei Cieli sulla terra – la visione messianica di pace universale. Nelle parole del profeta Isaia: «Verranno molti popoli e diranno: “Andiamo e saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe, affinché egli ci insegni le sue vie e noi possiamo camminare nei suoi sentieri; poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore”. Egli sarà giudice tra le nazioni e arbitro fra molti popoli; spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri e delle loro lance faranno falci. Una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più l’arte della guerra» (Isaia 2, 3-4). E continua il profeta: «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà con il bambino; il vitello e il leone pascoleranno insieme, e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme, i loro piccoli si sdraieranno insieme; il leone si ciberà di paglia, come il bue. Un lattante giocherà sulla buca di un serpente e un bambino metterà la sua mano nel covo di una vipera. Non faranno del male né distruggeranno in tutto il mio santo monte, poiché la terra sarà piena della conoscenza del Signore, come le acque ricoprono il mare» (11, 6-9). C’è un famoso commento del grande rabbino Meir Simcha di Dwinsk, vissuto un secolo fa. Egli osservava che questa visione di pace si era già realizzata una volta nella storia religiosa dell’umanità, all’interno dell’arca di Noè. Una storia che gli ebrei di tutto il mondo ripeteranno nelle sinagoghe il prossimo Sabbath. Lì i predatori dovettero vivere da vegetariani e le loro potenziali prede poterono vivere in pace. Tuttavia, notava il rabbino, la profonda differenza tra la situazione dell’arca di Noè e la visione di Isaia è che nell’arca di Noè non vi era possibilità di scelta. Quella era l’unica opzione disponibile per gli animali, al fine di sopravvivere al diluvio. La visione di Isaia invece nasce dalla «conoscenza del Signore»: è una visione che sgorga dalla più intima comprensione spirituale e dalla libera volontà. Per molti, nel mondo, la pace è una necessità pragmatica – e in effetti ciò è vero, non dobbiamo in alcun modo sminuire la benedizione che rappresenta per il nostro mondo un tale pragmatismo. Tuttavia, ciò che gli uomini e le donne di fede cercano e ciò a cui anelano, «salire alla montagna del Signore», è un’idea di pace quale espressione sublime della volontà divina e dell’immagine divina nella quale ogni essere umano è creato. Per aver dimostrato questa aspirazione in una maniera così visibilmente meravigliosa, qui in Assisi, 25 anni fa, noi abbiamo un debito di gratitudine alla memoria del beato Giovanni Paolo II e dobbiamo essere profondamente grati al suo successore, Papa Benedetto XVI, per aver continuato questo cammino. I saggi del Talmud ci insegnano che pace non solo è il nome di Dio (Shabbat 10b, cfr. Giudici 6, 24), ma è anche il prerequisito indispensabile per la redenzione, come sta scritto (Isaia 52, 7): «Egli annuncia la pace… egli annuncia la salvezza» (Deuteronomio Rabbah 20, 10). Inoltre, i nostri saggi sottolineano che non vi è altro valore per cercare il quale siamo obbligati ad uscire dalla nostra strada, come accade per la pace, come sta scritto (Sal 34, 15): «Cerca la pace e perseguila». Possa l’incontro di oggi rinvigorire tutti gli uomini e donne di fede e di buona volontà per moltiplicare i nostri sforzi e fare di questo obiettivo una realtà, la realtà che porti vera benedizione e guarigione all’umanità, come sta scritto: «Pace, pace ai lontani e ai vicini e io li guarirò» (Isaia 57, 19).

 

Un più profondo rispetto per la natura – Professor Wande Abimbola, Awise Agbaye Portavoce della religione Ifu e Yoruba nel mondo

 

Permettetemi anzitutto di esprimere la mia profonda riconoscenza al Santo Padre, Papa Benedetto XVI, per avermi invitato a partecipare alla giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la giustizia e la pace nel mondo. Sono sicuro di parlare anche a nome dei capi e dei seguaci delle religioni indigene d’Africa, e più in generale del mondo, nel dire che sono molto lieto di essere incluso in un momento così importante e storico. Possa il Santo Padre crescere sempre più in forza, compiere la sua missione e il suo destino verso i popoli del mondo. In secondo luogo, porto l’omaggio e il saluto da parte dei popoli d’Africa e dei membri della religione yoruba nel mondo, di cui sono portavoce.

Ríran le rán mi o o ò

Èmi mo ránrà mi

Àsé dowó enì rán mi .

Sono un portavoce di coloro che mi hanno inviato. Non sto parlando da me stesso. L’autorità spirituale con cui parlo appartiene a coloro che mi hanno mandato. È venuto il tempo per i leaders di tutte le religioni del mondo di avere un nuovo quadro concettuale in cui alle religioni indigene venga dato lo stesso rispetto e considerazione delle altre religioni. Non possiamo avere pace nel mondo quando non rispettiamo, abusiamo, o disprezziamo i nostri vicini. Una condizione fondamentale per la pace, perciò, è che tutte le persone di fede abbiano rispetto e amore le une per le altre. Relazioniamoci alle persone per il carattere che hanno, non sulla base della religione che praticano o della denominazione cui appartengono. Lavoriamo tutti insieme per un maggiore rispetto, amore e giustizia, mentre al tempo stesso ci manteniamo fedeli alle dottrine delle religioni che abbracciamo. Dobbiamo sempre ricordarci che la nostra propria religione, così come le religioni praticate da altra gente, sono valide e preziose agli occhi dell’Onnipotente, che ha creato tutti noi con questa diversità e pluralità di vie di vita e di sistemi di credenza. Non è sufficiente rispettare il nostro prossimo, uomini e donne. Abbiamo bisogno di sviluppare anche un profondo rispetto per la natura. Sino a quando alla natura, nostra Madre, non verrà dato il giusto rispetto e onore nei nostri pensieri e azioni, gli esseri umani non potranno trovare la vera pace e la tranquillità che noi tutti andiamo cercando. Non solo, se continuiamo sullo stesso sentiero di non rispetto e distruzione della natura sul quale abbiamo camminato per secoli, quel sentiero può portarci solo al disastro.

Adéerí lawo Aláràán

Adétutú lawo Ajífòràngbogbolà

A dífá fún Òrúnmìlà

Ifá n lo lèé gbólómí tútú níyàwó

Ayé Ifá tutù jomi lo

Baraà mi Èrìgì Álò

Ifá gbólómí tútù níyàwó

Ayé Ifá tutù jomi lo

Adeyeri, Ifa, sacerdote di Alaraan

Adetutu, Ifa, sacerdote di Ajiforangbogbola

Questi sono i sacerdoti che divinano per Orunmila

Il giorno in cui egli stava per sposare Colei-che-si-bagna-nell’acqua-fredda

Come risultato, la vita di Ifa divenne più fredda dell’acqua

Mio grande Signore, Erigi Alo,

Ifa ha sposato Colei-che-si-bagna-con-l’acqua fredda

La vita di Ifa divenne più fredda dell’acqua.

I versi appena citati si riferiscono a Olokun, l’ultima e la più amata moglie di Ifa. Possano le fredde acque di Olokun, dalle profondità degli oceani, portare freschezza, amore, tranquillità e pace a tutti noi e al nostro mondo colpito da lotte, odio, guerra e intolleranza.

Lavoriamo insieme per costruire e mantenere un mondo migliore.

 

Con la forza della non violenza – Acharya Shri Shrivatsa Goswami – Sri Radharamana Temple, Vrindavan, India Rappresentante della religione Hindu

 

«O infinito Dio fatto corpo! Io vedo TE in ogni mano e piede, in ogni occhio e testa, in ogni nome ed essere. Mi inchino a TE in ognuno di essi». L’induismo è un pellegrinaggio dall’ignoranza alla verità, dalla morte all’immortalità. Questo pellegrinaggio ha due aspetti. Partendo dall’esterno, noi siamo in cerca della verità che può essere manifesta nel mondo fisico. Cerchiamo di rafforzare i sistemi ecologico, sociale ed economico. L’equa distribuzione di cibo e di altre risorse materiali è una grandissima virtù e pratica religiosa. Ma poi c’è il secondo aspetto: il pellegrinaggio interiore. Non potremmo sostenere il cammino esteriore se non fossimo in viaggio all’interno del mondo dei valori e dei principi che sostiene il comportamento umano. Verità e pace sono in cima alla lista di questi valori universalmente applicabili – chiamati dharma. Per il Mahatma Gandhi, la verità era Dio. Quanto alla pace, c’è una caratteristica preghiera hindu proprio per questo dono. È una preghiera per la pace nella terra e nel cielo, nella vegetazione e nelle piante, nell’acqua e nell’aria – ma questo non è tutto. La persona che prega questa preghiera, prega per la pace che viene nel processo stesso della pace. La pace non può mai essere raggiunta con mezzi violenti. Da Krishna a Buddha, dal Mahatma Gandhi a Martin Luther King, al vescovo Tutu – tutti questi pellegrini di pace affermano che non c’è una via per la pace. La pace stessa è la via. Il nostro comune obiettivo di pace può essere raggiunto mediante il nostro impegno per la verità – satyagraha. Questo impegno, anche se ostacolato e impedito, trova ugualmente la propria via mediante la non-violenta non-cooperazione. La storia rende testimonianza alla sua forza. Venticinque anni fa, qui in Assisi, il Papa Giovanni Paolo II ci fece iniziare il pellegrinaggio odierno. Adesso pertanto dobbiamo riflettere sul nostro progresso su questa strada. Perché non siamo arrivati più vicini a dove egli voleva essere? Siamo mancanti nella parte interiore del viaggio? Il dialogo sarà un esercizio futile se non lo intraprendiamo con umiltà, pazienza e il desiderio di rispettare l’«altro» – e ciò senza pretendere lo stesso in cambio. Questo ci renderà capaci di dire «no» all’ingiustizia di ogni tipo. Ciò richiede molto coraggio, e quel coraggio verrà solo dalla preghiera. Uniamoci perciò alla preghiera di Sri Caitanya Mahaprabhu, grande maestro spirituale del XVI secolo: «Non desidero ricchezza o piaceri mondani; nemmeno cerco fama, o un nome. Prego solo che possa servire gli altri con amore». Questo è un compito arduo. Esige da noi di vedere nuovamente ciò che l’antico Veda dichiara: che la verità è una – e allo stesso tempo, che è professata in molti modi differenti. Om Shantih, Shantih Shantih.

 

Come fiori che sbocciano e appassiscono – Ja-Seung Presidente dello Jogye Order, Buddismo coreano

 

Desidero innanzitutto ringraziare Sua Santità Papa Benedetto XVI perché mi dà l’opportunità di parlare in questa fortunata circostanza. Sono onorato di offrire le mie felicitazioni all’assemblea di leaders religiosi del mondo riuniti qui in Assisi, un luogo molto santo, colmo di pace e riconciliazione. Cari leaders religiosi, nei 25 anni trascorsi dall’incontro di leaders religiosi qui in Assisi, il nostro mondo è drasticamente cambiato. Una nuova epoca sta rapidamente avvicinandosi. Lo sviluppo della tecnologia informatica più avanzata e dei social networks ci ha dato la possibilità di connetterci e comunicare con qualsiasi altra persona nel mondo, in modo istantaneo. Come sappiamo dall’esperienza, anche le ramificazioni di questa iper-connessione sono istantanee. Tutto è interconnesso. Voi ed io non esistiamo come individui separati, al contrario, noi tutti siamo inestricabilmente connessi gli uni agli altri. Il buddismo ci offre una possibilità di comprensione di questa verità mediante la dottrina della Origine Dipendente. Come esiste una varietà di fiori che fioriscono e appassiscono, così anche voi ed io fioriamo e appassiamo. Ma ciascuna delle nostre vite è preziosa, un fiore bellissimo che fa del mondo un unico fiore e lo rende un luogo glorioso e magnifico. Proprio come questi fiori, ogni essere senziente è bellissimo e deve essere rispettato. Non c’è posto per la violenza o il terrorismo nella religione, che sottolinea come ogni vita è preziosa e deve essere amata. Per questa ragione, vorrei proporre una «Fraternità in favore della vita», il radunarsi insieme di persone di fede per eliminare le radici della violenza e della guerra condotta in nome della religione o dell’ideologia. Vorrei anche che vi uniste a me in una «Fraternità in favore della pace», così che la coesistenza armoniosa e il mutuo rispetto siano resi possibili in questo mondo, indipendentemente dalla religione, dalla razza e dalla cultura. Per di più, dobbiamo accettare le nostre differenze culturali e superare i conflitti culturali mediante la mutua comprensione e la crescita spirituale. Dobbiamo convenire insieme in una «Fraternità in favore della cultura». Dobbiamo anche realizzare una «Fraternità in favore del condividere», per aiutare quelle persone che ancora soffrono per la povertà, la fame e l’ingiustizia. In ultima analisi, ogni cosa è già perfetta e noi tutti siamo già collegati come delicati petali di fiore. Infine, vorrei proporre una «Fraternità in favore dell’azione», affinché tutti possiamo sperimentare questa verità personalmente e aiutare a rendere questo mondo puro e profumato come un fiore. Cari leaders religiosi, la Dichiarazione per la pace religiosa dello Jogye Order del buddismo coreano promuove il mutuo rispetto tra fedi diverse. Facciamo voti perché, guidati dall’amore, dalla benevolenza e da una grande compassione, sappiamo operare con le persone di ogni credo per aiutare coloro che soffrono a raggiungere felicità e pace. Insieme, possiamo diminuire la povertà e le malattie, prevenire la violenza e la guerra, e porre fine alla distruzione ambientale causata da uno sviluppo indiscriminato. Attraverso l’unione della nostra fede, possiamo far camminare l’umanità in direzione della pace e dell’armonia. Possano essere felici tutti gli esseri!

 

La religione al di sopra degli interessi – Dottor Kyai Haji Hasyim Muzadi Segretario generale della Conferenza internazionale degli studiosi islamici (ICIS) e già presidente di Nabdlatul Ulama (NU)

 

In teoria, l’essenza e la finalità della presenza di religioni su questa terra è quella di rafforzare i valori e la dignità dell’umanità, la pace e il progresso del mondo, dal momento che una tale presenza è intesa non ad altro che a illuminare l’umanità. Tuttavia, la realtà dimostra che molti problemi tra gli uomini su questa terra derivano proprio da coloro che seguono una religione, sebbene ciò non significhi che i problemi che sorgono dagli uomini appartenenti a una religione siano originati dalla religione stessa. Ciò accade semplicemente per il fatto che religioni autentiche, con i propri salutari insegnamenti, possono avere seguaci che non sono in grado di comprenderne il carattere salutare in maniera piena e completa. Una mancanza di comprensione piena e completa degli insegnamenti delle religioni si verifica quando i rispettivi seguaci ne possiedono una comprensione solo parziale e non comprendono le relazioni tra religioni. Non vi è dubbio che l’errore nella conoscenza religiosa abbia portato alla distorsione della religione stessa. Per esempio, se una comunità religiosa comprende male i propri riti o i propri concetti teologici, tale errore avrà conseguenze unicamente sui propri seguaci. Quando invece essi sbagliano nel comprendere gli aspetti sociali della religione, allora l’errore finisce per avere conseguenze non solo sui propri seguaci, ma anche sull’intera società, nella forma di tensioni sociali o perfino di conflitti sociali. E tali conflitti sociali possono scivolare persino in forme di conflitto tra Stati nel mondo. Ogni religione possiede la propria identità. Tra religioni vi sono somiglianze e differenze. Un carattere comune a ogni religione è la speranza per la creazione di armonia tra gli uomini, pace, giustizia, prosperità e un migliore livello di vita. Ciò su cui le religioni si differenziano sono le questioni di teologia e di riti. Per questo, al fine di ottenere una durevole armonia e coesistenza tra religioni, non si dovrebbe e non si deve forzare a cambiare ciò che è diverso, e non si devono imporre quei punti di vista che non sono condivisi. In questo modo può essere garantito il mantenimento di una coesistenza tra religioni, in accordo con ciascuna singola fede religiosa. Oltre al fattore della mancanza di comprensione adeguata delle religioni, vi sono altri fattori alla base dei conflitti che sorgono tra credenti; fattori che sono basati su interessi non religiosi, che si ammantano di insegnamenti religiosi e strumentalizzano la religione per obiettivi non religiosi. Interessi al di là degli scopi religiosi possono essere di natura politica, economica, culturale, o altri interessi non religiosi che sono presentati in modo da sembrare religiosi. Tali interessi possono nascere da gruppi specifici che dichiarano di essere animati da motivazioni religiose e si rifanno a temi religiosi. Il nostro dovere, come comunità religiose, è di portare a tutti i credenti la libertà di comprendere veramente il proprio destino e di correggere le comprensioni errate della religione che portano a conflitti sociali tra l’umanità. Inoltre, dobbiamo essere saggi per discernere quei problemi che possono essere definiti come religiosi, da quelli che si presentano indebitamente come problemi religiosi. Molte volte, gli interessi delle autorità politiche sono etichettati come questioni religiose, mentre in realtà sono ben lontani dall’essere tali. A questo riguardo, dobbiamo identificare la religione come ciò che è al di sopra di tutti gli interessi. Se la religione sarà posta al di sopra degli interessi, allora servirà come un faro di speranza ricevuto dai nostri antenati. Al contrario, se le religioni sono poste al servizio di tali interessi, allora le comunità religiose saranno sempre in guerra tra di loro. Per questo motivo, l’armonia tra i seguaci delle religioni deve iniziare dal cuore di ogni religione, presentato secondo un quadro pacifico, con l’obiettivo di ridurre i conflitti in questo mondo.

 

Dall’età del sospetto all’età della scommessa – Professoressa Julia Kristeva

 

Cos’è l’umanesimo? Un grande punto di domanda sulla questione più seria? L’uomo e Dio. È nella tradizione europea, greco-giudaico-cristiana, che si produce questa realtà, che continua al tempo stesso a promettere, ma anche a deludere, a rifondarsi. Le parole di Giovanni Paolo II, «Non abbiate paura!», non sono indirizzate unicamente ai credenti, perché esse incoraggiavano a resistere al totalitarismo. L’appello di quel Papa, apostolo dei diritti umani, ci spinge anche a non temere la cultura europea, ma, al contrario, a osare l’umanesimo: nel costruire delle complicità tra l’umanesimo cristiano e quello che, scaturito dal rinascimento e dall’illuminismo, ha l’ambizione di aprire le strade rischiose della libertà. Grazie oggi al Papa Benedetto XVI per avere invitato per la prima volta in questi luoghi degli umanisti tra voi. È un avvenimento. L’umanesimo del XXI secolo non è un teomorfismo. Né «valore», né «fine» superiore, l’Uomo con la maiuscola non esiste. Dopo la Shoah e il gulag, l’umanesimo ha il dovere di ricordare a uomini e donne che se, per un verso, noi ci riteniamo gli unici legislatori, è unicamente attraverso la continua messa in questione della nostra situazione personale, storica e sociale che noi possiamo decidere della società e della storia. Oggi lungi dalla demondializzazione, è necessario inventare nuove norme internazionali per regolamentare e controllare il mondo della finanza e dell’economia globalizzate e creare infine un’autorità mondiale etica universale e solidale. L’umanesimo è un processo di rifondazione permanente, che si sviluppa unicamente grazie a delle rotture che sono delle innovazioni. La memoria non riguarda il passato: la Bibbia, i Vangeli, il Corano, il Rigveda, il Tao, ci abitano al presente. Affinché l’umanesimo possa svilupparsi e rifondarsi, è giunto il momento di prendere sul serio i codici morali costruiti nel corso della storia: senza indebolirli, per problematizzarli, rinnovandoli di fronte a nuove singolarità di uomini e di donne. Perché l’umanesimo è un femminismo. La liberazione dei desideri doveva condurre all’emancipazione delle donne. Le battaglie per una parità economica, giuridica e politica necessitano di una nuova riflessione sulla scelta e la responsabilità della maternità. La secolarizzazione è a tutt’oggi la sola civilizzazione che manchi di un discorso sulla realtà della maternità. Questo legame passionale tra la madre e il bambino, attraverso il quale la biologia diviene senso, alterità e parola, è una reliance che, differente dalla funzione paterna e dalla religiosità, le completa, partecipando a pieno titolo all’etica umanista. Poiché risveglia i desideri di libertà di uomini e donne, l’umanesimo ci insegna a prenderci cura di essi. La cura amorosa per l’altro, la cura della terra, dei giovani, dei malati, degli handicappati, degli anziani non autosufficienti, costituiscono delle esperienze interiori che creano delle nuove prossimità e delle solidarietà inattese. Non abbiamo un altro modo che l’esperienza interiore per accompagnare la rivoluzione antropologica, già annunciata dalla corsa in avanti delle scienze, dai procedimenti incontrollabili della tecnica e della finanza, e dall’incapacità del modello democratico piramidale a canalizzare le novità. L’uomo non fa la storia, noi siamo la storia. Per la prima volta, l’homo sapiens è in grado di distruggere la terra e se stesso in nome delle proprie credenze, religioni o ideologie, ma anche in nome della scienza e della tecnica. Ugualmente per la prima volta gli uomini e le donne sono in grado di rivalutare in completa trasparenza la religiosità costitutiva dell’essere umano. L’incontro delle nostre diversità qui, ad Assisi, testimonia che l’ipotesi della distruzione non è l’unica possibile. Nessuno può sapere quali esseri umani succederanno a noi che siamo impegnati in questa transvalutazione antropologica e cosmica senza precedenti. La rifondazione dell’umanesimo non è un dogma provvidenziale né un gioco dello spirito, è una scommessa. Signore e Signori, l’età del sospetto tra le religioni e tra credenti e non credenti non è più sufficiente. Di fronte alle crisi e alle minacce che si aggravano, è giunta l’età della scommessa. Osiamo scommettere sul rinnovamento continuo delle capacità di uomini e donne a credere e a conoscere insieme. Affinché, nel «multiverso» bordato di vuoto, l’umanità possa perseguire ancora a lungo il proprio destino creativo.

 Il vero Dio è accessibile a tutti

Testimonianze per la paceultima modifica: 2011-10-29T20:37:59+02:00da borgosotto
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