Talmente liberi e creativi da perdere il senso della vita

di Susanna Tamaro,

CORRIERE DELLA SERA di domenica 30 ottobre 2011

Dio è diventato un’opzione, la società non ha più orizzonti 

Il brano che pubblichiamo sopra è un inedito estratto da L’isola che c’è. Il nostro tempo, l’Italia, i nostri figli, nuovo libro di Susanna Tamaro edito da Lindau (pp. 176, 12) che sarà in vendita dal 3 novembre. Si tratta di una raccolta di saggi brevi, alcuni già usciti sulla stampa, altri inediti, ripartiti in quattro sezioni: Il nostro tempo, I nostri figli, Le lezioni della natura, Spiritualità. L’autrice riflette a vasto raggio sul nostro Paese, parla di vita e morte, etica e bioetica, mass media, scandali sessuali, istruzione, Chiesa, amore e molto altro. Quest’anno la scrittrice triestina ha anche pubblicato il romanzo Per sempre che, uscito in primavera per Giunti, ha già venduto 260mila copie cartacee (esiste anche la versione ebook). In occasione del Natale, insieme al romanzo, la casa editrice regalerà (da fine novembre e per il periodo festivo) un calendario: Susanna Tamaro. Calendario 2012. Illustrato e sottotitolato «Un anno con Susanna», riporta per ogni mese una citazione tratta da uno dei tanti libri dell’autrice di Va’ dove ti porta il cuore. 

Dov’è Dio oggi, che cosa nel mondo ci parla di lui? Se ci guardiamo intorno, non sono i segni della sua presenza a farsi avanti, ma piuttosto quelli della sua assenza. Non occorre essere particolarmente pessimisti per rendersi conto che la società che ci circonda, la società opulenta del ricco Occidente – che è diventata tale proprio grazie alle basi della civiltà comune gettate dalla rivelazione del Sinai – è una società che ha completamente smarrito il senso profondo del suo esistere.

Viviamo ormai tutti immersi nel frastuono. Anche se non vogliamo, una valanga di suoni sintetizzati ci assedia da ogni parte. Questo ossessivo bisogno di riempire il silenzio è uno dei fatti che più colpisce nel mutamento antropologico che sta avvenendo sotto ai nostri occhi, molte persone vivono ormai con la colonna sonora della loro vita perennemente nelle orecchie. A questo frastuono sonoro si aggiunge un continuo bombardamento di immagini, bombardamento che, fatalmente, porta l’attenzione a essere sempre al di fuori di noi, in qualcosa che ci viene suggerito e anzi, direi, imposto. Il nostro cervello è estremamente impressionabile e questo fluire continuo – che comincia nella tenerissima età, nel momento in cui la mente è più fragile e avrebbe bisogno di cose vere e belle – non può non portare a una devastazione della natura profonda dell’uomo. Non ascoltiamo, perché non sappiamo più cos’è l’ascolto. Non vediamo, perché abbiamo imparato ad assorbire passivamente soltanto ciò che ci viene imposto di vedere. Non vedendo e non ascoltando, non possiamo andare alla radice della nostra unicità di individui, non possiamo interrogarci su questo senso, perché l’iperstimolazione alla quale siamo sottoposti ci suggerisce soltanto una cosa – che non c’è alcun senso. Nella società della massima pluralità, della smisurata libertà – in una società che suggerisce all’individuo che l’unica vera realizzazione sta nel seguire il proprio estro creativo e nel successo che da esso può pervenire – la via che porta a Dio viene considerata soltanto come un’opzione tra le altre. Come ricordava Michele, il protagonista nel mio racconto, L’inferno non esiste, in una lettera a sua madre: «Dio è un’idea. Me l’hai detto tu stessa, ricordi? Un’idea uguale a tutte le altre. Posso credere in Dio o in Che Guevara. Posso anche credere soltanto nelle vittorie delle Ferrari». Possiamo anche credere nella nostra squadra di calcio oppure nei riti tantrici perché siamo liberi, siamo creativi. Per raggiungere la felicità dobbiamo soltanto trovare la strada che più si adatta alla nostra indole. Le conseguenze antropologiche di questi assunti – che derivano in gran parte dalla rivoluzione ideologica del Sessantotto e dai suoi slogan più famosi quali «Vietato vietare» e «Fantasia al potere» – si vedono già da alcune generazioni nella catastrofe educativa. Non occorre essere dei pedagoghi esperti per rendersi conto che un enorme patrimonio – patrimonio direi quasi etologico, che permetteva ai genitori di allevare i figli come loro stessi erano stati allevati e di farne individui adatti a costituire una società civile – è stato polverizzato. Fare un figlio oggi – nelle persone che non hanno intrapreso un cammino di consapevolezza – non è che una delle espressioni della propria libertà, un oggetto/giocattolo a cui, a un certo punto della vita, si sente di aver diritto, qualcosa da ammirare come un piccolo prodigio, prodigio che ben presto, però, perde la sua grazia trasformandosi in un idolo tirannico impossibile da gestire. Che cittadino sarà un giorno questo bambino che non ha mai conosciuto la parola dovere, che non sa che la vita si costruisce e che, per costruirla, è fondamentale la relazione con l’altro, che richiede pazienza, sacrificio e rispetto? La rottura del rapporto tra generazioni come rapporto costituente della realtà umana è il segno più chiaro ed evidente della grave crisi che colpisce una civiltà nel momento in cui considera Dio soltanto un’opzione tra le altre. Educare infatti – da e ducere – vuol dire condurre verso, saper dirigere, avere dunque in noi l’idea di un orizzonte verso cui tendere, un orizzonte che dia senso ai nostri giorni. Ma se l’orizzonte non è uno, ma centinaia – mutevoli, fantasiosi, tutti ugualmente attraenti – verso quale orizzonte condurremo i nostri figli? Li lasceremo liberi di scegliere. Ma è proprio questa illimitata libertà – o meglio questo malinteso senso di libertà – a creare le grandi infelicità, le grandi disperazioni che vediamo negli occhi dei bambini e dei ragazzi di oggi. L’assenza di orizzonti ha anche un altro disastroso effetto, quello di togliere ai genitori una qualsiasi idea di autorità. Se infatti non sappiamo da che parte andare, come fanno le nostre parole a essere credibili? Se non sappiamo chi siamo e per quale ragione viviamo, se ogni giorno navighiamo a vista, decidendo ogni istante ciò che è giusto e ciò che non lo è, ciò che è importante e ciò che non lo è, come possiamo essere autorevoli nell’indicare ai nostri figli una strada? Una società senza un Cielo verso cui tendere si trasforma ben presto in una società erratica, simile a quella dei grandi mammiferi erbivori che si spostano in grandi branchi alla ricerca di cibo migliore. Si bruca un po’ qui, si bruca un po’ là, secondo le necessità, secondo le stagioni, secondo la fortuna. Ma una società siffatta – che emigra costantemente perché non ha un orizzonte stabile – è una società che non è più in grado di costruire. Non palazzi, macchine, industrie, cose – delle quali, anzi, ha una produzione ipertrofica – ma di edificare quell’unica realtà che per l’uomo ha senso. Il tempo. Aver cancellato Dio dai nostri pensieri ci ha messi improvvisamente fuori dal tempo. E mettersi fuori dal tempo vuol dire mettersi fuori dal mistero dell’esistenza. Che cos’è infatti la vita dell’uomo? È uno squarcio di luce tra due abissi oscuri. Veniamo da qualcosa di misterioso e andiamo verso qualcosa di altrettanto misterioso, di ignoto, di terribile. Qualcosa la cui stessa esistenza ferma il respiro anche alle persone più credenti. Da dove veniamo? Dove andiamo? E – tra questi due estremi – che senso ha quel breve atto che siamo chiamati a recitare sul palcoscenico della vita? L’uomo è una creatura anfibia, un essere, cioè, che si trova costantemente a vivere due dimensioni – quella della terra e quella del cielo. Quest’idea – l’idea che siamo sospesi tra un Padre, che è il Cielo e una Madre, che è la Terra – non è imposta dal potere della Chiesa o da qualche altro dogma religioso, ma appartiene, in forma diversa, a tutte le culture del mondo perché riguarda la natura stessa dell’uomo. Quella natura che oggi troppo spesso, e con troppa facilità, si vuole negare.

Talmente liberi e creativi da perdere il senso della vitaultima modifica: 2011-11-03T15:45:31+01:00da borgosotto
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