La fede cattolica sia un messaggio semplice, profondo e comprensibile

Benin…importante è che il cristianesimo appaia come un messaggio universale che c’è Dio, che Dio c’entra con noi, che Dio ci conosce e ci ama e che la religione concreta provoca collaborazione e fraternità. Quindi un messaggio semplice e concreto è molto importante». Benedetto XVI

Durante il volo verso il Benin il Papa parla dell’evangelizzazione in Africa presentando una ricetta valida universalmente

ANDREA TORNIELLI
http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/benin-10069/

È stato detto più volte che Benedetto XVI, un Papa difficilmente racchiudibile nei cliché e troppo spesso schiacciato anche da chi gli sta intorno su posizioni che non riflettono la complessità e la ricchezza del suo magistero, sa essere particolarmente efficace quando parla a braccio. L’intervista concessa ieri sull’aereo che lo portava in Benin lo attesta ancora una volta.

Com’è ormai tradizione, padre Federico Lombardi ha presentato al Pontefice alcune domande scelte tra quelle più rappresentative inviate dai giornalisti. Una di queste riguardava il fenomeno delle Chiese evangeliche o pentecostali che proliferano in Africa e che propongono – ha detto il portavoce papale – una «fede attraente, una grande semplificazione del messaggio cristiano: insistono sulle guarigioni, mescolano i loro culti con quelli tradizionali…». Si può ben immaginare che chi ha formulato la domanda riportata da Lombardi intendesse presentare questi elementi come negativi o comunque come problematici.

 La risposta del Papa, poche righe che potrebbero essere assunte come un manifesto per la nuova evangelizzazione. Spiegando che cosa deve fare la Chiesa cattolica, dopo aver detto che non deve certo rincorrere i modelli dei gruppi evangelici, Papa Ratzinger ha aggiunto: «Un primo punto è certamente un messaggio semplice, profondo, comprensibile; importante è che il cristianesimo non appaia come un sistema difficile, europeo, che un altro non possa comprendere e realizzare, ma come un messaggio universale che c’è Dio, che Dio c’entra con noi, che Dio ci conosce e ci ama e che la religione concreta provoca collaborazione e fraternità. Quindi un messaggio semplice e concreto è molto importante».

 Il Papa pensava all’Africa, ma queste parole possono davvero essere applicate a tutto e a tutti, compreso alle società secolarizzate dell’Occidente, nelle quali si è persa o si sta perdendo la trasmissione della fede come fattore connaturale nelle famiglie. Un’indicazione precisa: messaggio semplice, profondo, comprensibile. Un’indicazione che si stenta a far conciliare con l’enorme mole di documenti prodotti nella comunità ecclesiale, l’uso di un linguaggio autoreferenziale, l’idea di una fede come «sistema difficile», complicato. L’idea che la fede, invece che facilitare la vita nell’incontro con la bellezza, l’abbraccio di misericordia di un Dio vicino, sia invece una foresta di regole talora astruse, comunicata da chierici che sembrano parlare un’altra lingua rispetto a quella della gente comune e il cui scopo può a volte sembrare quello di rendere la vita più difficile e complicata.

 Un secondo punto contenuto nella risposta di Benedetto XVI: «Che l’istituzione non sia troppo pesante è sempre molto importante, che sia prevalente, diciamo, l’iniziativa della comunità e della persona». Un’istituzione «non troppo pesante», cioè un’istituzione che non soffochi la comunità e soprattutto la persona. Parole che andrebbero scolpite come un memento per la Chiesa contemporanea. Una Chiesa che purtroppo sembra talvolta soffocare sotto il peso della burocrazia, dell’elefantiasi – a cominciare dalla Curia romana – dal moltiplicarsi di incarichi e di funzioni il cui scopo sembra talora essere soltanto quello di trovare un posto per qualcuno da promuovere o rimuovere. Ma il peso della burocrazia ecclesiale si sente anche a livello locale, di diocesi, di parrocchie. L’auto-occupazione ecclesiale, denunciata dal cardinale Ratzinger più di vent’anni fa, è ancora ben presente, a tutti i livelli. Già a Friburgo, in un discorso splendido e per questo purtroppo prontamente archiviato, Benedetto XVI aveva parlato della necessità di una Chiesa povera, libera dal potere, e aveva accennato a questo come a un effetto positivo della secolarizzazione.

 Un terzo punto nella risposta papale durante il volo verso il Benin riguarda la liturgia che, spiega Ratzinger, deve essere «partecipativa, ma non sentimentale: non dev’essere basata solo sull’espressione dei sentimenti, ma caratterizzata dalla presenza del mistero nel quale noi entriamo, dalla quale ci lasciamo formare». Una liturgia bella, essenziale che permetta di incontrare il protagonista, Dio, e non sia autoreferenziale. E sbaglierebbe chi pensasse che questo significhi automaticamente oro, merletti e altari girati, perché ci possono essere liturgie secondo il vecchio rito che finiscono per essere soltanto teatro ed esaltazione del lusso, e celebrazioni secondo il nuovo rito che avvicinano a Dio.

 Infine, la risposta del Papa ha toccato il tema dell’inculturazione. «Nell’inculturazione – ha concluso – non bisogna perdere l’universalità. Io preferirei parlare di interculturalità, non tanto di inculturazione, cioè di un incontro delle culture nella comune verità del nostro essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche nella fraternità universale; non perdere questa grande cosa che è la cattolicità, che in tutte le parti del mondo siamo fratelli, siamo una famiglia che si conosce e che collabora in spirito di fraternità».

 Queste parole dette a braccio dal Papa rappresentano ancora una volta uno sguardo che apre e che fa respirare.

La fede cattolica sia un messaggio semplice, profondo e comprensibileultima modifica: 2011-11-21T17:47:39+01:00da borgosotto
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