Il digiuno, scuola di libertà

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La battaglia più aspra dell’uomo sta nel vincere se stesso, ha scritto Tommaso da Kempis.

E’ la lotta più terribile, la lotta interiore, a cui è necessaria la rinuncia, come spiega questo detto dei padri del deserto sul digiuno:

Noi ci asteniamo non perché alcune cose siano cattive, ma perché esse nutrono le passioni e queste, una volta diventate grandi, ci uccidono.

Oggi la Chiesa cattolica inizia il cammino della Quaresima. Non è un appuntamento da calendario, è un’occasione per ritrovare e accrescere la propria umanità.

Il digiuno, a partire da una dimensione antropologica fondamentale come il mangiare, ci insegna che non siamo solo biologia; ci aiuta a riconoscere le nostre dipendenze, i nostri condizionamenti. La rinuncia si rivela così scuola di libertà, in quanto apre all’altro di noi stessi e all’altro di Dio.

Là dove non c’è rinuncia – nei confronti del cibo, ma anche del denaro, della sessualità, dell’aspetto fisico, dell’uso delle tecnologie e chi più ne ha più ne metta… – non c’è possibilità di guardare oltre la gratificazione del proprio io e perciò non c’è possibilità di comunione e di condivisione con gli altri.

Perché rinunciare a soddisfare un bisogno? Un assurdo, per la nostra mentalità consumistica. Non lo si fa per un malcelato masochismo, ma in vista di un bene più grande. Il film La grande abbuffata di Ferreri, con i suoi protagonisti che si isolano per mangiare fino alla morte, è una rappresentazione della sazietà disperata. E’ l’opposto del convivio in cui il mangiare insieme è gioia che esprime un legame o del fare parte del proprio pane con gli affamati.

Infine, per il credente il digiuno è un gettare uno sguardo oltre il proprio orizzonte per entrare in quello di Dio.

Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio (Deuteronomio 8,3), risponde Gesù, nel deserto, alla tentazione del pane.

Il digiuno, scuola di libertàultima modifica: 2012-02-23T08:40:44+01:00da borgosotto
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