Pasqua, una storia d’amore

Enzo Bianchi, dall’omelia nella Veglia Pasquale

Quando Gesù è morto in croce, rimettendo nelle mani del Padre il suo spirito (cf. Lc 23,46; Sal 31,6), facendo della sua morte un atto puntuale, di vera obbedienza filiale della creatura al Creatore, dopo una vita «di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8), dopo una vita in cui è sempre apparsa in lui l’agápe, l’amore gratuito, incondizionato e senza fine, il Padre si è riconosciuto in lui, dicendogli: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato, dunque io ti esalto, ti glorifico, ti faccio rialzare dalla morte». La morte è stata una vera separazione, in cui Gesù ha vissuto l’abbandono, l’essere «senza Dio» (chorìs theoû: Eb 2,9), perché la morte è questo! Ma Gesù ha vissuto tutto ciò invocando Dio, confessandolo «mio Dio» (Mc 15,34; Mt 27,46; Sal 22,2), ponendo sempre la sua speranza in lui.

Per questo Dio si è riconosciuto nel Figlio, perché Gesù lo ha narrato (exeghésato: Gv 1,18) fedelmente e totalmente. «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), e Gesù ce lo ha detto e mostrato con la sua vita narrante. L’amore del Padre, l’amore dell’Amante accolto dall’«amato» (Mc 1,11 e par.; 9,7; Mt 17,5) che ha amato i suoi (cf. Gv 13,1) dello stesso amore dell’Amante, era degno di vincere la morte. Pietro del resto lo dice nella sua prima omelia pasquale: «Dio ha risuscitato Gesù, … perché non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere» (At 2,24). Perché non era possibile? Perché l’amore di Dio è la sua onnipotenza; perché Dio può tutto nell’amore; perché l’amore di Dio, entrato in duello con la morte, l’ha vinta per sempre.

Gesù, mandato come Parola di Dio e suo Figlio nel mondo, fattosi carne nell’utero di una donna, ha vissuto l’amore del Padre all’estremo, eis télos, si è svuotato delle sue prerogative divine per essere uomo in tutto come noi (cf. Fil 2,6-8) e non ha commesso peccato (cf. Eb 4,15). La vita di Gesù è stata un cammino di umanità, umanizzante, possiamo dire usando il linguaggio del Vangelo, un cammino di obbedienza alla sua condizione umana e alla chiamata di Dio. Obbediente da Figlio e non da schiavo (cf. Gv 8,35), e Figlio perché obbediente, Gesù ha lottato contro la morte, «attraverso i patimenti ha imparato la sottomissione» (Eb 5,8), è diventato «obbediente fino alla morte in croce (cf. Fil 2,8); e accettando la morte, questo nemico che ci attende tutti, che ci sta davanti, ha voluto esistere solo nell’amore e per amore. Possiamo dire che Gesù è cresciuto nell’amore non cercando ciò che gli piaceva, ma cercando di dare la vita per gli amici (cf. Gv 15,13). È cresciuto nell’amore soprattutto pregando, esercitandosi ad ascoltare la voce: «Tu sei mio Figlio» da parte di Dio, l’Amante. Nella morte ha saputo dire: «Abba, Papà, nelle tue mani rimetto il mio respiro» (cf. Lc 23,46), e il Padre gli ha risposto: «Tu sei mio Figlio, perché hai compiuto tutto, la tua incarnazione è stata totale, la tua umanizzazione piena». Ecco, nella morte Gesù è stato generato quale Figlio nella pienezza della divinità, come scrive Paolo all’inizio della lettera ai Romani: «Gesù Cristo nostro Signore, [è stato] costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti» (Rm 1,4). La morte e la resurrezione per Gesù uomo, creatura, sono un unico evento: Gesù è veramente il Figlio di Dio e quando noi lo guardiamo sulla croce, nella sua morte, possiamo simultaneamente confessarlo come vivente, risorto, Figlio di Dio.

Nell’azione di farlo risorgere, Dio ridà a Gesù le sue prerogative divine, lo glorifica al di sopra di tutte le creature, gli dà il Nome di Kýrios, di Signore (cf. Fil 2,9-11). Anche nella resurrezione Gesù narra l’agire del Padre, il suo Amore sorgivo, fontale, perché il Padre è peghé tês agápes, «Sorgente dell’Amore».

(…)

Sì, la nostra fede pasquale non è un mito, una favola, ma una storia di amore. È la scoperta di un Amante, Dio, che possiede un Amore che vince la morte: ma questo Amore lo offre anche a noi, perché nella nostre vite possiamo essere amati e amanti. Guardiamo al Crocifisso risorto perché – come affermava Riccardo di San Vittore – «ubi amor, ibi oculus» (cf. Beniamin minor 13). I nostri occhi siano rivolti al Cristo risorto, l’Amato che ci rivela una volta per sempre Dio come l’Amante, la Sorgente dell’Amore.

Pasqua, una storia d’amoreultima modifica: 2012-04-09T08:21:35+02:00da borgosotto
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