“Dio mi ha disegnata senza braccia. E io danzo per lui”

di Lucia Bellaspiga, Avvenire 23.11.11

Intervista a Simona Atzori: “Io, straordinariamente normale. Il giorno in cui nacqui fui… una vera sorpresa” 

La guardi parlare, sprofondata tra i cuscini del divano, e tuo malgrado ti trovi a fissare le sue braccia (o sono gambe?), il gesticolare delle mani affusolate (o sono i piedi?), l’agile movimento delle dita mentre sfoglia le pagine del suo libro e trova la pagina che cercava: «Ecco qui. È il punto in cui racconto che il 18 giugno del 1974 vengo al mondo e i miei si tengono per mano mentre decidono non di ‘accettarmi’ ma di accogliermi con gioia infinita: sapersi amati fa assolutamente la differenza ». Simona Atzori ha ormai calcato i palcoscenici del mondo, è volata sulle punte con l’étoile della Scala al Roberto Bolle and Friends, è stata Ambasciatrice della danza nel Giubileo del 2000, ha aperto le Paraolimpiadi invernali del 2006 e oggi porta in giro per l’Italia ‘Me’, il primo spettacolo realizzato interamente da lei, insieme alla sua compagnia ‘Simonarte Dance Company’ e ai ballerini della Scala di Milano. Ma per molti resta prima di tutto ‘la danzatrice nata senza braccia’. «Sono rimaste in cielo», annuisce serena. Intorno a lei, ballerina e pittrice, i grandi quadri accatastati al suolo, pronti a partire per la prossima mostra. Parla rilassata, a ‘braccia’ conserte, le ‘mani’ sul grembo, poi le scioglie e le poggia a terra, dove diventano magicamente i suoi piedi. Di nuovo solleva un piede, lo porta alla testa e con eleganza sinuosa si ravvia i lunghi capelli ricci…

Simona, sono più le tue braccia o le tue gambe? Come le senti?

Domanda interessante (ride), non ci avevo mai pensato. Credo che per la maggior parte del tempo siano braccia. Sono vissuta qualche anno in Canada, dove mi sono laureata, e lì mi dicevano che ero proprio un’italiana da quanto gesticolavo. La sintesi perfetta avviene quando guido, un piede su freno o acceleratore, l’altra ‘mano’ sul volante.

Come reagirono i tuoi genitori, Tonina e Vitalino, alla tua nascita?

Allora non c’era l’ecografia, fui una bella sorpresa, non c’è che dire. I primi due parti per mia mamma erano andati male, per questo mia sorella, la sua terza gravidanza, è stata chiamata Gioia. Poi sono arrivata io e mia madre aveva il terrore di perdere anche me. Quando si è svegliata dal cesareo e ha visto i volti cupi degli infermieri, che non le lasciavano vedere la sua bambina, è stata malissimo. Poi ha saputo che invece ero sana e salva, soltanto mi mancavano le braccia. Mamma e papà si sono abbracciati e hanno subito deciso il da farsi: mi avrebbero insegnato a prendere il ciuccio con i piedini. Già prima che io nascessi, mia madre sognava per me che io diventassi ballerina, mi aveva dentro e già immaginava di vedermi volare sul palcoscenico: il suo primo pensiero è stato la chiave della nostra vita, la sua positività ha dato a tutti noi il segreto della felicità..

L’essere ballerina, e quindi snodata, ti ha aiutato a vivere?

La danza mi ha anche aiutata dal punto di vista fisico, è vero, ma non l’ho scelta io, è lei che ha scelto me, così come la pittura, ed entrambe le arti mi permettono di esprimere tutto il mio mondo interiore.

Ora però con ‘Cosa ti manca per essere felice?’ sei anche scrittrice.

Il titolo del libro è la domanda che faccio sempre agli altri. A me non è mancato nulla, nella mia vita non ho avuto scuse né alibi, allora alle persone vorrei dire di non arrendersi alle prime apparenti difficoltà, di non scoraggiarsi mai perché, anche se ti manca qualcosa, puoi comunque essere felice. Di fronte alla foto di copertina, spesso la gente non si accorge che non ci sono le braccia e questo significa una cosa importante: nella vita bisogna guardare quello che c’è, non lamentarsi per ciò che non abbiamo. Qualcosa, tanto, manca a tutti, anche a chi ha braccia e gambe in regola: l’esteriorità si nota prima, ma se il vuoto è interiore il dolore è più straziante, più limitante di due arti rimasti in cielo.

Qual è il tuo messaggio?

La vita è un dono straordinario e non va sprecata. Io tengo incontri motivazionali in aziende, banche e scuole e sempre cito Papa Giovanni Paolo II: «Prendete la vita nelle vostre mani e fatene un capolavoro». È una verità assolutamente concreta: quando hai un dono sei felice, prima di tutto, e poi vuoi adornarlo, farlo più bello, e questo cerco di fare anch’io. Quando narro la mia storia sembra che racconti una favola, e in effetti è la ‘mia’ favola, è proprio uno spettacolo di vita. Ognuno di noi può fare questo, basta crederci, purché non a metà, crederci veramente. Non è facile, ma nulla è facile nella vita.

Qual è il tuo rapporto con il Creatore?

Ringrazio il Signore non per la vita in generale, ma per avermi disegnata esattamente così. Il mio grazie quotidiano è cercare di rendere questa mia vita un capolavoro, come lui ha voluto che fosse.

Hai anche l’amore… Come lo hai riconosciuto in Andrea, il tuo fidanzato, istruttore di volo?

L’amore è soprattutto l’uomo che gioisce dei tuoi successi e li condivide. Due strade parallele ma una crescita insieme.

Perché non viene da dire che sei una disabile? Perché ti si conosce e si pensa ‘che fortuna ha avuto a nascere così’?

Perché è vero. Che cosa significa disabile? Chi lo è e chi no? E colui che è sano, fino a quando lo sarà? Non è questo che conta, non certo due braccia o due occhi, e spesso proprio nella caduta si scopre il senso della vita, come testimoniava Ambrogio Fogar e come racconta Mario Melazzini, il medico malato di Sla. Per molti questo è incomprensibile, perché guardano l’avere e il fare anziché l’essere.

Potessi chiedere al Signore le tue braccia, lo faresti?

In Kenya ho danzato per carcerati, malati di Aids e bambini di strada e mi hanno fatto la stessa domanda. Ti rispondo come a loro: se fossi nata con le braccia, tu ora non staresti parlando con me, ma con un’altra persona. E io amo Simona.

 

«In una società pervasa da tanti modelli distruttivi, cercavano un voce positiva e felice». Per questo, spiega Simona Atzori, la Mondadori le ha chiesto di scrivere la storia incredibile della sua vita. Si intitola ‘Cosa ti manca per essere felice?’ (189 pagine, 17 euro) e come sottotitolo riporta una frase di Candido Cannavò, che nel 2005 le dedicò un capitolo del suo libro ‘E li chiamano disabili’: «Le sue braccia sono rimaste in Cielo, ma nessuno ha fatto tragedie». «Se dalla mia esperienza anche una sola persona ritrovasse la forza di affrontare la vita con il sorriso, avrei raggiunto il mio scopo – dice l’autrice –. Oggigiorno è forte il bisogno di ricevere messaggi di speranza e la mia ‘normalità’ può essere d’aiuto. Anzi, proprio la mia ordinarietà agli occhi degli altri diventa straordinarietà. Con la mia vita io, umilmente, dimostro che ‘è possibile’. E che i limiti molto spesso sono solo negli occhi di chi ci guarda».

 

Pubblichiamo tre brani tratti dal libro di Simona Atzori.

 

A volte penso alle mie mani. Strano, vero?, pensare a qualcosa che non c’è, ma che dovrebbe esserci. Le immagino lunghe, con le dita sottili e delicate. Le immagino come quelle di mia sorella. Le vorrei proprio così, se fossi nata per averle. Ma so che quelle mani non sono state create per me. (…) Non possono sentire ciò che solo i miei piedi sanno. Solo loro mi appartengono veramente. Sono parte di me, sono la parte più importante di me. Sono il disegno più bello che il Signore potesse donarmi. Sono ciò che mi permette di provare la gioia e il calore delle carezze. Sono ciò che mi permette di trasmettere i miei sentimenti e di dare corpo alla mia arte. Sono loro a darmi l’emozione di muovermi al suono di una melodia, loro a consentirmi di gustarmi il mio corpo che si muove nel tempo e nello spazio. Fanno tutto questo e molto altro. Cosa fanno le mie mani? Cosa potrebbero fare di più? A cosa mi servirebbero le mie mani? La mia risposta potrebbe suonare strana a chi le mani le ha, a chi non conosce il mondo che creo attraverso i miei piedi, a chi non sa che esiste un altro modo. Le mie mani non mi servono. Le visualizzo, le dipingo, ma rimangono lì, come un’immagine senza funzione, per quanto belle possano essere, per quanto utili possano sembrare. I miei piedi sì che sono preziosi. Fanno magie. Fanno le mani. Chi penserebbe mai di aver bisogno di quattro mani?

 

Mi capitano scenette surreali, anche buffe. Una volta dovevo esibirmi su un palco galleggiante, in mezzo a una distesa d’acqua. Per fare le prove, gli organizzatori avevano messo una barca a disposizione del nostro corpo di ballo. Il marinaio dava la mano a tutti per aiutarci a salire. La allunga anche verso di me e io rimango impalata sul molo, ad aspettare che capisca. Avevo una canottiera senza maniche: più sbracciata di così! Niente. A un certo punto alza la voce e mi dice: «Allora, me la vuole dare questa mano?!». «Ma non ce l’ho!». Si è girato, ha capito ed è diventato di tutti i colori. La mamma rideva come una matta. Un’altra volta, in treno, sto bevendo e passa il controllore: «Signorina, i piedi giù dal tavolo». Lo guardo interrogativa e gli dico: «No, guardi, queste sono le mie mani». Lui si ferma, osserva, poi trascolora: «Mi scusi!». Mancava poco che si prostrasse a terra. Siamo così abituati alla routine che non facciamo caso alla differenza, quando non viene esibita. È ovvio che l’immagine di un piede che regge un bicchiere non equivale a quella degli scarponi pieni di fango sbracati sul sedile di fronte, ma, se ci fermiamo alla superficie, per un controllore sono entrambi sollevati, “fuori posto”.

 

Il momento in cui mia mamma mi vide per la prima volta è un ricordo dolce e lieve. Lo stesso anche per mio padre. Piccoli piedi che si muovono nell’aria alla ricerca di chissà che cosa, un corpicino indifeso che fa sorridere gli occhi di due genitori ignari del loro destino. Erano stati scelti per essere i miei genitori e non lo sapevano. La vita li aveva messi davanti a una prova forte. Era difficile, ma loro in quel momento si cercarono, si presero per mano e si tennero stretti, lo sguardo puntato su quei piedini, che rappresentavano il segreto di quella bambina e della loro vita con lei. Non c’era bisogno di parole. Li immagino così mentre mi scelgono ancora una volta, con un atto d’amore ancora più grande, reale e sincero. Io in quel momento sono diventata la loro figlia, non per un diritto di sangue, ma per una scelta concreta e d’amore. Firmarono le carte e mi portarono via. (…) La nostra avventura comincia da qui. Nessuna certezza, nessuna sicurezza, migliaia di dubbi e paure, ma avevo una famiglia pronta a dare amore, ed è bastato. Non solo: è stato il punto di partenza migliore che potessi avere.

“Dio mi ha disegnata senza braccia. E io danzo per lui”ultima modifica: 2011-11-23T15:56:49+01:00da borgosotto
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